La reverse-redistribution è il vero nodo irrisolto della questione previdenziale

I dati confermano una volta di più la non sostenibilità e iniquità intergenerazionale del sistema previdenziale italiano. Preoccupante è in particolare il fenomeno della reverse distribution che rischia di pauperizzare le generazioni dei trentenni e ventenni. Proposte per riformare il sistema esistono e lo stesso Inps sta lavorando in questa direzione.

In meno di due mesi l’Inps e il suo Presidente sono intervenuti due volte nel dibattito sulle politiche previdenziali.

La prima volta, il prof. Boeri ha esposto una proposta: una bozza di disegno di legge sul sistema pensionistico dal titolo “Non per cassa, ma per equità”, sbrigativamente archiviata dal Governo. La proposta era centrata sull’equità generazionale ed aveva degli elementi di decisa rottura con il passato. Infatti, il sistema pensionistico italiano, ormai prevalentemente contributivo, realizza solo l’equità intragenerazionale. Vuol dire che gli appartenenti ad identiche generazioni sono trattati quasi identicamente (il quasi è d’obbligo, vista la selva di oltre 30 gestioni diverse). Ma il sistema mantiene sperequazioni tra generazioni diverse. Per realizzare l’equità intergenerazionale, o almeno per approssimarla, l’Inps proponeva il ricalcolo contributivo delle pensioni retributive già in corso di erogazione. Ne sarebbe scaturito un risparmio, che l’istituto avrebbe diretto agli over 55 privi di impiego e con difficoltà di reinserimento (una specie di reddito minimo).

La proposta Inps-Boeri dava la prima “picconata” al sistema italiano dei “diritti acquisiti”, che sono un meccanismo giuridico che si impone su quello economico, forzandolo anche quando le risorse per garantire questi diritti non ci sono, perché sono risorse dei posteri e devono ancora essere prodotte. Potrebbero non esistere mai o essere, come è già accaduto, ben inferiori a quelle di imprudenti previsioni.

Con la proposta Inps-Boeri, l’equità intergenerazionale del sistema sarebbe di sicuro migliorata, ma non sarebbe stata perfetta, in quanto il montante delle prestazioni sarebbe stato comunque vincolato dai contributi incassati e dai trasferimenti dello Stato. Ossia, saremmo rimasti entro il perimetro di un sistema a ripartizione, con quote individuali che però non sono equivalenti finanziari dei contributi.

Archiviando la proposta, il governo ha scelto di sorvolare sui diversi difetti del pluririformato sistema pensionistico. Il primo è senza dubbio la iniquità intergenerazionale; il secondo è che si tratta del sistema più costoso di tutti i paesi Ocse e che produce il peggior cuneo fiscale dell’Eurozona, e questo incide sulla domanda di occupati e sul costo del lavoro per unità prodotta; il terzo – per lo più dimenticato - è che è un caso di sistema che redistribuisce al contrario. Infatti, le pensioni italiane redistribuiscono dai giovani agli anziani, mentre non c’è prova che i primi siano più ricchi dei secondi. Anzi, ci sono prove che proprio tra i giovani la povertà si stia alzando, e in termini strutturali, non solo in Italia ma in tutta l’Europa.

Perché la reverse distribution è dannosa? La reverse-redistribution non solo è iniqua, se i giovani hanno meno mezzi degli anziani, ma non è neppure neutrale sotto il profilo macroeconomico, perché la propensione alla spesa e all’investimento dei giovani è maggiore di quella degli anziani, quindi il sistema pensionistico, così come è congegnato, deprime la domanda finale interna e contribuisce alla stagnazione del Pil.

È così che l’Inps e il prof. Boeri ci riprovano tornando sulla questione all’inizio di dicembre 2015, prendendo spunto proprio dalla reverse-redistribution. Dicono che un trentenne d’oggi andrà in pensione solo a 75 anni, con un assegno medio (1.503 euro) tagliato del 25 per cento rispetto al pensionato di oggi (1.793). Il calcolo non solo è corretto, ma è perfino ottimistico, la realtà potrebbe perfino essere peggiore della statistica. Infatti:

-         Il pensionato di oggi può ancora andare in pensione a 65 anni, ossia dieci anni prima del trentenne (75 anni); l’equivalente finanziario di una rendita di 1500 euro mensili per i 10 anni di differenza è un montante di 209.000 euro (calcolo al 3%), quindi la perdita dei trentenni d’oggi, futuri pensionati è maggiore della differenza di rendita vitalizia di circa 200 euro;

-        L’ipotesi di pensionamento a 75 anni per il momento è puramente teorica, perché richiederebbe un mercato del lavoro che consideri occupabili gli ultra settantenni. Invece, il mercato del lavoro italiano considera inoccupabili i 55 enni, quindi c’è un’inconsistenza;

-        Per buona parte dei trentenni d’oggi, che hanno iniziato a lavorare una decina di anni fa, non ci saranno mai 40 o 45 anni di contribuzione ininterrotta, perché a partire dal 2000 le carriere si sono frammentate e disgregate. Fatta eccezione per il settore pubblico, è facile avere a che fare con occupati dalle carriere discontinue, più lavori, più datori di lavoro, periodi di precariato e di lavoro autonomo. Quindi, a ben vedere, oltre alla difficoltà dell’occupabilità c’è la questione delle contribuzioni a singhiozzo, che non permetteranno mai di raggiungere l’assegno da 1.500 euro;

-        Infine, se si considerasse la generazione successiva, ossia quella dei ventenni, il calcolo sarebbe ancora più avaro, perché il 39 per cento della generazione dei ventenni per il momento sta ancora aspettando di iniziare a lavorare.

Il sistema, quindi, va cambiato, perché prima o poi non funzionerà più.

Pensiamo in modo non convenzionale, e prendiamo il caso al rovescio. Quale somma occorrerebbe avere a 68 anni (un’età più accettabile per andare in pensione) in modo da poterla convertire in una rendita vitalizia da 1.500 euro al mese? Circa 305.000 euro. E quale somma occorre accantonare mensilmente, da 38 a 68 anni, per accumulare questa somma? Usando un tasso di rendimento del 3 per cento, la somma è di 330 euro al mese, che corrispondono più o meno alla metà dei contributi che si pagano su un minimo contrattuale di un lavoratore di 1° livello del settore terziario. Quindi, un approccio assicurativo, ossia da “fondo pensione” permetterebbe di rimediare al problema. Certo, andrebbe fatto con gradualità e la transizione costerebbe, ma non ci sono alternative, se vogliamo essere sinceri con gli italiani, dopo aver generato promesse e illusioni che non si sarebbero mai potute mantenere.

Le risorse per evitare la pauperizzazione delle generazioni dei trentenni e ventenni ci sono, ma occorre il coraggio di investire nella conversione del sistema previdenziale, amplificando enormemente la quota del secondo pilastro (quello dei fondi pensione) e del terzo (le assicurazioni) e riducendo la quota del primo (l’Inps). In un’economia che cresce poco e con una dinamica demografica piatta o negativa, questa è la sola soluzione possibile, possa piacere o meno. Il solo modo, per prevenire la pauperizzazione delle generazioni appena entrate o in procinto di entrare nel mondo del lavoro.

Il sistema attuale, benché più volte riformato, ha al suo interno due debolezze che sono venute al pettine: la povertà delle prestazioni, legate all’andamento demografico avverso e alla bassa crescita del Pil. La seconda debolezza è che genera una reverse-redistribution, che oltre a violare principi di equità, danneggia la domanda di consumi e, attraverso questa, il Pil, ossia la base stessa del sistema previdenziale. In altri termini, il sistema, a lungo andare, si autoindebolisce. Inoltre, la generazione dei ventenni, ancor più di quella dei trentenni, non avrebbe veramente alcun motivo di aderire al sistema se non fosse obbligatorio. Il sistema previdenziale italiano, in altri termini, può correttamente essere percepito più come un elemento addizionale della fiscalità, piuttosto che come una prestazione differita dello Stato previdente e assistenziale.

All’Inps e al Prof. Boeri va sicuramente il merito di aver messo tutti i dati sul tavolo. Adesso sta alla politica considerarli e fare delle proposte. Avere respinto per le brevi il disegno di legge dell’Inps non è stato un buon inizio.