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Obama e il Discorso sullo stato dell’Unione

La presidenza Obama doveva essere all’insegna del cambiamento, ma è ormai indubbio che verrà ricordata soprattutto per l'uscita dalla recessione, e quindi per la salvaguardia dello status quo. Si tratta di un risultato che solo un presidente conservatore può augurarsi e che pone delle difficoltà oggettive al prossimo candidato democratico alla presidenza. Nell’ultimo discorso sullo stato dell’Unione, Obama cerca di mettere il suo operato in buona luce. Non è detto che ci riesca.

Il Discorso sullo stato dell'Unione

 

Non vi sono grosse novità nel Discorso sullo stato dell'Unione che il presidente Barack Obama ha tenuto a Camere congiunte il 20 gennaio scorso. In questa occasione, Obama è tornato a premere i tasti della più tradizionale retorica liberal (grandi opere, classe media, inclusione). Lo ha potuto fare perché non si dovrà più sottoporre al giudizio degli elettori. Obama è oggi un presidente azzoppato (lame duck), ma libero. Libero di dire ciò che reputa giusto, e non ciò che può esser necessario dire per far salire il consenso.

Allo stesso tempo, però, Obama ha in più occasioni cercato di giustificare i suoi fallimenti. Se non è riuscito a cambiare di molto l'agenda politica americana è stata per la non cooperazione del Congresso, prima e dopo l'ottenimento della maggioranza da parte dei repubblicani. Se non ha agito militarmente in Siria è perché in passato il suo predecessore ha invischiato gli Stati Uniti in due guerre inutili e costosissime. In entrambi i casi Obama ha ragione, ma aver ragione in queste faccende è come aver torto: prima bisogna ammettere la sconfitta.

Obama e la politica interna

Nel primo campo, quello di politica interna, Obama non è riuscito a ridurre la polarizzazione del sistema politico americano che rende sempre più difficile governare per consenso. Ossia governare, punto. Va ricordato che a differenza dell'Italia, gli Stati Uniti non hanno un vero e proprio esecutivo capace di governare per intero l'apparato istituzionale del paese. Il governo negli Usa è sempre una mediazione fra poteri. Se non si trova un consenso fra esecutivo, legislativo e potere giudiziario, e/o non si trova un consenso fra repubblicani e democratici, e quindi fra progressisti e conservatori, il governo del paese va in stallo. È dall'epoca Clinton che i repubblicani si sono specializzati nel sabotare la presidenza in modo da spostare il baricentro del potere sul Congresso, che diviene così a tutti gli effetti un controbattere nelle loro mani. Di contro, il problema democratico è quello di non esser riusciti a contrastare questa strategia. Tanto che oggi si può ben dire che gli Stati Uniti sono un sistema politico bloccato sullo status quo. Una vittoria a prescindere per i conservatori repubblicani. E' una sconfitta dolente per Obama e i democratici. Come ha detto di recente lo storico Samuel Moyn [http://nymag.com/daily/intelligencer/2015/01/53-historians-on-obamas-legacy.html], il problema che dovranno affrontare i democratici nelle prossime elezioni presidenziali deriva dal fatto che Obama è riuscito a vincere perché ha mobilizzato la base democratica (soprattutto giovanile) sulla promessa di un cambiamento reale, tangibile. Una volta divenuto presidente, però, ha solo potuto mettere in atto politiche moderate, e questo per cercare il consenso dei repubblicani per poter governare. Quindi alla prossima tornata presidenziale, chiunque sia il candidato ha scarsissime possibilità di rimettere in piedi la coalizione di Obama. Le promesse fatte sono state disattese. Questo non significa che inizia a delinearsi oggi una vittoria repubblicana. I conservatori sono in scacco in moltissimi Stati dove le loro politiche sono invise ai più e dove la loro visione del mondo non è più condivisa dalla maggioranza dei cittadini. Ma certamente sarà più difficile per i democratici galvanizzare di nuovo la propria base come se nulla fosse successo. Per molti di loro, il "Change You Can Believe In" (Uno dei motti di Obama) semplicemente non si è visto.

La politica estera di Obama

In politica estera Obama si è tolto qualche sassolino. A chi ai tempi della crisi siriana riteneva Putin un genio della politica di potenza, Obama ha rivolto un sorriso di scherno. Oggi Putin è in un angolo dopo aver schiantato l'economia del paese mentre Obama può ragionevolmente dire di aver portato gli Stati Uniti fuori dalla recessione senza dover inviare ancora truppe di terra in Medio Oriente. (In verità ha inviato un vero e proprio esercito, 1.600 "osservatori militari", ma lo ha fatto sotto traccia) Le due guerre mesopotamiche del suo predecessore sono costate una enormità in vite umane e in risorse materiali. Fosse di nuovo intervenuto contro l'Isis la situazione generale ne avrebbe risentito negativamente. Va notato che il carattere autoreferenziale di queste constatazioni sono una ventata di aria fresca per molti americani. L'interventismo universalista di George W. Bush era fondato su di una visione del mondo in cui i valori planetari corrispondevano con i valori americani (che divenivano valori umani tout court), coincidenza che imponeva agli americani di intervenire in ogni latitudine in loro difesa. Obama oggi difende una tesi diversa. I valori umani che sono al centro della visione del mondo americana sono condivisi con gli alleati. Spetta a tutti il dovere di agire. E se ad agire devono essere sempre e solo gli americani vuol dire che qualche alleato non si vuole assumere le proprie responsabilità. Questo intende Obama per agire in politica estera in modo intelligente. Occorre sempre chiarire che gli Usa si arrogano il diritto di agire unilateralmente in caso di pericolo immediato. Ma in ogni altro caso si agisce diplomaticamente e sempre di concerto con gli alleati. E se occorre agire militarmente, non è detto che ad agire debbano essere sempre e solo gli americani.

Conclusione

Lo stato dell'Unione è forte, ha sottolineato in apertura il Presidente. Oggi che gli Stati Uniti sono usciti dalla recessione, gli americani possono ricominciare a guardare al futuro. Ed è proprio il futuro il fuoco della retorica progressista. Chi ha paura, e teme per il benessere proprio e dei propri figli, guarda al passato con nostalgia. Ma chi è sereno e si sente sicuro, guarda naturalmente al futuro come il luogo della speranza. Se la ripresa economica resisterà fino alle prossime presidenziali, sarà forse questo uno dei temi centrali della campagna democratica. Alla presidenza Obama guarderà come al momento in cui si sono poste le fondamenta per il cambiamento. Ma a quel punto, se un altro democratico dovesse andare alla Casa Bianca, una qualche forma di cambiamento reale dovrebbe davvero essere messa in cantiere: per salvare il ricordo di questa presidenza e per riattingere allo spirito riformatore del partito democratico. Pena il riallineamento del sistema dei partiti in America con la nascita di nuovi partiti o movimenti. O, nella peggiore delle ipotesi, il suo disallineamento. Non si può promettere in eterno il cambiamento e poi accontentarsi sempre dello status quo. Questa è una strategia che funziona forse solo per i conservatori

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