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La stessa forza Alberto la sta dimostrando in questi giorni.
Aspettandolo, noi continuiamo quell'idea; sospesi, stupefatti.
Sicuri, più che mai, che occorra davvero fare di tutto per cambiare, in meglio, il mondo.

Un Paese che cresce poco
Scritto da Gabriele Guggiola   
Mercoledì 02 Novembre 2011

Bassa competitività

Il Global Competitiveness Index è un indice redatto dal World Economic Forum. Si pone l’obiettivo di misurare la competitività di 139 paesi in diversi stadi del proprio sviluppo. Lo fa utilizzando una media ponderata di indicatori raggruppati in dodici “pilastri”: istituzioni, infrastrutture, ambiente macroeconomico, salute ed educazione primaria, educazione superiore e training, efficienza del mercato dei beni, efficienza del mercato del lavoro, sviluppo del mercato finanziario, predisposizione alla tecnologia, dimensione del mercato, sofisticatezza dei mercati e innovazione. 

Tra i paesi del G7, l’Italia è ultima in classifica. In particolare, non è tra i primi cento paesi a livello mondiale, né nel pilastro relativo al mercato del lavoro, né nel pilastro relativo allo sviluppo del mercato finanziario. Nel primo ambito il risultato è dovuto a performance particolarmente deludenti nel campo delle relazioni industriali, alla scarsa flessibilità salariale, alla complessità delle pratiche per assumere/licenziare e a una bassa produttività. L’accesso al credito rappresenta il fattore più problematico per quanto riguarda i mercati finanziari. Il rapporto contiene anche il risultato di un'indagine sui fattori percepiti come maggiormente critici per quanto riguarda gli investitori. L’inefficienza della burocrazia è risultata la prima causa citata, seguita dal difficile accesso al credito e dalle aliquote elevate.

Poca attrattività

Il rapporto Doing Business viene presentato su base annuale dalla World Bank, e fornisce una comparazione delle regolamentazioni che favoriscono o sfavoriscono le attività imprenditoriali. Il confronto avviene sulla base di nove aree di analisi: facilità nel cominciare un’attività, nell’ottenere permessi per costruire, nel registrare le proprietà, nell’accedere al credito, il grado di protezione degli investitori, le caratteristiche del sistema fiscale, la possibilità di commerciare con l’estero, la possibilità di far rispettare ì contratti e di chiudere un’attività senza incedere in costi eccessivi.

L’Italia si classifica 80a, perdendo quattro posizioni rispetto all’anno scorso. Sono meno di un quarto gli Stati in cui le condizioni per fare business si sono fatte più difficili, e il nostro è tra quelli. Sono state intraprese alcune iniziative per migliorare le condizioni per le attività imprenditoriali e per attrarre investimenti, ma insufficienti per permettere un salto di qualità. Un paio di risultati negativi spiccano. Se si parla della facilità nel far rispettare i contratti, l’Italia è 157a; se si considera l’onerosità degli adempimenti fiscali è 128a.



 
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