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Quando la dimensione conta. Le spinte al consolidamento nell'industria bancaria italiana

Il tratto più caratteristico della trasformazione del sistema del credito in Italia è dato dall'aumento della dimensione media d'impresa. Le recenti operazioni di fusione e aggregazione hanno dato nuova spinta a questo processo. A cosa serve la dimensione di una banca? Le banche italiane hanno oggi spalle sufficientemente larghe per sostenere i processi più delicati e strategici di crescita dell'economia italiana, accompagnando le imprese, anche di piccola e media dimensione, nello sforzo di diversificazione internazionale e di riposizionamento competitivo?

La stagione del consolidamento
Dopo la stagione delle privatizzazioni, uno dei processi più rilevanti del sistema bancario italiano è stato quello relativo alla concentrazione ed al consolidamento attraverso la crescita delle dimensioni medie d'impresa, con la comparsa di nuovi gruppi bancari di rilievo europeo. Le ultime operazioni di aggregazione fra Banca Intesa e Sanpaolo Imi e quella, appena annunciata, fra Unicredit e Capitalia, senza dimenticare quelle relativamente più piccole che hanno coinvolto il mondo delle Popolari (le operazioni fra Banca Lombarda e BPU, fra il Gruppo Popolare di Verona e Novara e la Popolare Italiana o ancora fra la Popolare di Milano e quella dell'Emilia Romagna) testimoniano quanto il sistema bancario stia continuando a vivere un periodo di intensa trasformazione.
In Italia, gli attivi coinvolti in processi di aggregazione e consolidamento sono cresciuti tra il 1992 ed il 2006 al tasso medio annuo composto del 20%. In Europa la crescita è stata del 13%, quasi la metà. Una recente indagine condotta da PriceWaterhouseCoopers ha sottolineato come nel 2006 quasi la metà delle operazioni di fusione ed acquisizione realizzate nel settore finanziario europeo sia avvenuta proprio in Italia.
A seguito di tali processi la quota di mercato - misurata in termini di totale attivo - dei primi cinque gruppi bancari italiani (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Capitalia, il costituendo gruppo Banco Popolare e Mediobanca) è passata dal 29% nel 1990 – una percentuale al di sotto del valore medio europeo, allora pari a 35% - al 55% a fine 2006, pari al livello medio europeo. Il mercato bancario italiano è divenuto il secondo mercato europeo per capitalizzazione complessiva di Borsa. Di fronte a questo "salto dimensionale", vale la pena interrogarsi su quanto la dimensione d'impresa possa contare e a che cosa serva in particolare per un'impresa bancaria. 

A cosa serve la dimensione di un'impresa bancaria?
Le motivazioni economiche più comunemente sostenute per difendere la bontà dei processi di aggregazione e consolidamento fra banche sono date dai supposti risultati di maggiore efficienza, riconducibili in estrema sintesi alla possibilità di raggiungere soglie critiche tali da consentire un più significativo sfruttamento delle economie di scala e di scopo.
Qui si intende introdurre un punto di vista diverso, non necessariamente alternativo anche se si è convinti che l'efficienza d'impresa sia più direttamente collegata alla contendibilità degli assetti proprietari che alla loro dimensione operativa.
Il tratto più significativo di questi ultimi anni mi pare la rapidità con cui si è verificata l'apertura a livello internazionale della nostra economia nazionale. Un processo che si traduce in grandi dimensioni di flussi finanziari da intermediare, nell'esigenza di gestire gli investimenti in ingresso e in uscita dei sistemi economici nazionali e nella capacità di assecondare i processi di fusione ed acquisizione dell'industria e dei servizi dovuti all'aumento delle soglie operative minime per competere sui mercati globali. Per ogni tipo di impresa, essere grandi significa essere sufficientemente dimensionati per sostenere il rischio finanziario e la complessità gestionale associati a questi processi. 

L'entità dei flussi finanziari internazionali da intermediare e i processi di M&A
Quale indicatore dei flussi finanziari internazionali possiamo prendere gli investimenti diretti esteri. Nel 2005 si è evidenziato un flusso di investimenti diretti internazionali che ha raggiunto la cifra di 916 miliardi di dollari, di cui 334 - raddoppiati dal 2002 - sono gli investimenti diretti nei paesi emergenti. L'Italia intercetta un misero 2% di questi flussi, collocandosi in questo contesto tra gli ultimi posti in Europa, con flussi di entrata pari a 1/3 della Francia e 1/9 del Regno Unito.
Per un primo confronto internazionale, si può supporre che il rischio di una operazione di investimento estero sia proporzionale alla sua dimensione complessiva. Ebbene, i primi cinque gruppi bancari italiani presentano – anche dopo le ultime operazioni di aggregazione che hanno condotto alla nascita di Unicredit e Intesa Sanpaolo - una capitalizzazione media inferiore rispetto ai primi competitori inglesi, francesi, olandesi, spagnoli (vedasi grafico allegato). Se si confronta la dimensione degli intermediari finanziari nazionali – misurata dalla capitalizzazione media dei primi 5 gruppi bancari - con i flussi di investimenti diretti esteri appena detti, nonostante essi siano inferiori rispetto ai partner comunitari, si osserva una relazione positiva fra la quota dei flussi e la capitalizzazione media dei sistemi bancari dei paesi europei.
Nei confronti delle controparti bancarie europee, sembra dunque che le banche italiane non abbiano ancora pari margini e sufficiente dimensione per sostenere il rischio di operazioni di investimento estero, in entrata come in uscita. Operazioni che avvengono nel sistema inglese, francese o tedesco, che in linea di principio dovrebbero coinvolgere - ed è auspicabile che coinvolgano - anche il sistema industriale italiano.
Se poi osserviamo i processi di Merger & Acquisition dobbiamo constatare che, dopo il picco del 2000 in cui si chiusero quasi 800 operazioni di M&A nel nostro Paese, il numero di deal è in crescita dal 2004 sia in termini di numero di operazioni - lo scorso anno se ne sono contate 467 - sia in termini di ammontare complessivo (nel 2006 hanno raggiunto la cifra di 100 miliardi di euro di controvalore). Esaminando i dati delle transazioni rilevati dall'Osservatorio M&A dell'Università Bocconi, in Italia si nota che le operazioni più grandi sono state tutte organizzate dalle grandi banche d'affari internazionali. Negli ultimi 4 anni la prima banca italiana per l'assistenza a operazioni di Merger & Acquisition con controllante italiana è Mediobanca, al secondo posto dopo Lazard, seguita da JPMorgan, Goldman Sachs, Merril Lynch, Rothschild e Citigroup. Solo al nono posto troviamo il Medio Credito Centrale controllato da Capitalia. Se si considera il valore medio dei deal organizzati, le operazioni di dimensione media maggiore sono andate nell'ordine a Goldman Sachs, Merril Lynch, Citigroup, JPMorgan. 

Qualche considerazione conclusiva
Si sono presentati pochi dati, da cui però emerge il problema delle capacità delle banche italiane di sostenere i processi più delicati e strategici di crescita dell'economia del Paese, intermediando verso e dall'Italia flussi finanziari internazionali e assecondando le imprese, anche di piccola e media dimensione, nello sforzo di diversificazione internazionale, di riorganizzazione gestionale e operativa, di riposizionamento competitivo.
La crescita e la portata degli investimenti necessari a sostenere questi processi richiedono infrastrutture finanziarie adeguate perché i rischi associati e la complessità gestionale sono rilevanti. La solidità anche dimensionale degli intermediari finanziari rappresenta una premessa indispensabile e decisiva.

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