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Il Discorso politico de "La Grande bellezza"

Quindi alla fine La Grande bellezza ha vinto lOscar come miglior film in lingua straniera. Era dal 1999 che un film italiano non vinceva una statuetta agli Academy Awards, e la stampa italiana è in festa. Certo non mancano le critiche al film, anche le più feroci. Una di esse mi pare particolarmente azzeccata. Si tratterebbe di un film da export, non confezionato per il mercato italiano. L'ineffabile critico letterario Alfonso Berardinelli si è prodigato in un lungo articolo spiegando come in realtà la Roma raccontata nel film non sia quella vera. Roma non è bella. Fa schifo, e la pellicola sarebbe un denso condensato di stereotipi. Secondo me la critica coglie nel segno, solo che mi limiterei alla parte neutra del giudizio. La Grande bellezza è un film italiano fatto per lexport. Il mercato c’è e la domanda cresce. È da tempo infatti che allestero ci si interroga su come sia potuto succedere che il Bel Paese si sia ridotto com'è ridotto oggi. Ce lo chiediamo noi e se lo chiedono loro. Se lo è chiesto anche Paolo Sorrentino, e si è dato una risposta. La risposta è La Grande bellezza.

 

1. Prima di venire alla risposta che si è dato Sorrentino occorre fare un passo indietro, anzi, due. Primo passo indietro: il potere non ha fondamento. Secondo alcuni, tutti i regimi si fondano su di un atto costitutivo ch’è pura violenza - o violenza pura, come la mise Benjamin. Secondo altri, sono solo i regimi non democratici che sono privi di legittimità. Fra costoro si possono distinguere due gruppi. Nel primo cadono quelli che fanno iniziare la legittimità di un regime democratico-costituzionale nell’attimo successivo alla rivoluzione, evitando così del tutto il problema dell'uso politico della violenza. Nel secondo, cadono coloro che la fanno fanno iniziare con la rivoluzione che li ha formati. Per quest’ultimo gruppo, il regime instaurato con la violenza sospende la violenza nella legittimità. Quest’ultimo gruppo si divide quindi in due: quelli che parlano di ipocrisia e ritengono che dietro ogni azione legittima si celi comunque la violenza. e quelli che comprendono la natura convenzionale della legittimità e gioiscono quindi dei limiti in cui è posto il discorso politico di una democrazia deliberativa. Noi liberali apparteniamo a quest’ultimo gruppo. Per tutti gli altri c’è La Grande bellezza.

Secondo passo indietro. Se la legittimità di uno Stato può solo essere fondata sulla convenzionalità di un dettato costituzionale, che cosa accadeva storicamente nei regimi pre-costituzionali? Come poteva essere giustificato un potere sovrano come la monarchia assoluta? Non poteva, se non nella forza. Chi è forte è legittimato a governare dalla sua stessa forza. Nietzsche non solo vedeva nella forza l’origine di ogni legittimità, ma addirittura vedeva in essa l’origine stessa della morale. Solo chi è forte può essere generoso, perché solo chi è forte ha qualcosa da dare e non ha nulla da chiedere. Il Cristianesimo avrebbe coperto questa origine virtuosa della morale dietro il concetto di malvagità, che non sarebbe un concetto morale proprio, ma una maschera. Essendo il Cristianesimo non la religione di un popolo libero ma degli schiavi romani, il suo successo avrebbe messo le catene a tutti, negando la vita invece di plasmarla nel coraggio, virtù aristocratica e non plebea. A questi paradossi giunge chi nega la natura convenzionale della legittimità. Fatto umano, e quindi soggetto ai limiti della fallibilità e quindi perfettibile. Vere virtù civili di ogni società democratica.

2. Fatte queste due premesse, veniamo al Barocco - l’orizzonte in cui si muove La Grande bellezza. Se il potere può solo essere legittimato dalla forza, come funziona in pratica? Ce lo siamo chiesti tutti su banchi di scuola. Come facevano i sudditi di quei pagliacci incipriati a non rendersi conto che i numeri erano dalla loro? Perché si è tardato così tanto a prendere la Bastiglia? La risposta è che prima occorreva prendere Versailles.

È a Versailles che il barocco giunge al suo apogeo nei fasti del rococò. Se è la forza a legittimare il potere del re, di fronte al popolo la sua legittimità risiede nello splendore che avviluppa la sua persona. Ernst Kantorowicz distingueva tra il corpo fisico e il corpo metafisico del sovrano. Per conferire un’aura metafisica a ciò che possiede la sola natura fisica fu inventato lo splendore - unica e vera scoperta politica dell’occidente cristiano pre-illuminista. Prendendo in prestito le vesti e i riti con cui la Chiesa medievale cercava di trasmettere il proprio messaggio salvifico - che non è di questa terra - le monarchie assolute europee svilupparono un sistema di rappresentazioni atte a conferire potere tramite la messa in scena del potere sovrano.

È questa l’origine politica di ogni moderna rappresentazione dell’occidente europeo, perché ogni rappresentazione fu messa al servizio dello splendore dogale e principesco, e quindi monarchico, dal Rinascimento alla rivoluzione francese. Solo nell’ottocento borghese l’artista inizia a mettersi al servizio di un altro potere, quello meramente economico, con risultati spesso ambigui perché quest’altro potere ha poi iniziato ad usare le rappresentazioni come le usava il sovrano assoluto. Nello spazio pubblico, costruito dall’assetto costituzionale, dovrebbe vincere l’argomento migliore, sosteneva Habermas. Ma se questo spazio è saturo di rappresentazioni, di spettacolo, poi è inevitabile che vinca un Berlusconi, a prescindere dalla bontà del suo argomentare.

Solo con la caduta di Versailles le plebi si accorgono che il re è nudo, e che decapitarlo è un gioco da ragazzi. Almeno all’apparenza. Ma l’apparenza, in questa storia è tutto. 

La Grande bellezza ritorna sulla scena vuota della potenza espressiva del barocco e gode dei fasti delle rovine. È già successo svariate volte nella storia dell’arte italiana. Il motivo è semplice. È sempre esistito un mercato per queste opere. Mercato fatto per lo più di stranieri in viaggio in Italia.

Il gusto della rovina per il viaggiatore nordico è duplice. Da un lato gode di un qualcosa che non conosce e non gli appartiene, soprattutto se proviene da un paese della Riforma protestante. La macchina per produrre splendore è ancora lì, anche se il corpo fisico del sovrano da glorificare non c’è più. O meglio, c’è, ma è una vestigia anch’esso. Il potere pontificio - con il suo fasto da monarchia assoluta - è per un non cattolico una curiosità inesplicabile. Un anacronismo vivente, come se fosse d'improvviso comparso un dinosauro. Il secondo motivo di godimento è il pensiero che per quanto tutto questo possa apparire bello al viaggiatore, si tratta solo di un viaggio, e come ogni viaggio anche il Grand Tour avrà termine. Una volta a casa, si appenderanno i quadri delle rovine in salotto e tutto sarà un bel ricordo, reso ancor più bello dalla distanza. A nessuno di loro era sfuggito il motivo per cui le “figure fra le rovine” (come le chiamava Churchill) fossero vestiti di pezze. La decadenza italiana è mirabile, finché si mantiene una certa distanza. Il peggiore dei mali, per un inglese, era il connazionale che per economia, peccato, o vizio, rimaneva troppo a lungo in Italia. Per costoro, English Italianate faceva sempre rima con devil incarnate.

La Grande bellezza è un prodotto d’esportazione, come del resto tutti i prodotti del Made in Italy, che altro non sono che l’evoluzione dei servigi che l’italiano rendeva al turista in visita. Scarpe, abiti, valigie, carrozze, cibo e intrattenimento. Non a caso le nostre vetture più belle si chiamano gran turismo. Ma non dimentichiamoci il risvolto di questo successo d’esportazione. Vivere fra le rovine del barocco, fra lo splendore dei palazzi e dei giardini - che più sono belli, più sono incolti - è godere di una rappresentazione di un potere che non c’è più. O non ci dovrebbe essere più. Invece, parassiticamente, ritorna. Perché, come ripete ossessivamente Marco Pannella, l’Italia è il paese delle controriforme dove mai vi fu una riforma.

3. Ha ragione Berardinelli. La Roma attuale fa schifo. Ma fa schifo proprio perché il mito della “grande bellezza” perdura. Il suo splendore ancora ci consola di tutto ciò che in questo Paese non funziona. Perché a questo punto è chiaro a tutti che l’Italia non è fondata su di una costituzione fungibile (che non a caso viene cantata dai guitti come la più “bella” del mondo) e organizzata intorno a uno spazio pubblico virtuoso (uno spazio in cui l’unica forma di rappresentazione ammessa è quella espressa da voto, e non quella spettacolare, che intrattiene senza educare, come fa la nostra televisione cosiddetta “pubblica”).

Ma l’Italia non è il Paese della parola o del libro. È uno splendido giardino incolto in cui l’unica virtù possibile è l’ipocrisia. Il re è nudo. Ma non è buon gusto dirlo. Come narra Paolo Sorrentino nel suo film. Che raccomanderei a ogni straniero che vuole capire l’Italia. Un Paese che per vizi atavici si concentra troppo sul bello, e troppo poco sull’utile e sul buono.

 

 

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