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Il socialismo democratico made in USA

La debacle dei socialisti in Francia non è stata una buona notizia per Bernie Sanders che cerca di strappare la nomination democratica nella corsa presidenziale sotto l’egida del “socialismo democratico”, che è in pratica un modello più sfumato di “democrazia sociale”. Sanders comunque continua a definirsi “socialista” ed a proporre “una rivoluzione politica contro la classe dei miliardari”.

La candidatura di Bernie Sanders costituisce ormai un fatto nuovo nella politica americana. A cominciare da questo particolare: in passato,  tutti i candidati socialisti in America ammettevano di non avere alcuna possibilità di essere eletti in una contesa presidenziale ma di voler “educare” gli elettori circa i valori del socialismo. Sanders non si preoccupa della impossibilità, fino ad oggi insuperabile, di essere eletto Presidente ma assicura i suoi sostenitori che è in corsa per la Casa Bianca con il proposito di vincere e non semplicemente di “educare”. Eppure è proprio quest’ultimo il risultato più appariscente della campagna elettorale di Bernie Sanders. Sono pochi in verità gli Americani a conoscenza del fatto che in passato gli Stati Uniti potevano contare su un volenteroso partito democratico che aveva eletto sindaci in grandi città come Milwaukee e aveva mandato un paio di rappresentanti al Congresso. Le amministrazioni municipali rette da socialisti avevano dato vita a incisive riforme incentivando l’edilizia pubblica e il miglioramento dei servizi idrici e energetici. Sfortunatamente per i socialisti americani, l’avvento del New Deal rooseveltiano aveva fortemente ristretto il campo di azione dei fautori del socialismo classico. Il colpo di grazia era venuto con la Guerra Fredda ed il confronto ideologico e militare con l’Unione Sovietica, che rivendicava la supremazia del suo sistema socialista. I conservatori americani, ma anche quelli dell’occidente, accomunavano il socialismo antesignano all’autoritario comunismo e lo condannavano con pari ferocia.

Col tempo, i socialisti americani tornavano ad essere gli eredi di Eugene Debbs che nel 1900 era sceso in campo come candidato alla Presidenza dopo essere stato arrestato nel 1894 per aver capeggiato un movimento di protesta con violenti scioperi contro la Pullman Car Company che aveva paralizzato le ferrovie americane. Debs si era presentato quattro volte come candidato alla Presidenza. La prima volta, nel 1900, aveva ottenuto 87.000 voti. Arrestato per proteste contro l’ingresso in guerra degli Stati Uniti, aveva presentato la candidatura dalla sua cella riscuotendo 919.000 voti. Era morto nel 1926 senza aver vinto alcuna elezione. A suo credito va comunque il fatto che oltre mille membri del partito socialista furono eletti a cariche di Stati e di amministrazioni cittadine che giunsero a contare settanta sindaci socialisti.

Per quanto Sanders si presenti come un “socialista democratico”, le sue radici sono quelle del socialismo di Debbs, basato sull’affermazione che il sistema capitalistico dell’America è fondamentalmente ingiusto. Oggi come ieri, Sanders e i suoi potenziali elettori condannano le diseguaglianze create dal sistema capitalista e l’immagine fortemente distorta della libertà come espressione di un capitalismo governato dal principio del “winner take all”, nel quale i bisogni della società sono ignorati a favore dei desideri individuali.

Bernie Sanders parte però da un nuovo concetto del socialismo che esula dal classico stereotipo di una rivoluzione politica volta a riscattare le forze del lavoro, i diritti civili e i movimenti di liberazione della donna. Molte di queste cause sono già state combattute e vinte. I socialisti americani dei giorni nostri non esigono che il governo federale gestisca le grandi industrie e divida i profitti tra tutti coloro che hanno creato i prodotti. Il nuovo pensiero socialista ha tra le sue menti innovatrici il fondatore del movimento Democracy Collaborative, Gar Alperovitz, che parte dall’assunto che un governo meno centralizzato è un bene per la nazione, un concetto che i repubblicani, mutatis mutandis, certamente condividono. Alperovitz avverte: “Quel che la maggior parte della gente considera socialismo è che, con il socialismo, il possesso della ricchezza e del potere è tradizionalmente concentrato nello Stato e nel Governo nazionale. La visione che invece sta emergendo dagli esperimenti in atto nel Paese costituisce un anatema. Essa parte dai quartieri e dalle comunità, dalle città e dagli Stati. Si tratta di decentralizzare il potere, di dirottare il flusso del potere verso le località invece che verso il centro”. Alperovitz ha affrontato il tema in un libro dal titolo provocante, America Beyond Capitalism, la cui tesi centrale è  “democratizzare l’economia”.

Una conclusione da trarre dal dibattito sul socialismo democratico è che la promozione di un tale movimento impone la creazione di una nuova “base di potere” distinta da quella del labor tradizionale. A parte il fatto che il sindacalismo americano è in forte contrazione (è passato dal 35 per cento della forza lavoratrice all’11 per cento), Sanders non ha la strada spianata presso i sindacati americani che tradizionalmente agiscono in base a calcoli pragmatici sui partiti e candidati da appoggiare e finanziare. 

Tra i primi sindacati ad uscire allo scoperto con un endorsement a favore dell’avversaria di Sanders, Hillary Clinton, è stata la American Federation of State County and Municipal Employees, con 1.600.000 membri, seguita da un altro potente sindacato, la American Federation of Teachers, con un altro milione e mezzo di aderenti tra gli insegnanti. Da parte sua, Sanders si è procurato l’appoggio dei postini e delle infermiere: alla Postal Workers Union si è unita la National Nurses United. Ma l’ endorsement più importante, quello dell’AFL-CIO, verrà solamente a campagna elettorale iniziata. 

Hillary Clinton conosce bene i pregi e difetti della socialdemocrazia. Gli alleati europei alleati del marito, quando questi era Presidente, erano leader socialisti eletti. Nel suo primo libro, “It takes a village”, Hillary si era soffermata sui benefici sociali dei paesi scandinavi, Francia, Germania e Italia, quegli stessi benefici che oggi Sanders esalta come porto di approdo del suo socialismo democratico made in USA. In verità, non corre molta differenza nella visione che Hillary e Bernie hanno del socialismo, quella cioè che esula da un’ideologia “un-American”, ossia inaccettabile in America, ma che invece offre un approccio diverso di idee che mirano ad una migliore e più giusta organizzazione della società. Non c’è bisogno di andare troppo indietro nel tempo per scoprire che le idee di un grande socialista americano, Michael Harrington, l’autore di “The Other America”, influenzarono l’azione governativa di John Kennedy e Lyndon Johnson per l’eliminazione della povertà negli Stati Uniti.

Che il socialismo non sia “un-American” lo provano del resto le parole di un Presidente americano di insospettabile fede conservatrice, Ronald Reagan, il quale ebbe a dire che il programma Medicare per l’assistenza medica agli anziani è un “hallmark”, vale a dire il marchio di autenticità del socialismo. Ed ancora, tra i programmi socialisti che gli stessi repubblicani hanno abbracciato nel secolo scorso vale la pena di menzionare la Tennessee Valley Authority, costituita per soddisfare i bisogni di nove milioni di persone prive di energia elettrica. 

Le maggiori speranze di Bernie Sanders si affidano ai giovani, i cosiddetti millennials, attratti dall’idealismo e autenticità dell’aspirante socialista alla Presidenza. Una recente inchiesta condotta dall’Università di Harvard ha accertato che solo il 25 per cento dei giovani di età compresa tra i 18 e 29 anni ha fiducia nel governo federale. La nuova generazione diffida dei rappresentanti eletti e recepisce con favore le promesse di Sanders, come quella di assicurare studi gratuiti presso università e colleges pubblici degli Stati. Sfortunatamente per Bernie, il problema è quello di sempre: i giovani non votano in numero sufficiente ad alterare gli equilibri politici. I millennials sono cresciuti durante la recessione, hanno visto i loro genitori afflitti dalla crisi economica e ora guardano con ansia al proprio futuro. Ma la sete di riforme economiche e giustizia sociale non garantisce l’afflusso alle urne dei giovani. Se questi sono divisi, come rilevano varie inchieste, nei giudizi pro o contro il capitalismo, il quadro nazionale resta favorevole, in misura del 52 per cento, al capitalismo mentre il socialismo non va oltre il 26 per cento. Il che rappresenta un ragguardevole miglioramento rispetto al passato, ma di certo non sufficiente ad eleggere il primo Presidente socialista.

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