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La botte piena e la Germania ubriaca, l’europrogramma del M5S

Con le elezioni europee sempre più vicine, la campagna elettorale entra nel vivo. Sembra quanto mai opportuno allora un po’ di fact checking delle affermazioni e dei programmi dei principali schieramenti politici, a cominciare da quello che si preannuncia in grado di capitalizzare al meglio sul sentimento antieuropeo diffuso in larghe fette dell’elettorato, un sentimento che esso stesso ha sapientemente alimentato e che sembra in grado di portargli in dote ancora molti consensi. Ci riferiamo, naturalmente, al Movimento Cinque Stelle.

1. In particolare, merita una particolare attenzione il discorso del leader pentastellato Beppe Grillo in occasione della sua visita all’Expo di Milano. Dopo aver criticato pesantemente l’iniziativa e la gestione dell’esposizione universale nel capoluogo lombardo, paragonandola a una grande opera come la Tav o il Ponte sullo Stretto, il comico divenuto politico ha affermato: «l’Unione Europea deve tornare a essere la Comunità Europea, mettendo in comune i debiti, come fecero gli Stati americani, quando diventarono uniti, ridiscutendo i vincoli di bilancio e togliendo il fiscal compact». E quindi la minaccia: altrimenti «faremo un referendum sulla sovranità monetaria e saranno gli italiani a decidere se vogliono uscire dall’euro o restarci».

Sul merito (euro sì / euro no), ciascuno può naturalmente pensarla come meglio crede, e tra un momento cercherò di fornire alcuni elementi di riflessione al riguardo. Ma prima di tutto mi interessa mettere in rilievo la formidabile contraddizione insita nelle parole del leader del Movimento Cinque Stelle: da un lato, egli invoca la mutualizzazione, o socializzazione dei debiti; dall’altro lato, però, invoca una riappropriazione della sovranità perduta, a cominciare da quella monetaria. Peccato, però, che, dei due obiettivi, uno escluda necessariamente l’altro.

2. Quando invoca la messa in comune del debito pubblico italiano con quello degli altri paesi, in parte sul modello di quanto avvenne effettivamente con l’unificazione degli Usa, Grillo non enuncia una tesi inedita: nel panorama politico e intellettuale, sono in molti ad invocare l’unione dei debiti pubblici, e sono diffusi in modo bipartisan un po’ in tutti gli schieramenti. Questa proposta si basa sull’idea che si possa e si debba costituire un popolo europeo, e che ciò passi attraverso l’unificazione politica e fiscale del continente, la quale a sua volta non può che realizzarsi tramite l’assunzione di reciproche garanzie sui debiti.

È possibile formulare forti obiezioni a questa prospettiva, ma il punto che vorrei mettere in luce è che onestà intellettuale vorrebbe che chi la propugna riconoscesse che essa implica una cessione completa e definitiva di sovranità da parte degli Stati nazionali, e in particolare dell’Italia. Infatti, se si chiede agli Stati fiscalmente più responsabili, Germania in primis, di garantire per i vastissimi debiti degli euro-deboli, a cominciare dall’Italia, non è pensabile che gli Stati che accettano di farsi carico di oneri altrui lo facciano senza contropartita. A meno che non si tratti dei genitori con i figli, non si è mai visto nessuno che accetti di far da fideiussore di un debito di un altro soggetto senza ricevere nulla in cambio.

Inevitabilmente, in assenza di particolari garanzie di tipo reale, la contropartita potrà consistere soltanto nella cessione al “fideiussore” del potere di comandare in casa propria: così come avviene in qualunque transazione commerciale, chi finanzia o fa comunque da garante potrebbe del tutto legittimamente chiedere di ingerirsi nelle scelte di gestione del finanziato/garantito, poiché ne va della sua possibilità di riavere indietro o comunque non rimetterci i propri soldi. Allo stesso modo, solo un ingenuo potrebbe pensare che la Germania accettasse di garantire per il debito pubblico italiano, senza esigere che l’Italia accetti di farsi dettare la politica economica da Berlino.

Eppure, Grillo propone proprio questo: i contribuenti tedeschi siano solidali con il popolo italiano e ripianino decenni di spesa pubblica clientelare dei suoi rappresentanti, ma allo stesso tempo non si permettano di dire come i governanti italiani dovrebbero impiegare gli euro generosamente spediti da Berlino. Questa finta ingenuità, che in realtà nasconde una grande sagacia politica (perché questa posizione riscuote grande consenso nell’elettorato, al punto che il neopremier Renzi, recentemente in visita a Berlino, è stato costretto a inseguire Grillo su questo stesso terreno) deve però essere denunciata da qualunque osservatore imparziale.

Se l’Italia ha accettato il fiscal compact, che comporta l’obbligo di abbattere pesantemente il debito pubblico ogni anno fino a che non sia rientrato nei parametri prestabiliti, e se ha accettato di farsi dettare le istruzioni per arrivarci, è perché la situazione dei conti pubblici italiani era sfuggita di mano, e senza un aiuto esterno, giunto in maniera indiretta dal contribuente tedesco via Banca Centrale Europea e istituzioni europee, probabilmente la crisi del 2011 si sarebbe già avvitata per l’Italia in un default di tipo argentino. Tutti i politici e gli osservatori che mostrano insofferenza verso i vincoli che l’Europa a guida tedesca pone nei nostri confronti tendono a dimenticare, per sbadataggine o convenienza, questo salvataggio originario.

Vi sono in effetti validissime ragioni per mal sopportare l’ingerenza straniera nei propri affari domestici, ma la difesa della propria autonomia non può ignorare il fatto che l’Italia ha dovuto vendere quella autonomia in cambio di un aiuto immediato di cui aveva disperata necessità.

3. All’elettore e al contribuente italiano si pone dunque una scelta: restare sotto le briglie dei creditori, e sperare che questi siano sufficientemente rigidi da costringerci a comportarci in maniera responsabile, oppure uscire dalla libertà vigilata, ma al contempo accettare i rischi che questo comporta, in termini di inclinazione del sistema politico italiano a una spesa pubblica improduttiva e in ultima analisi distruttiva del tessuto economico.

Ciò vale per la politica economica, così come per la politica monetaria, altro grande tema delle prossime elezioni, agitato da Grillo così come dalle liste di sinistra e dalla Lega, e perfino da Forza Italia: anche l’ipotetico recupero della sovranità monetaria non può essere a costo zero. Nella letteratura economica, vi sono autorevolissime tesi a sostegno della rottura dell’esperimento euro, così come altre altrettanto autorevoli che, soprattutto ora che l’euro è stato introdotto, ne sconsigliano l’abbandono. Ma ciò che entrambi i fronti di seri economisti evidenziano, a differenza di tanti politici o opinionisti in cerca di facile consenso, è che entrambe le scelte implicano un trade-off di costi e benefici, e non hanno solo vantaggi. Restare nell’euro ha comportato per noi italiani il grosso vantaggio della fine delle sciagurate svalutazioni “competitive”, ma a prezzo di aver visto allontanarsi il luogo dove si prendono le decisioni circa il denaro che abbiamo nelle nostre tasche. Il riavvicinamento di questo luogo di decisione comporterebbe invece l’enorme rischio che del ritrovato potere le autorità italiane abusassero, e riprendessero così quelle politiche inflazionistiche che tanti danni hanno prodotto alla ricchezza e alla crescita.

È fondamentale che questo trade-off sia ben chiaro al maggior numero di elettori possibile, perché su questo si sta già giocando una campagna elettorale che sembra essere partita con il piede sbagliato, in quanto fondata su slogan che fanno leva proprio sulla disinformazione dell’elettore medio su temi così cruciali. Fermo restando che – ed è un altro elemento di grossa disinformazione creata e sfruttata dai Cinque Stelle –, se dall’Europa e dall’euro si vuole uscire, il referendum popolare non è al momento una strada praticabile, per via di un espresso divieto costituzionale. Anche sull’opportunità di questa scelta è possibile obiettare, ma per ora le cose stanno così: far sventolare davanti agli elettori una promessa non mantenibile come un referendum sull’euro è quindi un atto intellettualmente scorretto, perché non è davvero possibile credere, dopo tutte le volte in cui questa cosa gli è stata fatta notare, che Grillo ancora la ignori. 

 

 

Commenti (1)

Commenti

0 #1 Lara Zinci 2014-03-19 20:55
Ottimo articolo, chiaro ed incisivo.

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