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Scendere a patti con Assad?

È mai esistita una ‘opposizione moderata’ in Siria? Chi è più moderato, tra i terroristi dello Stato islamico e il regime di Bashar al-Assad? Thinking the unthinkable, pensare l’impensabile, era uno dei mantra della Guerra fredda. Secondo Herman Kahn, l'impensabile era una opzione distruttiva che nessuna persona ragionevole avrebbe potuto desiderare, ma che andava comunque contemplata come una delle ipotesi in campo: la guerra nucleare.

A volte nella geopolitica pensare l’impensabile, e non per evocarlo né per esorcizzarlo, ma per contemplarlo, diventa necessario. Così, per quanto inconcepibile possa essere l’idea, negli Stati Uniti c’è chi oggi ragiona apertamente sul fatto che l’Occidente possa stringere un’alleanza tattica per respingere lo Stato islamico, una sorta di tregua con il brutale regime di Bashar al-Assad, con Hezbollah e persino con l’Iran.

1. Se l’è domandato sul New York Times Ahmad Samih Khalidi, docente al St Antony’s College di Oxford e già negoziatore palestinese. Sul banco degli imputati sono le potenze arabe del Golfo - Arabia Saudita, Bahrein, Emirati, Kuwait, Qatar - coinvolte da Obama nell’alleanza contro al-Baghdadi. Questi Stati, ragiona Khalidi, hanno da tempo deciso che l’eliminazione di Bashar Al-Assad è una sorta di totem, di feticcio, e l’Occidente ha finora seguito acriticamente i loro calcoli politici. C’è una persistente convinzione, quasi una fede, in una presunta “opposizione moderata” siriana, che sostenuta dall’Occidente prevarrà e sarà alla base di una Siria migliore. Ma la stessa nozione di una opposizione moderata è assurda, perché presuppone che la moderazione sia un elemento fisso, identificabile. Le forze effettive in campo oggi sono decisamente non moderate, e non perché l’Occidente abbia abbandonato l’opposizione siriana, avverte Khalidi, ma perché il conflitto che sta investendo il Levante si fonda su elementi che non c’entrano nulla con la presunta lotta tra moderazione ed estremismo.

L’errore è stato collettivo. “Quando sono arrivate le primavere arabe”, ricostruiva poco più di un anno fa l’allora presidente turco Abdullah Gül ad Antonio Ferrari del Corriere, “anche in Siria vi è stata una grande domanda di democrazia. Il regime è intervenuto con le armi, fino alla situazione attuale. Ma vi è un’opposizione moderata”. Insomma, a parlare era la stessa Turchia che ora subisce nelle sue regioni di confine l’invasione dei rifugiati. In fuga proprio da quella opposizione “moderata” e non certo dal governo di Assad. I jihadisti sunniti predicano un messaggio anti-sciita e si trovano in sostanziale continuità ideologica con al-Qaeda (che pure li ha rinnegati nel febbraio 2014) e con altri gruppi siriani ribelli, come il Fronte Islamico finanziato dai sauditi, il fronte al-Nusra, e con la frangia siriana dei Fratelli Musulmani, che si è mossa fin qui sotto l’ombrello della presunta “moderata” Coalizione nazionale siriana.

Proprio per questo, spiega Khalidi, la suggestione occidentale che una “coalizione sunnita”, fatta con stati arabi e Turchia, possa fronteggiare l’ISIS, è fatua. E non è ininfluente ricordare che né Hezbollah né l’Iran hanno dichiarato una guerra globale contro l’Occidente e i non musulmani, come hanno fatto invece fin qui i salafiti (alleati con i sauditi) e i loro compagni jihadisti. Mentre le uniche forze sul campo attualmente in grado di distruggere l’ISIS sono proprio l’esercito regolare siriano ed Hezbollah. 

2. Quanto a Bashar al-Assad, non è passato poi così tanto tempo dai momenti in cui la sua stella brillava nel firmamento dei politici mediorientali “presentabili” e persino seducenti. Asma, la first lady, che una giornalista di “Vogue” arrivò a chiamare nel marzo 2011 “una rosa del deserto”, ex funzionaria di JP Morgan, cresciuta nell’upper class inglese e conosciuta dal futuro dittatore durante i suoi studi londinesi. E lo stesso Assad, la cui gestione baathista e dunque laica della repubblica siriana aveva già fatto chiudere uno e due occhi all’Occidente. Poi le cose sono cambiate. Ma, ricorda Khalidi, nonostante la sua brutalità e la sua natura profondamente oppressiva, il regime di Assad non solo non pone alcuna minaccia all’Occidente, ma è pronto ad agire sulla base di obiettivi comuni. Stati Uniti ed Europa, nella ricerca di alleati per una coalizione anti-ISIS, dovrebbero pensare a Siria, Iran, persino alla Russia, e rimandare a dopo le differenze e obiezioni rispetto a tali regimi. Pensare l’impensabile: far prevalere le ragioni della stabilità su quelle dell’ideologia, la quale non ha comunque impedito in passato di stringere alleanze con governi tutt’altro che innocenti.  

3. A sei anni di distanza dalla vittoria di Barack Obama, dall’accantonamento dell’opzione neoconservatrice, dalla scelta di un nuovo isolazionismo motivato dalla percezione americana di ostilità e di odio da parte di molti popoli, è in atto un cambio di passo, dettato dall’impellenza dell’agenda internazionale. Non si sposta l’obiettivo strategico della politica estera statunitense - disinnescare o per lo meno “contenere”, come avrebbe detto Truman, le potenze regionali ostili -, ma lo strumento col quale questa politica si dispiega non può non tenere conto del precedente storico dell’Iraq e dell’Afghanistan. Tutto questo, ricorda Khalidi, implica che gli USA dovrebbero fare il passo forse più difficile: abbandonare la loro riluttanza ad offendere i sauditi. Che sono al tempo stesso, nella loro infinita ambiguità, sponsor e obiettivi dei jihadisti. Mentre dovrebbero aspirare a non essere né l’uno né l’altro.

 

 

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