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Obama e Bergoglio, una strana alleanza

Siamo sicuri che una certa identitàdi vedute fra Casa Bianca e Vaticano siano un caso? O siamo di fronte alla nascita di una strana alleanza fra un presidente liberal come Obama e un papa tuttaltro che conservatore come Bergoglio?

Una strana alleanza

La storia corre. E a volte, nella storia, il cambiamento arriva dalle alleanze più inusuali, come accadde con papa Wojtila e Ronald Reagan, che insieme ad altri protagonisti concorsero ad accelerare il crollo del regime sovietico. Trent’anni dopo, Barack Obama e Jorge Mario Bergoglio sembrano trovarsi, in modo speculare, alla regia congiunta di una serie di cambiamenti sostanziali. Una strana alleanza, dall’apertura delle relazioni di Cuba all’Occidente alla liberalizzazione dei rapporti sociali (in particolare tra persone dello stesso sesso e nelle politiche migratorie), alla linea cauta, quasi severa, verso chi in Europa scherza con l’Islam e le religioni, come si è visto con la vicenda di Charlie Hebdo.

Cosa sta succedendo? È davvero realisticamente possibile che il primo pontefice latinoamericano della storia, di lontane origini piemontesi, stia forgiando una specie di politica comune con il primo presidente di colore, di lontane origini kenyote, della più grande nazione protestante del mondo?

Cuba

Tre segnali, tra i tanti possibili che si possono raccogliere. Il 17 dicembre Obama e Raul Castro hanno annunciato che presto si ristabiliranno relazioni diplomatiche tra gli Stati Uniti e l’isola caraibica, che dal 1959 è un mondo semi-chiuso, e che l’embargo potrebbe essere rimosso in tempi non lontani. Forse finiranno le pittoresche scene vintage delle Chevy e delle Buick per le strade dell’Avana, e quel particolare panorama fuori dal tempo che affascina il visitatore. Forse - e questo è molto più importante - finirà l’eccezione cubana, sia in termini economici sia in termini di mancato rispetto dei diritti umani. C’è qualche matto che ha denunciato la politica di Obama come un “cedimento al comunismo”, mentre è evidente che l’apertura delle relazioni può semmai funzionare da torrente in piena dell’economia di mercato verso il paese latinoamericano (e, viste le condizioni attuali dei paesi ex satelliti dell’impero sovietico, ci si dovrebbe semmai augurare che questo accada con maggiore gradualità). Quel che conta è che la mossa del presidente ha trovato una forte sponda nel lavoro diplomatico di un ispanofono come Bergoglio. Mentre in Italia i commentatori si esercitavano in appassionanti retroscena su lefebvriani, liturgia e malthusianesimo, Papa Francesco e Obama sperimentavano una sorta di riedizione del “Mr. Gorbachev, tear down this wall” di reaganiana memoria; o se vogliamo, una forma contemporanea della détente, che secondo molti storici fu la vera responsabile dell’erosione interna della galassia sovietica. Obama ha citato direttamente il pontefice nel discorso sullo stato dell’Unione di martedì: “la diplomazia è fatta di piccoli passi”. I negoziati tra i due paesi americani sono già avviati, si vedrà con quali risultati.

Gay, immigrazione

La storia corre. Una delle eredità della presidenza Obama sarà l’agenda decisamente progressista per i diritti degli omosessuali americani. Prima con il ripudio della dottrina degli anni Novanta Dont ask, dont tell che promuoveva l’omertà nelle file dell’esercito in tema di preferenze sessuali (sorta di mediazione dal sapore tipicamente clintoniano tra i movimenti dei diritti gay e l’oltranzismo conservatore); poi con l’avallo ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. Anche in questo caso, sullo stesso tema Bergoglio si poneva su una traiettoria simile a quella del presidente americano, allentava la stretta ratzingeriana e pronunciava le parole forse più clamorose di sempre, in una delle sue ormai rituali chiacchierate con la stampa in aeroplano: “chi sono io per giudicare un gay?” (e diceva proprio così, gay, una parola che viene dal sottobosco chiassoso e colorato della New York anni settanta, lontana anni luce dal vocabolario della curia romana). Quanto all’immigrazione, la riforma annunciata a novembre da Obama - che regolarizzerebbe circa cinque milioni di immigrati illegali che vivono da almeno cinque anni negli Stati Uniti - trova solo conferme nella predicazione papale sulla fratellanza e l’accoglienza dei migranti.

Charlie Hebdo

Infine un terzo elemento. Nelle ore e poi nei giorni che succedono alla strage nella redazione di Charlie Hebdo e nel negozio kosher di Parigi, accade che da due mondi ben distinti arrivino, all’Europa sconvolta dagli attentati, messaggi non dissimili. Di un’inattesa freddezza. Papa Francesco, sempre sul solito aereo, non ha detto soltanto che la fede va rispettata, il che per un pontefice ha un senso quasi ovvio. Ha detto, testualmente: “se il dottor Gasbarri, grande amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, lo aspetta un pugno. E’ normale”. Contemporaneamente, alle manifestazioni parigine seguite all’attentato, mentre l’Europa si stringeva in un affascinante moto di fratellanza mediatica (si veda il braccetto dei capi di Stato in Place de la République, una scena che ricorda anche iconicamente i tempi della Liberazione),  si notava l’assenza clamorosa delle più alte autorità statunitensi. Perché Obama, o uno dei rappresentanti della Casa Bianca, non era a Parigi l’11 gennaio? Secondo Fareed Zakaria è stato semplicemente un “errore” della diplomazia statunitense, e la spiegazione offerta a posteriori - la sicurezza del presidente - sarebbe “patetica”: ci si poteva mandare John Kerry, o l’ex presidente Bill Clinton. Altri vi leggono una scelta precisa, un messaggio recapitato all’Europa. Cosa è vero? Difficile capirlo per ora. Ma è sicuro che altri segnali - la scelta di molta stampa americana di non ripubblicare le vignette, il commento crudele e frettolosamente ritirato del direttore del Financial Times inglese, “si sono comportati in modo stupido” riferito a Wolinski & Co. - consegnano l’immagine di un mondo anglosassone freddo, distante dall’ondata emotiva dell’Europa continentale. Condoglianze, ma siate maturi, su certe cose non si scherza.

È vero che c’è una forma tipicamente anglosassone di orgoglio e di rivendicazione della “giusta” libertà, contrapposta agli “eccessi” francesi. Nel 1792, un disegno inglese criticava sdegnosamente la rivoluzione oltremanica: “English Liberty”, ovvero “lealtà, moralità, sicurezza personale, giustizia, industria, felicità” contro “French Liberty”, ovvero “ateismo, ribellione, anarchia, assassinii, eguaglianza, miseria”. “Which is best?” In un discorso pronunciato nel 1994, il filosofo americano Isaiah Berlin precisava la sua visione di una libertà “pragmatica”: il pluralismo dei valori contro la loro pericolosa assolutizzazione. Buona parte della scuola di pensiero liberal americana ha riconosciuto in tale assolutizzazione la radice dei totalitarismi novecenteschi, e dunque della violenza ideologica: chi crede ciecamente in una cosa sopra tutte le altre è disposto a usare gli altri esseri umani come strumento per la realizzazione di tali ideali. Viceversa, la lezione del Novecento dovrebbe essere, secondo Berlin, nel tentativo di mettere tutti questi ideali in sé giusti, sacrosanti - pace, libertà, sicurezza, eguaglianza, solidarietà, giustizia - su altrettanti piatti di una immaginaria bilancia.

Conclusione

Non è dato sapere se dietro alle scelte dell’amministrazione americana vi sia anche questo corollario. L’Atlantico non è più il simbolo quasi sacrale dell’unica possibile intesa internazionale tra le democrazie, come accadeva fino a qualche decennio fa. La discrasia tra Europa e Stati Uniti si manifesta sotto una veste nuova: se negli anni della guerra fredda una certa parte d’Europa (la destra sciovinista, innanzitutto) faticava a condividere i valori americani, pur riconoscendo che gli interessi - difendersi dal blocco sovietico - erano gli stessi, ora sembra accadere il contrario: condividiamo in grande maggioranza il medesimo orizzonte “liberaldemocratico”, ma gli interessi talvolta divergono. Un continente che accoglie una popolazione di svariati milioni di musulmani, che si trova a settecento chilometri dalla Palestina e a meno di duecento da Libia, Tunisia e Algeria, non è lo stesso che deve affrontare la sfida dell’immigrazione messicana o i rapporti commerciali con le economie emergenti del Sudamerica.

Anche in questo, la sintonia tra Barack Obama e il pastore di una Chiesa sempre meno europea potrebbe non essere un mero incastro del fato.

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