Ricerche e Progetti

Omogenitorialità I: quale politica per le evidenze empiriche?

Fin dalla sua pubblicazione sulla rivista scientifica Social Science Research nel giugno 2012, lo studio del professor Mark Regnerus sulla genitorialità omosessuale ha fatto scalpore, suscitando discussioni e critiche non solo in ambito scientifico, ma anche politico. La ricerca, che ha tentato di dimostrare linadeguatezza delle persone omossessuali nel ruolo di genitori, è stata infatti utilizzata dai conservatori americani come evidenza scientifica nei dibattiti pubblici contro i diritti degli omosessuali. In realtà, uninchiesta accurata svolta in ambito accademico ha evidenziato come lo studio di Regnerus abbia utilizzato criteri del tutto inadatti nella raccolta dei dati, ne ha criticato la rilevanza statistica e, conseguentemente, ne ha messo gravemente in dubbio le conclusioni. L'inconsistenza dei dati esaminati nello studio emerge anche da dichiarazioni rilasciate in seguito dall'autore stesso. Il caso di Regnerus e del suo studio (apparentemente) rivoluzionario è importante non solo per ribadire il ruolo dei tecnici nellambito politico, ma anche per capire lo spazio che le evidenze empiriche devono avere nel dibattito pubblico.

1. Nell’estate del 2012 Mark Regnerus, professore associato di sociologia presso l’Università di Austin in Texas, pubblica uno studio mirato a sovvertire la convinzione della American Psychological Association circa l’assoluta non pericolosità della genitorialità omosessuale. I dati di Regnerus, pubblicati su una importante rivista di sociologia, la Social Science Research, sembrano infatti indicare che i figli di genitori omosessuali sono più propensi al suicidio, al tradimento, alla disoccupazione, alla non-realizzazione personale rispetto ai figli di genitori eterosessuali. A partire dai risultati della ricerca, sembrerebbe assolutamente svantaggioso e dannoso nascere da genitori omosessuali: la possibilità di diventare agenti autonomi e realizzati sarebbe infatti altamente difficoltosa.

I dati di Regnerus forniscono una importante arma ai detrattori dei diritti degli omosessuali perché basati su delle supposte basi scientifiche e, in questo senso, oggettive e neutrali rispetto alle diverse convinzioni morali e politiche sull’argomento. Non è certo un caso che nel dibattito pubblico americano gruppi conservatori abbiano utilizzato e utilizzino lo studio di Regnerus per giustificare la propria opposizione all’omogenitorialità e al matrimonio tra persone omosessuali. Per capire l’enorme impatto che tale ricerca sta avendo basta pensare alla sua influenza a livello legislativo: non solo lo studio viene citato ogniqualvolta una nuova legge viene proposta in materia di diritti degli omosessuali e nei vari casi giudiziari che riguardano la cosiddetta marriage equality negli Stati Uniti. Anche a livello internazionale tale studio costituisce una risorsa argomentativa contro la tutela delle coppie omosessuali. Esso è stato utilizzato in Croazia durante la campagna per il referendum per cancellare il matrimonio omosessuale; nel Regno Unito dal gruppo politico Gay Marriage No Thanks; in Francia nelle discussioni per l’approvazione della legge sul matrimonio gay passata nel 2013; in Russia, dove le ricerche di Regnerus hanno fortemente influenzato la nuova e durissima ondata di leggi discriminatorie nei confronti degli omosessuali .

2. Ma i dati raccolti e presentati da Regnerus sono affidabili? Anche grazie al dibattito accademico e non che si è sviluppato a partire dalla pubblicazione dello studio, è possibile dare una risposta chiara e semplice a questa domanda: no.

La ragione principale per cui la ricerca di Regnerus è inattendibile risiede nel modo in cui i dati sono stati raccolti. La ricerca esamina circa 3000 persone tra i 18 e i 39 anni, di cui 163 allevate da coppie lesbiche e 73 da coppie gay. Il problema è il modo in cui questi 206 individui sono stati selezionati. Quello che si è scoperto è che l’autore ha falsato il campione, cercando figli di genitori omosessuali tra quelle famiglie con un maggior numero di fattori di rischio psicosociale e chiedendo solo agli intervistati che avevano raccontato della separazione dei propri genitori biologici se questi avessero avuto una qualche relazione omosessuale, anche occasionale. Non è certo casuale che Regnerus abbia trovato che fra tutti i 206 adulti identificati come “cresciuti da genitori omosessuali”, solo in due casi la nuova coppia fosse stata unita per 18 anni e solo in sei per più di 10 anni. Nella maggior parte del campione, gli intervistati hanno dichiarato di aver vissuto con il nuovo partner del genitore biologico considerato omosessuale per meno di un anno, o di non averci mai vissuto. Il vizio è piuttosto evidente: il gruppo delle famiglie omosessuali è stato configurato in modo scorretto e pensato per ricalcare circostanze di instabilità familiare. Tutti i 206 individui sono stati inseriti nello stessa categoria senza alcuna indagine sulla vera natura delle relazioni dei genitori (avere una esperienza omosessuale e avere un compagno dello stesso sesso per tutta la vita sono due cose piuttosto diverse) e senza controllare per quanto tempo avessero vissuto con gli ipotetici genitori omosessuali.

Invece di chiedere agli intervistati se erano stati allevati da genitori omosessuali, Regnerus ha semplicemente chiesto se il padre o la madre avessero mai avuto un qualche rapporto di tipo omosessuale, a prescindere dalla sua durata e intensità. E per ogni risposta affermativa ha semplicemente inserito loro nella quanto mai vaga e generale casella dei “genitori gay”. Come spiega John Corvino, professore di filosofia della Wayne State University di Detroit, i dati dello studio di Regnerus sono irrilevanti dal punto di vista statistico perché includono detenuti etero che in carcere fanno sesso con altri uomini per sfogarsi; una coppia gay di lungo corso che adotta (negli Usa è possibile) bimbi portatori di handicap; una donna quarantenne che scopre la sua omosessualità quando i figli sono cresciuti, divorzia dal marito e inizia una storia con un’altra donna; una prostituta sposata eterosessuale che occasionalmente offre i propri servizi alle donne; una lesbica che fa un figlio grazie all’inseminazione artificiale e lo cresce con la sua compagna; uomini sposati con un amante del loro stesso sesso”. Insomma, la ricerca di Regnerus si limita a corroborare una tesi ampiamente diffusa e difficile da mettere in dubbio, ovvero che l’instabilità e la disgregazione familiare siano elementi negativi per il benessere delle persone.

3. La storia di Regnerus mette in luce, a mio avviso, due importanti questioni. La prima, di carattere etico, riguarda la serietà degli scienziati, o più in generale dei tecnici impegnati in argomenti di interesse pubblico. Non si tratta solo di una questione individuale legata a Regnerus in quanto studioso e alla costruzione del suo database, anche se non fa certo male ricordare che, come scrive Habermas, “l’intellettuale deve fare pubblico uso del sapere professionale di cui dispone. Senza essere imparziale, deve esprimersi nella piena coscienza della propria fallibilità. Deve limitarsi a temi pertinenti, contribuendovi con informazioni oggettive e argomentazioni quanto migliori possibili”. Il problema è in realtà molto più serio se si pensa alla facilità con cui lo studio di Regnerus è stato pubblicato su una rivista scientifica internazionale in cui peraltro vige la norma selettiva della revisione fra pari. Non solo in quell’occasione Regnerus ha chiesto all’editore della rivista di accelerare i tempi di revisione e pubblicazione, ma si è anche scoperto che la commissione che ha esaminato e giudicato il suo lavoro era, in maggioranza, composta da persone in qualche modo legate allo studio stesso e ai suoi finanziatori. La ricerca sulla omogenitorialità è stata infatti finanziata con 800,000 dollari da due delle più importanti associazioni dell’ala conservatrice statunitense, il Witherspoon Institute e la Lynde and Harry Bradley Foundation, la cui sfera di influenza si estende anche nel mondo accademico. Ovviamente, il problema non sta nella revisione fra pari di per sé e neppure nel fatto che associazioni di stampo politico possano commissionare e promuovere studi scientifici. Al contrario, la questione riguarda l’integrità con cui il mondo accademico opera, in particolare quando si tratta di temi esplosivi per il dibattito pubblico.

Il caso Regnerus, però, pone anche un interrogativo diverso, che riguarda il modo in cui i dati scientifici possono e devono essere utilizzati nella giustificazione di riforme politiche o leggi. Nella valutazione di determinate politiche pubbliche non è certo un errore cercare di capire quali effetti tali politiche hanno o potrebbero avere sulla scorta di dati e resoconti empirici. La descrizione della realtà è senza ombra di dubbio una considerazione fondamentale per giudicare l’efficacia di un certo provvedimento. Allo stesso tempo, però, questioni eticamente controverse, come è quella dei diritti degli omosessuali, non posso essere decise sulla scorta di descrizioni. Il fatto che nascere da una coppia omosessuale potrebbe produrre un maggiore svantaggio sociale non dice nulla circa la desiderabilità di una società in cui sono garantiti i diritti di tutti – del resto il fatto che nascere in una famiglia povera significa avere un benessere minore non implica che le famiglie povere non dovrebbero avere diritto alla genitorialità. Il punto è che se quella dei diritti degli omosessuali è una questione di giustizia, essa non può essere inficiata da dati che descrivono la realtà presente, del qui e ora. Proprio per la potenza retorica che i numeri e i dati possono avere, è fondamentale capire che la descrizione è muta nei confronti della normatività: il modo in cui le cose vanno non ci dice nulla su come le cose dovrebbero andare.

 

 

 

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