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Costi, ma quanto mi costi?

La spesa delle imprese pubbliche sul Pil ha superato il 60 per cento.

All’inizio degli anni Novanta si fece strada la convinzione che il sistema delle imprese pubbliche, che aveva massicciamente contribuito alla industrializzazione del paese, dovesse fare un passo indietro. Tre forze muovevano questa idea: la discussione sull’allocazione delle risorse tra nord e sud, aperta da un partito politico allora emergente e che aveva dichiarato guerra agli sprechi e in particolare alla spesa nel mezzogiorno; in secondo luogo, il debito pubblico aveva assunto già nel 1992 livelli allarmanti e le privatizzazioni erano considerate necessarie per convincere i mercati finanziari che il settore pubblico sarebbe uscito da ambiti come quello bancario, aprendo la strada se non a privati “doc”, almeno a gestioni concorrenziali di impronta privatistica. In terzo luogo, i privati sostenevano di essere pronti non solo a collaborare con il settore pubblico, ma a svolgere meglio, se messi alla prova, tutta l’attività economica, liberando così le energie del settore pubblico, che avrebbe potuto concentrarsi sulla regolamentazione e il controllo.

Le privatizzazioni ebbero inizio. L’ENI fu trasformato in Spa nel 1992 e poi quotato. L’IRI venne liquidato il 27 giugno del 2000, le altre finanziarie di partecipazione seguirono. Nelle partecipate quotate e nelle imprese pubbliche residue si avviò un processo di progressiva managerializzazione.

Per quanto alcuni, tra i quali chi scrive, avrebbero preferito un’evoluzione più nettamente privatistica del sistema, non si può non riconoscere qualche successo. Enti pubblici trasformati in spa sono diventati multinazionali globali e la stessa Posta è stata trasformata in un’azienda di servizi appetibile per un’imminente quotazione: dunque una società che può promettere un dividendo.

Di recente, il commissario Cottarelli, nel suo incarico di spending review ha puntato il dito sulle aziende pubbliche, in particolare sulle partecipate degli enti locali. Queste partecipate sarebbero nel complesso diverse migliaia (7.726 secondo il MEF, ma nessuno lo sa con certezza) e contribuirebbero negativamente non solo al bilancio pubblico consolidato (per un paio di miliardi all’anno), ma anche all’efficiente allocazione delle risorse, sia che si tratti del capitale da investire o del lavoro da utilizzare. Inoltre, alle perdite palesi si sommerebbero quelle occulte, dovute ai meccanismi di sussidio pubblico, qualche volta vestiti da incentivi. Francesco Giavazzi, nel suo breve incarico sulla spesa pubblica, aveva scritto in un suo rapporto che almeno 10 miliardi di euro di incentivi erano assorbiti dalle aziende pubbliche.

A queste argomentazioni si potrebbero aggiungere quelle meno “scientifiche” di chi sospetta che queste società siano condotte da ex politici in pensione o che abbiano personale privilegiato.

Cottarelli e Giavazzi hanno alzato il velo su una questione, ossia sul fatto che l’economia delle imprese pubbliche sia cresciuta fuori controllo, o sotto errato controllo, e che venti anni dopo le decisioni di sopprimere il ministero delle PPSS (che fu oggetto di un referendum) e di restituire ai privati buona parte dell’economia sottratta ai privati medesimi, ci si ritrovi al punto di partenza.

Il sistema dei conti pubblici territoriali contiene la spesa sul territorio non solo della pubblica amministrazione in senso stretto, ma di tutta la spesa del settore pubblico allargato, consolidando in esso le IPN, ossia le imprese pubbliche nazionali nonché locali (IPL).

E’ stato così relativamente semplice ricostruire nel tempo la pressione della spesa (ossia del bilancio) delle IPN e delle IPL, scoprendo che, consolidati, i loro bilanci valgono il 61 per cento del Pil (figura 1). Il 48 per cento del Pil è attribuibile alle imprese pubbliche nazionali, come Trenitalia, l’Enel, ecc…, e si compara con il 30 per cento di dieci anni fa. Ossia, questo settore di imprese è cresciuto del 50 per cento in confronto con il Pil.

Le imprese pubbliche locali valgono invece il 13 per cento del Pil, e il loro peso è quasi raddoppiato rispetto a dieci anni fa.

Dunque, l’imprenditore pubblico non è affatto arretrato dopo il 1992, anzi è significativamente avanzato.

Questi dati potrebbero perfino ispirare il seguente argomento: nell’economia contemporanea la domanda di servizi cresce rispetto alla domanda di beni e le reti che vi rispondono sono prevalentemente pubbliche. Inoltre, se pesano di più sul Pil, vuol dire che hanno fatto meglio della media in termini di crescita, dunque dove sta il problema?

Il problema sta nel fatto che la dimensione di un’economia è come il campo di calcio dei giocatori. La palla è rotonda e le regole sono uguali per tutti. Questo stimola i giocatori a vincere. Ed è da questo libero gioco di concorrenza che nasce il progresso ed emerge la crescita. Per questo nessuna economia pianificata ha mai soddisfatto gli obiettivi per cui era stata istituita. Non poteva, perché mancava il campo da gioco e lo stimolo a vincere in condizioni di parità. Nonché mancava il premio, lo scudetto, che in economia di mercato è rappresentato dal successo e dal profitto.

Restringere la dimensione del campo competitivo, nel quale gli imprenditori competono per un profitto, equivale a spegnere gli investimenti e la crescita del Pil, ovvero equivale a indurre gli imprenditori a investire altrove. La Cina, per quanto lontana e diversa, è un esempio: ha iniziato a crescere di più quando ha ridotto dal 52 per cento a meno del 25 per cento il peso delle state-owned companies sull’economia.

Non solo per i motivi addotti da Cottarelli l’economia italiana va restituita per quanto possibile ai privati, ma per il motivo che questa è la più efficace e strutturale politica industriale, a costo zero, che il Governo potrebbe realizzare.

Figura 1 – Pressione della spesa delle Imprese pubbliche nazionali (IPN) e locali (IPL) sul Pil. Valori percentuali. Elaborazioni su dati ISTAT e Ministero dello sviluppo. 1996 - 2012

            russo 2 27 09 14           

Nota: la pressione delle imprese pubbliche sul Pil è misurata dal totale delle loro spese sul Pil, non dal valore aggiunto, grandezza omogenea al Pil, perché il dato non è disponibile.

 

Fonti:
http://www.china-mike.com/facts-about-china/economy-investment-business-statistics/

http://blogs.piie.com/china/?p=776 

 

 

 

 

 

 

 

 

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