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Il fallimento del discorso di Netanyahu al Congresso americano

Si è dunque tenuto martedi 3 marzo l’atteso discorso di Benjamin Netanyahu al Congresso americano. Come i pronostici lasciavano intuire, si è trattato di un intervento incendiario. Non nei toni, che sono rimasti sommessi, per quanto possa rimanere sommesso un mastino come Bibi Netanyahu. Ma nei contenuti. Volessimo analiticamente distinguere i tre ingredienti di questa miscela esplosiva, potremmo dire che si è trattato di un discorso inopportuno, ideologico e inutile. Andiamo per punti, partendo dal fondo.

Un discorso scontato

Che la minaccia di un Iran nuclearizzato sia seria per la regione e per il mondo è fuor di dubbio. Solo che le due soluzioni proposte da Netanyahu non sono percorribili per gli Stati Uniti. A dichiararlo è stato lo stesso presidente Obama, che pur sottolineando di non aver visto la diretta televisiva, ha espresso i suoi commenti avvalendosi della trascrizione del discorso. La prima soluzione proposta, di un accordo migliore con l’Iran (ovvero di un accordo più stringente), non è realistica. L’accordo attuale è gia un compromesso, e in quanto tale è il migliore che si è riusciti a negoziare. In astratto potremmo sempre sperare in qualcosa di più, ma in concreto - ha detto il Presidente americano – l’attuale accordo è l’unico che si è riusciti a raggiungere. Se dovesse funzionare, il regime di controlli sarebbe tale da impedire una proliferazione nucleare. Che Bibi Netanyahu non sia d’accordo è scontato, viste le posizioni bellicose del suo partito, essendo l’alternativa l’attacco militare. Questa seconda opzione, non espressa, è stata resa esplicita da Obama e castigata come sbagliata. Quanto accadrebbe dopo sarebbe di gran lunga peggiore di quanto prevedono oggi gli accordi raggiunti.

Un discorso ideologico

L’insistenza di Netanyahu si fonda su di un solo principio: essendo l’Iran uno stato islamico, sarà sempre in guerra con gli Stati Uniti e con Israele. Questo è esattamente ciò che divide il Primo ministro israeliano dal Presidente americano. Obama si rifiuta di partecipare a questo gioco linguistico che posiziona gli stati in uno scacchiere di grandi religioni intente in uno scontro di civiltà. Esistono musulmani moderati in varie parti del mondo e negli Stati Uniti, e non è la strada giusta quella di ritenere che una persona o uno stato musulmani siano per questo immediatamente nemici della civiltà cristiano-giudaica.

Può darsi che Obama pecchi d’ingenuità quando si viene all’intricatissimo rebus mediorientale, ma il Premier israeliano pronuncia idee aberranti per chi mantiene una visione multietnica e crede nella rigida separazione tra stato e chiesa.

Un discorso inopportuno

Che Netanyahu si sia sentito in dovere di pronunciare questo discorso davanti al Senato americano è il prodotto di un invito inopportuno, esteso dalla maggioranza repubblicana al Senato per imbarazzare il Presidente democratico. Piano che non deve aver funzionato del tutto, visto che all’indomani del discorso la popolarità di Obama è salita di ben cinque punti percentuali.

Se è questa la tattica scelta per inchiodare i democratici alla politica estera di Obama o per contrastare l’eventuale scesa in campo Hillary Clinton, segretario di Stato sotto la presidenza Obama, allora forse qualcuno dovrebbe porsi delle serie domande su che cosa vogliono veramente gli americani: un altro disastro come l’Iraq, o ritirarsi in buon ordine dal Medio Oriente lasciando il campo agli alleati d’area, cioè a noi europei.

Il nuovo ruolo dell’Europa in Medio Oriente

Netanyahu sa di non avere nessuna presa sulla diplomazia europea, e cerca – come cerca l’Isis con tutt’altre tattiche –  di trattenere gli Stati Uniti per il lembo della giacchetta impedendo loro di uscire di scena. Ma il distacco è nelle cose e neanche una eventuale presidenza repubblicana riuscirebbe più a trascinare l’America nelle sabbie mobili di una regione sempre meno importante nella geopolitica dell’energia mondiale. Ed è su questo che dovrebbero ragionare gli europei. Che cosa significa un Medio Oriente in cui gli Stati Uniti non fungano più da pompieri? Ha l’Europa una interforza d’intervento rapido in caso le cose si mettessero male? Quanto potrà tollerare il continente europeo una guerra infinita alle sue porte? Quanti disperati cercheranno di attraversare il Canale di Sicilia alla ricerca di un futuro di pace?

Finché l’Europa non risponderà a queste domande, distraendosi un attimo dall’ossessione monetarista ed economica che la pervade, non si troverà una vera soluzione al problema mediorientale. Che inizia a cadere sulle nostre spalle. Che che ci piaccia o no.

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