La crisi alla fine del 2011, all’inizio del 2012

Conversazione con Mario Deaglio, lunch seminar al Centro Einaudi
Venerdì 16 dicembre, 2011

1. A settembre 2011 ci si accorge che qualcosa si è inceppato nel circuito monetario: il denaro stenta a circolare, le banche sono diffidenti nel prestarsi denaro; un nuovo credit crunch che replica quanto avvenuto nel 2007-2008 a causa dei titoli tossici. In questo caso sono i debiti sovrani la miccia e la prima conseguenza è un’ondata di abbassamenti di rating (downgrade) da parte delle agenzie di rating, operazione che si ripeterà successivamente in un gioco al massacro che ancora non ha paletti.

Per contrastare la stretta creditizia, la Banca Centrale Europea, per la prima volta in maniera massiccia, si sostituisce al mercato prestando/investendo denaro a tassi minimi (1,2/1,5%). La maxi operazione di immissione di moneta nel sistema creditizio (quasi 500 miliardi di euro in una operazione a tre anni) ridimensiona il rischio di una crisi di liquidità, ma non ne risolve i problemi; anzi amplia le differenze fra le banche, con ripercussioni sulla capacità di espansione del credito all'economia: insormontabili differenze permangono fra le banche di maggiori dimensioni, che hanno accesso ai mercati, e quelli minori, che non riescono. Sotto una certa dimensione, infatti, non si può fare ricorso alla BCE e per quanto riguarda l’Italia questa complicazione è accentuata dalla rilevante presenza di banche piccole nel nostro Paese.

Nel giro dei tre mesi autunnali, lo scenario muta per la Germania – cioè la locomotiva europea – da una previsione di crescita del + 2 per cento ad un risicato + 0,4 a causa del rallentamento della ripresa, delle incertezze a livello globale e della crisi del debito nell'Eurozona.

2. A livello internazionale, molti timori sono rivolti verso la Cina, che non cresce al ritmo dei decenni passati (aveva tenuto un passo di circa il 10 per cento annuo); il mix flessione della crescita e aumento della popolazione/delle sue aspettative può provocare tensioni interne (scioperi, aumento del costo del lavoro) e acuire i problemi sopiti del loro settore bancario.

Anche l’export della Cina è in calo, a causa delle difficoltà dei suoi partner principali, l’Europa e gli Stati Uniti, che hanno ridotto le importazioni.  Inoltre, a ottobre ci sarà in Cina il 18° Congresso del Partito comunista, durante il quale due terzi dei burocrati che hanno occupato fino a oggi le poltrone più ambite del comitato permanente dell’ufficio politico del partito, del Consiglio di stato e della Commissione militare centrale andranno in pensione: un avvicendamento previsto ma di grandi proporzioni, di cui trapela poco.

3. Dopo le elezioni presidenziali in Russia, nel corso del 2012  ci saranno anche in Francia (22 aprile primo turno) e negli Stati Uniti (4 novembre): tutti snodi importanti per gli equilibri mondiali, con  Cina e Russia disposte a  finanziare l’euro in un’ottica anti-americana, per evitare un ulteriore avvicinamento dell’Europa agli Stati Uniti (la Cina possiede già circa il 15  per cento del debito italiano) e gli americani che ‘tifano’ per un euro al di sotto della parità con il dollaro. Citiamo infine, sempre a livello internazionale, anche le tensioni commerciali mal sopite fra Cina e Stati Uniti e la situazione mediorientale critica (dalla Siria, ai paesi del Maghreb ad Israele e l’Iran).

4. Sulla crisi dei debiti sovrani, invece, segnaliamo due criticità: la prima, relativa alla posizione della Cancelliera Merkel sugli eurobond. La BCE per statuto non può finanziare i Paesi dell’Eurozona, a meno che specificamente autorizzata dal Consiglio dei Ministri europei (unica deroga prevista) ma la Germania si oppone strenuamente a questo strumento, dimostrando una limitatezza di visione politica e di progettualità nei confronti dell’Europa e limitandosi a criticare le ‘cicale’ del Sud, almeno fino a quando i dati sulla disoccupazione e sull’export tedeschi non dovessero peggiorare.

La seconda criticità consiste nell’imposizione agli Stati europei in forte deficit di bilancio (Grecia, Italia, Spagna, Portogallo…) di manovre di rientro troppo rapide (3-5 anni), che aggrediscono fortemente il reddito disponibile delle famiglie e la possibilità delle imprese di investire, rendendo improbabile ogni accenno di ripresa.

5. Per quanto riguarda l’Italia, il “prezzo” per potersi nuovamente sedere con dignità in Europa a fianco di Francia e Germania è la manovra Monti. La prima parte, il cosiddetto decreto ‘Salva Italia’, andrà verificato con l’effettivo tasso di crescita rispetto a quello stimato nel documento. Probabilmente non basterà per il pareggio del bilancio nel 2013, ma deve servire per impostare la manovra strutturale.

La seconda parte, quella sullo sviluppo e la crescita, è ‘in lavorazione’ da gennaio e deve puntare a riforme a basso costo, liberalizzazioni, dismissioni e soprattutto ad una riforma del mercato del lavoro: qualche riflessione su questi temi è già stata accennata e ancora se ne parlerà su AL.

6. Proprio in queste settimane, che già hanno consentito un (almeno temporaneo) salvataggio in extremis della Grecia, si è profilato un importante nodo di scadenze dei debiti pubblici, a partire dai 200 miliardi di BTP (sommati ai 120-150 miliardi di Letras spagnoli e ad altre scadenze meno imponenti come quelle francesi ma che vanno a incidere nello stesso momento sullo stesso mercato). Al momento la capacità (dell’Italia ma non solo) di assorbire il debito è positiva e per giunta con tassi di rendimento in calo; quindi la tenuta dell’Euro ad ora non è stata compromessa, pur con una sostanziale ristrutturazione del debito della Grecia.

Per i prossimi anni, si potrebbe, a parità di altre condizioni, ipotizzare  l’innalzamento (controllato) dell’inflazione (4-5% annuo): in una quindicina d’anni (con un’ipotesi di crescita intorno al 3%) si avrebbe la possibilità di chiudere i bilanci con una restituzione del debito moderatamente svalutato.

7. Per pura speculazione teorica, infine, ci chiediamo anche cosa potrebbe succedere se l’euro nei mesi futuri non dovesse reggere. In estrema sintesi (e semplificazione) forse queste sarebbero le prime conseguenze:

- chiusura dello spazio finanziario dei singoli Paesi, con difficili risoluzioni giuridiche relative a società che hanno presenza all’estero,
- cambi fissi, richiesta alla banca centrale per avere valuta estera,
- divieto di export valutario,
- stampa di nuova moneta a cambio fisso/basso, con successiva graduale riapertura dello spazio valutario molto probabilmente con regole diverse.

E’ concepibile un tale scenario?

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