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La leva fiscale e l'Europa unita

Nei giorni scorsi, è arrivato un cartellino giallo della Commissione Europea al disegno di legge di stabilità. I giornali italiani non hanno dato un particolare peso alla notizia, ma si tratta di un fatto importante che indica come le recenti norme e i recenti accordi in materia economica possano essere usati per "commissariare" la politica economica di un paese dell'Unione. Anche se in linea teorica il potere decisionale in questa materia rimane saldamente nelle mani di governi e parlamenti nazionali, quanto si va profilando potrebbe avere l'effetto opposto, mettendo la Commissione europea nella condizione di dirigere dall'alto la politica economica dei paesi della zona euro. Se questo dovesse accadere, la leva fiscale verrebbe messa nelle mani di Bruxelles, con le conseguenze che proviamo qui a immaginare.

1. Il potere della Commissione di rivedere le decisioni di bilancio dei paesi membri della zona euro è previsto nel cosiddetto Two-Pack, il pacchetto di due regolamenti entrato in vigore nel maggio scorso. Questo pacchetto ha completato il ridisegno della governance fiscale dell'Eurozona intrapreso con il cosiddetto Six-Pack, in vigore dal dicembre 2011 e applicabile in larga misura anche ai paesi UE non-euro. Al Six-Pack è seguito il Fiscal Compact, in vigore dal 1 gennaio di quest'anno.

In particolare, il Two-Pack prevede appunto che gli stati membri della zona euro siano tenuti a inviare entro il 15 ottobre di ogni anno la loro bozza di bilancio alla Commissione, e a iniziarne la discussione in Parlamento solo dopo che quest'ultima abbia formulato il proprio parere. È proprio su questa base che il governo italiano ha inviato per la prima volta a Bruxelles il ddl di stabilità, e Bruxelles come detto ha espresso un giudizio sfavorevole, ritenendo che non faccia abbastanza per ridurre il debito pubblico, e rischi quindi di violare le regole del Patto di Stabilità e Crescita, come modificato appunto dal Fiscal Compact.

In effetti, le stime della Commissione prevedono una crescita nel 2014 del debito pubblico italiano, in percentuale sul PIL già il secondo più grande d'Europa dopo la Grecia, dal 133 al 134 del PIL, nonostante un (previsto) calo del deficit dal 3 al 2,7% del PIL.

Inoltre, la Commissione ha ritenuto che la legge di stabilità, prima ancora di passare attraverso il famigerato assalto alla diligenza del fuoco di emendamenti parlamentari, faccia troppo pochi progressi nel consolidamento strutturale dei conti pubblici, rischiando così di disattendere le raccomandazioni fatte dal Consiglio in sede di Semestre Europeo, un altro meccanismo introdotto per il monitoraggio continuo delle finanze pubbliche europee, e per cercare così di evitare il ripetersi di crisi del debito sovrano come quelle dell'estate 2011.

Infine, i commissari europei hanno espresso parere contrario alla possibilità per l'Italia di avvalersi della cosiddetta clausola sugli investimenti, ovvero quella regola del Patto di Stabilità e Crescita (art. 5[1] Regolamento 1466/97, come modificato dal Six-Pack) che, a certe condizioni, consente agli Stati Membri che non siano sotto procedura per deficit eccessivo di escludere, dal computo delle spese pubbliche in bilancio, quelle per investimenti produttivi. Poiché l'Italia è appena uscita dalla procedura per deficit eccessivo, il governo, che prevedeva per il 2014 un deficit al 2,5%, sperava di ottenere la deroga dalla Commissione, ma quest'ultima, stimando un deficit 2014 al 2,7%, lo ha ritenuto troppo vicino alla soglia critica del 3%, e ha dunque affermato che i margini di manovra per l'Italia sono troppo stretti (salvo poi effettuare una parziale marcia indietro una settimana dopo, con il vice-Presidente Olli Rehn che ha dichiarato che l'Italia potrà forse far uso della clausola sugli investimenti).

2. In ogni caso, secondo il Two-Pack l'ultima parola spetta ancora al governo nazionale, nel senso che la Commissione non ha il potere di imporre l'inclusione di determinate misure, o di opporsi ad altre, bocciando in tutto o in parte un progetto di bilancio nazionale.Ha soltanto il potere di emettere degli avvertimenti, come ha fatto appunto con riguardo all'Italia.

Poteri più penetranti sono assegnati alle autorità europee dall'art. 126 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea, che consente al Consiglio, su proposta della Commissione, di aprire una procedura per deficit eccessivo, che può condurre all'irrogazione di sanzioni economiche anche consistenti.

Ma il massimo di cessione di sovranità avviene per effetto del Fiscal Compact, e in particolare della disposizione che prevede l'obbligo di ridurre ogni anno il disavanzo per quei paesi che si trovano oltre la nota soglia del 60% del PIL, nella misura di un ventesimo del loro debito eccedente tale soglia (art. 4 del Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell'Unione Economica e Monetaria). L'Italia, che come detto viaggia su un rapporto più che doppio rispetto a quello massimo consentito, si troverà quindi a dover fare i conti dal 2015 (per via di un periodo di proroga di tre anni per chi è appena uscito da una procedura di deficit eccessivo) con l'obbligo di abbattere il debito di quasi 60 miliardi l'anno, circa 4 punti di PIL, pena l'innesco di meccanismi automatici di correzione e ulteriori sanzioni.

Dalla discussione sulla legge di stabilità sembra emergere scarsa consapevolezza nell'opinione pubblica, ma anche nella stessa classe politica, sul fatto che questo potrebbe verosimilmente essere lo scenario che attende l'Italia di qui a meno di due anni.

Oltre a cercare di aumentare il grado di informazione sull'argomento, ci si può chiedere se le regole in questione siano da accogliere con favore oppure no. Da un lato, si pone il solito problema del sostanziale commissariamento del nostro paese, ad opera delle autorità europee, che tali norme disegnano, uno scenario che fa apparire l'Italia come sostanzialmente non in grado di badare a se stessa, e la sua classe politica come irresponsabile al punto da dover essere imbrigliata oltre ogni possibilità di movimento.

D'altro canto, di per sé l'obbligo di abbattere finalmente l'enorme debito pubblico non può che essere salutato con favore da chi attribuisca un valore elevato alla responsabilità fiscale, e sia consapevole che purtroppo da sola l'Italia non è stata in grado di incamminarsi lungo questa via, ma anzi ha continuato a far crescere il proprio stock di debito fino a livelli insostenibili, fino a quando non sono appunto intervenuti soggetti esterni.

Tuttavia, anche apprezzando di per sé l'obbligo di riconduzione del debito in vent'anni al famoso valore del 60%, mai preso sul serio neppure quando fu originariamente introdotto, rimane comunque la questione fondamentale di come si procederà a ricavare quei sessanta miliardi l'anno: sul piano della politica economica, infatti, tale saldo si può ottenere sia con un aumento della pressione fiscale, sia con un mix di dismissioni del patrimonio pubblico e riduzioni di spesa che, a parità di gettito fiscale, consentano di liberare risorse da destinare a soddisfare i creditori.

Come ognun vede, si tratta di impostazioni opposte. Realisticamente, recenti dichiarazioni del ministro Saccomanni e del vice-ministro Fassina, che hanno sostenuto l'impossibilità politica di trovare coperture per scongiurare ad esempio allo stesso tempo l'aumento dell'IVA e confermare la parziale eliminazione dell'IMU, e le stesse decisioni di questi giorni di vendere effettivamente pacchetti azionari di società pubbliche, ma mantenendo ancora la golden share, inducono a dubitare seriamente del fatto che la via principale potrà essere quella della riduzione del perimetro pubblico.

Per dare un'idea delle proporzioni, il gettito cui il governo ha rinunciato confermando (per ora) la cancellazione anche della seconda rata IMU sulla prima casa è di “soli” 2,4 miliardi, mentre non si è trovato 1 miliardo per posticipare di tre mesi l'aumento dell'IVA, e tanto meno 4 miliardi per posticiparlo di un ulteriore anno. D'altro canto, la spending review che era stata varata dal governo Monti prevedeva tagli per 26 miliardi in tre anni, mentre quella attuale affidata a Carlo Cottarelli ne prevede 32 sempre in tre anni.

Di fronte a queste cifre, che pure hanno determinato fortissime tensioni politiche, 60 miliardi all'anno per vent'anni paiono una cifra al di là di ogni praticabilità, e quindi l'unica via realistica per il suo reperimento pare essere quella di un ulteriore inasprimento dell'imposizione fiscale su famiglie e imprese, che assai difficilmente, però, sembrano poterlo reggere.

3. Quale che sarà la soluzione di questa impasse, con ogni probabilità gli spazi di manovra per i futuri governi italiani saranno estremamente ridotti. Una rinegoziazione degli obblighi farebbe perdere per sempre di credibilità a qualunque vincolo imposto dall'UE e a qualunque assunzione di responsabilità da parte del governo italiano. A meno che non si materializzi d'improvviso una volontà politica condivisa di ridurre in modo massiccio il portafoglio di asset pubblici e la spesa pubblica, i governi italiani si troveranno a lungo di fronte alla non esaltante alternativa di aumentare il carico fiscale, o di trovarsi con il cerino in mano del non poter più onorare i debiti contratti. Uno scenario sfiorato per un pelo nel 2011, e che, alla luce dei numeri sopra descritti, rischia di ripresentarsi di nuovo. Solo che questa volta pare esserci ben poco spazio per una manovra evasiva.

 

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