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Antonin Scalia, il giudice dell’età di Reagan

Con la morte improvvisa di Antonin Scalia, giudice della corte suprema americana, se ne va una delle colonne dell’età di Reagan.

Quando nel 1986 il presidente repubblicano lo nominò in sostituzione di William Rehnquist (a sua volta chiamato a sostituire Warren Burger) la massima autorità giudiziaria americana era ancora, grosso modo, quella che si era formata a metà Novecento durante le presidenze Roosevelt e Eisenhower: divisa tra una minoranza conservatrice e una maggioranza liberal connotata da un forte interventismo sui diritti civili. Quest’ultima era moralmente prevalente nel discorso pubblico, pervasiva a tal punto che i suoi massimi campioni erano stati, nell’ordine, Earl Warren e William J. Brennan: entrambi nominati da presidenti repubblicani ma progressisti nelle sentenze e nelle argomentazioni. Era stata la Corte ad affermare imperativamente negli anni Sessanta e Settanta le storiche espansioni delle libertà individuali, dal diritto alla privacy che venne utilizzato per giustificare la legalizzazione federale dell’aborto al ripudio della segregazione razziale. Lo aveva fatto secondo una interpretazione del rapporto con la Costituzione che era stata messa a punto nella prima metà del Ventesimo secolo: la living Constitution. Secondo tale dottrina, il testo fondamentale subisce nel tempo un’evoluzione “darwiniana” che ricalca il cambiamento del pensiero e delle sensibilità delle generazioni; il progresso avviene attraverso una relazione dialettica, sempre viva, tra il testo scritto e il presente storico, come se il primo termine “parlasse” al secondo e viceversa; l’adattamento dei principi costituzionali alle mutevoli condizioni della vita sociale americana è il compito principale della Corte.

La visione di Scalia era assai diversa. La Costituzione americana andava letta inforcando non le lenti dell’oggi, ma quelle di coloro che l’avevano scritta, ispirata e ratificata. Il testo era il testo ed era, infine, il testo: nella sua bellezza autentica ed integra. “La costituzione è morta, morta, morta”, aveva detto una volta, in aperta polemica con l’ideologia sopra descritta. Una delle chiavi per capire l’intervento di Scalia nella Corte in questi trent’anni è la parola inglese restraint: astenersi, contenere il ruolo dell’autorità federale e della corte medesima. Su questa base Scalia è stato infinite volte in minoranza, ma non si è mai scoraggiato. Nel 2003, nella sentenza Lawrence v. Texas che aveva imposto la cancellazione delle leggi anti-sodomia su tutto il territorio nazionale, ad esempio, Scalia si era opposto alla sentenza non entrando nel merito della pratica omosessuale, citando vecchie teorie o concezioni del passato, ma argomentando che il progresso su questi temi dovesse venire dal voto democratico a maggioranza e che non fosse compito della Corte esprimersi in materia. Della legge americana era da prediligere un’interpretazione la più letterale ed esegetica possibile, che conservasse lo spazio dell’intervento pubblico negli stretti abiti settecenteschi in cui la legge era stata concepita. Così, in perfetta coincidenza con il neo-patriottismo del presidente che lo aveva nominato - lo stesso Reagan che riprendeva, dopo decenni di blande menzioni, una forte retorica nazionale basata sulla continua citazione dei Padri fondatori, specialmente Thomas Jefferson - Scalia traeva dalle parole founding fathers esiti diametralmente opposti rispetto a quelli dei progressisti novecenteschi. Negli anni Venti e Trenta, da giudice, Louis Brandeis aveva rinforzato strenuamente le tutele sociali dei lavoratori proprio cercando nella Costituzione il principio della libertà dal bisogno e dalla miseria; al contrario, alla domanda “Cosa direbbe oggi Jefferson dei super-PAC, i gruppi di pressione economicamente potentissimi che cercano di influenzare la politica?”, Scalia aveva recentemente risposto: “Penso che Jefferson direbbe: più dibattito c’è, meglio è”, giustificando così l’ingresso legalizzato nell’agone politico di un fiume di denaro.

La domanda che a questo punto sorge spontanea è: su quanti altri territori della politica una Costituzione scritta due secoli e mezzo fa non si esprime in modo diretto ed esplicito ma deve essere interpretata? Questa domanda ne sottintende un’altra: su quanti temi dell’oggi il pensiero degli uomini di ieri contiene zone d’ombra, ambigue, incerte, persino vergognose? Quanti sono gli aspetti “inconcepibili” e “intollerabili”, secondo la coscienza moderna, non solo dei Padri Fondatori ma di tanta parte del passato? Thomas Jefferson accettava lo schiavismo; Woodrow Wilson non si oppose alla segregazione (e infatti a Princeton, di cui fu rettore, c’è chi ha chiesto che gli venga cancellata l’intitolazione di una facoltà e di edifici universitari); persino Lincoln non concepì la guerra civile come sola battaglia di emancipazione e di libertà, ma piuttosto come soluzione a un problema politico più complesso e vasto, di uniformazione di una parte del paese al sistema economico e sociale delle città del Nord, di cui la questione della schiavitù non era che uno dei tanti aspetti.

Dal dopoguerra e dalla New Left in poi, esiste una fetta di opinione pubblica americana che in base a questi esempi storici ha maturato una visione radicalmente revisionista del ruolo degli Stati Uniti, basata sul rovesciamento in negativo di quanto il “vangelo laico” del patriottismo americano recitava: gli Stati Uniti non sono una forza che opera per il bene, il loro ruolo storico non è mai stato l’espansione delle libertà, il loro passato non è da ammirare ma da condannare, rigettare, censurare come imperialista e schiavista. L’unica “libertà” possibile, secondo tale visione, è quella ancora da costruire e da realizzare, poiché l’America di oggi è uno scandalo di ingiustizia; il progresso può avvenire solo se gli Stati Uniti si distanzieranno il più possibile dal proprio passato di violenza e sopraffazione.

Tra le due correnti di pensiero - quella conservatrice, possentemente rigenerata nell’era reaganiana da figure come Scalia, e quella della sinistra radicale - resiste una difficile, compromissoria, pragmatica terza strada. Essa non disconosce le ingiustizie e lo scandalo della loro persistenza nel presente, ma si basa sulla realistica presa d’atto che un progresso materiale e morale si è verificato, anche e soprattutto grazie ai meccanismi della democrazia americana stessa, e che esso va incoraggiato e proseguito, non lasciandosi scoraggiare dalle incongruenze degli uomini del passato ma cercando di cogliere razionalmente in loro “i migliori angeli della natura”, ciò che essi hanno da dire al mondo di oggi. Non solo; per i pragmatici Americani il progressismo è contenuto proprio nell’“intento originale” dei Costituenti: considerare il testo costituzionale come flessibile, aperto e adattabile al cambiamento delle menti degli uomini è interpretare correttamente le intenzioni dei legislatori americani; non è tradirle, ma assecondarle. Come scrisse Thomas Jefferson: “le leggi e le istituzioni devono andare di pari passo con il progresso della mente umana. Man mano che essa si fa più sviluppata, più illuminata, man mano che nuove scoperte vengono fatte, nuove verità dischiuse, e costumi e opinioni cambiano con il cambiare delle circostanze, le istituzioni devono anch’esse avanzare, tenere il ritmo dei tempi”.

Chissà se nella nomina del prossimo giudice Barack Obama troverà un sostenitore - come è probabile - di tale visione. Chissà soprattutto se la nomina andrà a buon fine. La battaglia è aperta, poiché la ratifica deve passare per il voto del Senato, a maggioranza repubblicana. Antonin Scalia lascia nelle mani del conservatorismo statunitense un’eredità importante, costruita anche sui taglienti giudizi che esprimeva nel dissentire dai suoi colleghi. Ma c’è una sua lezione che parla a tutti, anche ai liberal e agli avversari politici: “abbiate il coraggio di vedere le vostre convinzioni trattate come stupide”.

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