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ISIS, perché è giunto il tempo delle soluzioni

I recenti atti terroristici che portano la matrice dell’ISIS – Parigi, certamente, ma anche l’aereo russo precipitato sul Sinai e Beirut, presentano i connotati di operazioni militari di uno Stato in guerra o, quantomeno, di un’organizzazione militare illegale, che deve essere contrastata e sradicata nel minor tempo possibile.

Nelle ultime settimane ci eravamo fatti la convinzione che lo Stato Islamico stesse perdendo terreno. In Siria sembrava decisivo l’intervento delle forze russe. In Libia il 20 ottobre scorso Federica Mogherini aveva presentato il piano di sostegno di un governo unico della Libia da parte dell’Ue e dell’ONU. A Vienna i membri del consiglio di sicurezza hanno trovato un accordo per un cessate il fuoco, che ovviamente non riguardava il conflitto con i gruppi terroristici. C’erano poi state notizie dell’eliminazione di alcuni capi ed esponenti dell’organizzazione.

Eppure, nelle ultime tre settimane, il terrorismo della stessa matrice ha fatto precipitare un aereo russo partito dell’Egitto con 224 turisti a bordo; a Beirut un kamikaze ha ucciso in un attentato suicida 43 persone, ferendone 239. Arriviamo così alla notte di Parigi, nella quale i terroristi hanno assassinato 129 persone, ferendone altre 400 e aprendo una ferita paragonabile a quella dell’11 settembre.

La prima osservazione sta nella natura degli attacchi ricevuti. Non sono semplici attacchi terroristici, perché il terrorismo corrisponde o dovrebbe corrispondere a un movimento politico che aspira ad abbattere un regime e a sostituirsi. Siamo abituati al terrorismo che si internazionalizza, ma le cui azioni mantengono un legame con una causa politica, un territorio e una organizzazione. I fatti che stiamo analizzando ne sono per certi versi slegati. Sono invece collegabili, almeno cronologicamente, con operazioni militari. L’ISIS ha abbattuto l’aereo russo con passeggeri civili dopo che aerei russi avevano bombardato la “capitale” dell’ISIS, ossia la città di Raqqa. I bombardamenti di Raqqa sono ripresi nella giornata del 15 novembre. L’ISIS ha realizzato l’attacco di Parigi dopo il bombardamento francese di un campo petrolifero nelle mani dell’ISIS, avvenuto l’8 novembre. Le azioni dell’ISIS sono assimilabili alle azioni di uno Stato criminale in guerra contro i suoi nemici. È evidente che questo non comporta che la comunità internazionale riconosca l’ISIS, né che l’ISIS sia uno Stato effettivamente. Ma è un quasi-Stato e si comporta come uno Stato in guerra che attacca, al di fuori di qualsiasi codice e qualsiasi onore, quelli che considera i suoi nemici, con i mezzi a sua disposizione per condurre una guerra.

Questa convinzione porta a ridimensionare qualsiasi altro fondamento alla base dei massacri recenti. Non è una guerra né di religione, né tra culture, ma la guerra iniziata da un gruppo di leader, ben finanziati in proprio o da altri, aventi l’obiettivo di conquistare un territorio e stabilirvi un proprio regime, in definitiva per costituirvi uno Stato. L’ambizione del progetto si vede dalla mappa qui rappresentata. L’ISIS ha stabilito le proprie basi territoriali (pseudo governi locali) esclusivamente in paesi ricchi di risorse naturali, possibilmente contigui. I paesi non contigui sono o estremamente ricchi di petrolio (la Nigeria) o strategici per gli oleodotti del gas naturale.

 

Tabella

                       

Fonte: https://iakal.wordpress.com/2015/11/14/the-paris-terrorist-attacks-november-2015/

Dove arriva, l’ISIS impone le leggi e regola l’amministrazione generale e locale. Impone una raccolta di tributi, ma eroga anche i servizi. La Siria è costretta ad acquistare elettricità di fatto dall’ISIS. L’obiettivo dell’ISIS è in uno dei motti del califfato «Baqiyya wa Tatamaddad», ossia “fermarsi ed espandersi”. I governi locali dell’ISIS sono spesso più efficienti e meno corrotti di quelli che ha sostituito. Il che potrebbe rendere difficile non tanto cancellare l’ISIS, quanto restaurare i governi di prima.

Gli obiettivi dell’ISIS sono quindi obiettivi territoriali ed economici. Il tratto sanguinario dell’organismo e il terrorismo c’entrano fino a un certo punto. Il tratto sanguinario è intanto comune nelle dittature e non dovrebbe stupire. Sono stati sanguinari Hitler, Idi Amin Dada, Maximilian Robespierre, Khomeini, Stalin, Vlad Tepes III (l’impalatore) e l’elenco potrebbe allungarsi. Il tratto sanguinario dell’ISIS può avere matrice analoga, ovvero essere il mezzo per dissuadere la resistenza interna nei territori occupati, o anche per dissuadere i paesi occidentali dall’entrare in gioco praticamente, sul terreno. È noto infatti che non solo l’opinione pubblica americana è sensibile al tema dei boots on the ground, ma in tutte le democrazie del mondo l’opinione pubblica è contraria alle missioni militari all’estero e la decisione di un intervento sul terreno avrebbe un elevato costo politico per i Governi che lo decidessero. L’Huffington post elenca perfino 10 diversi motivi per cui gli Usa dovrebbero lasciar risolvere ad altri la questione dell’ISIS, disinteressandosene. Il che, ovviamente, sarebbe una fortuna per il Califfato.

Alla fine però, più divisa che unita, la comunità internazionale si è mossa, sia perché la mappa dell’ISIS tocca regioni e risorse economicamente e strategicamente troppo importanti, sia perché le operazioni russe in Siria, che hanno fatto riguadagnare alla Russia uno sbocco sul Mediterraneo, hanno accelerato l’intervento di tutti, incluso quello probabile degli Italiani in Libia, sul quale abbiamo appena pubblicato un articolo.

Ed è a questo punto che l’ISIS ha cambiato la strategia dei suoi attacchi terroristici, usati come attacchi militari. Non più attacchi verso obiettivi simbolici (quale fu quello contro Charlie Hebdo, colpevole di aver deriso il Profeta e la sua religione). Il nuovo attacco ha messo al centro i luoghi dello svago dei Parigini, lo stadio, i ristoranti, la concert hall, ossia i luoghi della vita collettiva, del tempo libero, del divertimento. Il passaggio è cruciale perché chi si vuole terrorizzare non è probabilmente la popolazione, ma i suoi politici. Se i terroristi dell’ISIS si rivolgono contro i luoghi affollati della vita comune, con attacchi kamikaze, è difficile per i politici garantire la sicurezza. Nelle democrazie liberali, i sistemi di sicurezza sono basati su due principi: sulla prevenzione degli attacchi attraverso l’intelligence e sul principio della dissuasione che, in caso di crimine, le possibilità per i criminali di scampare sono estremamente limitate dati i mezzi a disposizione. Ma se l’attentatore non deve più preoccuparsi di mettersi in salvo dopo l’azione, la nostra sicurezza è dimezzata ed è sostanzialmente tutta nelle mani dell’intelligence.

Per concludere, quattro ragionamenti: l’attacco di Parigi potrebbe in verità essere rivelatore che l’ISIS sia in difficoltà e stia cercando di dissuadere il resto del mondo dall’estendere le sue operazioni, in Libia come in Siria o negli altri paesi coinvolti. Il progetto dell’ISIS, a ben vedere, parte da lontano, nel 2003, ed è evoluto progredendo fino al 2014. È dal 2015 che un’operazione dapprima di contenimento, poi di contrasto e di conflitto vero e proprio è stata opposta dagli altri paesi, all’interno di un framework pur relativamente condiviso. Ed è nel 2015 che l’ISIS alza il tiro, proprio con l’abbattimento dell’aereo civile russo e con il massacro di Parigi.

In secondo luogo, se vale questa premessa, ci dovremmo aspettare la continuazione dell’escalation di questi atti, che potrebbe essere mitigata solo con il miglioramento delle attività di prevenzione o con il rarefarsi dell’offerta di kamikaze. Questo comporta che se fino a ieri abbiamo permesso che l’ISIS si sviluppasse, contrastandolo poco o troppo poco, adesso il confronto dell’Occidente con l’ISIS deve essere affrontato e risolto nel minor tempo possibile, perché alzando il tiro, l’ISIS ha reso lo scontro frontale.

In terzo luogo, la soluzione non è solo militare, ma anche diplomatica. Se il mondo vuole chiudere la partita con l’ISIS nel modo migliore, dovrebbe anche comportarsi in modo coerente. I paesi dove opera dovrebbero ricevere più sostegni per contrastare l’attrattiva della proposta dello Stato islamico. L’ISIS dovrebbe restare senza alleati, più o meno visibili, come quelli che potrebbero ancora essere in Turchia e, forse, in alcuni Stati del Golfo. Le diplomazie del mondo dovrebbero dunque lavorare sull’isolamento politico, militare nonché economico e finanziario dell’ISIS.

In quarto luogo, sarebbero da contenere tutte le letture in chiave religiosa dell’offensiva dell’ISIS. Queste letture rischiano di far perdere di vista il fenomeno nella sua cruda realtà e cercano di attribuire ad altri o a rendere vaghe e nebulose le responsabilità dirette dei crimini, ossia che ad avere ucciso 129 persone innocenti non sono stati né Islamici, né folli, ma un gruppo di dirigenti politici di un’organizzazione militare illegale, che ha armato dei soldati suicidi ordinando un’uccisione di massa di innocenti. L’unica conclusione accettabile di questi fatti è l’eliminazione dell’organizzazione e il processo dei suoi capi, insieme all’instaurazione di governi democratici nei territori sui quali l’ISIS si è insediato con la forza, ma non senza radicamento.

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