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La tragedia dei migranti in fuga verso l’Europa è una crisi “autoindotta”

Il fiume umano di disperati che abbatte i blocchi di frontiera in Macedonia e lo sgombero degli accampamenti a Calais sono i segni di un’emergenza ormai incontenibile e che rischia di finire tragicamente.

“L’Europa è sull’orlo di una crisi umanitaria che in larga misura è stata autoindotta”, è l’allarme lanciato dall’UNHCR, l’Alto Commissariato dell’Onu per i profughi. Nei primi due mesi del 2016 i rifugiati che hanno bussato alle porte dell’Unione europea (UE) sono stati 131.724, di cui più del 90% sono approdati in Grecia. Almeno 410 persone sono morte nel tentativo di sbarcare sulle coste europee. Numeri paragonabili a quelli dell’intero primo semestre 2015 e che dimostrano come l’emergenza profughi sia lontana dall’esaurirsi, e le statistiche già vertiginose dell’anno scorso – più di 1.100.000 rifugiati di cui 400.000 minori e un quarto donne, 3.800 vittime del mare – siano destinate a essere superate in brevissimo tempo. Per rendersene conto basta fare un confronto con le statistiche di appena due settimane prima.  Intanto il dibattito politico e mediatico sulla questione dei migranti si articola in buona parte su un piano morale, come mostrato anche dall’esortazione del Papa: quello che manca è la “solidarietà”, e i Paesi che la possiedono si scontrano a Bruxelles con le nazioni più restie ad aprire le porte, come l’Austria del cancelliere Weyner Faymann che ha dichiarato che il suo Paese “non è la sala d’attesa per la Germania”.

La crisi però è stata “autoindotta” non solo dalle politiche degli ultimi mesi, che hanno visto una clamorosa divisione e disorganizzazione dei 28, che ha messo in crisi lo stesso modello europeo. In qualche modo, e proprio nei suoi aspetti più tragici, è stata “autoindotta” da anni di politiche precedenti. Nel dibattito sugli immigrati uno degli argomenti morali può essere infatti riassunto con l’imperativo morale di “non possiamo vederli affogare in mare”. Quasi la totalità dell’opinione pubblica europea (e numerosi politici) però ignorano i meccanismi dell’immigrazione “extracomunitaria” e non si chiedono perché uomini, donne e bambini si stipano su barconi e gommoni per traversate che si possono compiere con un aereo di linea, comodamente, senza dover rischiare la vita, e pagando dieci volte meno a una compagnia aerea invece che a trafficanti senza scrupoli. Per alcune categorie di profughi, come una certa percentuale di Siriani in fuga dalle bombe, o di cittadini di dittature che non concedono il diritto di espatrio, come l’Eritrea, completare una pratica formale per l’ingresso (anche da semplici turisti) nell’UE è impossibile a causa della mancanza dei documenti. Ma per la maggior parte dei Paesi dai quali provengono i richiedenti asilo – i più numerosi sono Siriani, seguiti dagli Afghani, dai Kosovari e Albanesi e dagli Iracheni – la procedura è disponibile.

Se decine di migliaia di persone non vi fanno ricorso scegliendo la strada pericolosa e difficile dell’immigrazione clandestina la spiegazione è semplice: non possono ottenere un visto per l’Europa. Chi non ha abitato fuori dall’UE, abituata già molto prima di Schengen a varcare confini senza visti, timbri e passaporti, non ha idea di quanto sia difficile per un extracomunitario sbarcare nel Vecchio continente. Le code nei consolati sono lunghe quanto la lista dei documenti da presentare anche solo per ottenere un visto turistico. Estratti conto, buste paga, certificati dal datore di lavoro, dichiarazioni di stato di famiglia, dei redditi, fedine penali, e poi la prenotazione dell’albergo con pagamento anticipato, il biglietto andata e ritorno (con data chiusa), l’assicurazione medica e i contanti sufficienti per tutta la durata del soggiorno, senza parlare di traduzioni autenticate dei vari documenti. Se invece di essere turisti si viene invitati, si aggiungono documenti del cittadino o dell’ente ospitante (con l’impegno ad assumersi tutte le spese, incluso il rimpatrio). Alcune nazioni richiedono perfino la corrispondenza personale e altri documenti privati, oltre ai dati completi di genitori e coniuge (per esempio), in base alla quale i funzionari consolari stabiliranno se il legame con chi invita l’ospite extracomunitario è sufficientemente profondo da giustificare il viaggio.

Tutte queste barriere vengono innalzate per fermare l’emigrazione clandestina. E non fanno che aumentarla. Di fatto, un viaggio in Europa diventa possibile soltanto per una persona benestante, istruita, con a disposizione tempo e mezzi per superare tutta la trafila burocratica. Tutti gli altri si presentano ai consolati in una condizione di presunta colpevolezza di volersi intrufolare nel paradiso UE, e l’onere della prova è a carico del richiedente. Nel dibattito degli ultimi mesi si è qualche volta paragonato il modello dell’emigrazione praticato in Europa con quello americano, che ha il pregio “di offrire all’immigrato un percorso chiaro, trasparente e uno sbocco sostanzialmente più facile che in Europa per arrivare ai diritti di residenza”. I consolati Usa sono famosi per l’irriverenza con la quale interrogano i richiedenti visto e li respingono sulla base del semplice sospetto che in realtà vogliano restare in America. Ma in questo caso restituiscono il plico con la frase “deve fare richiesta di immigrazione”. Un altro sportello, una trafila ancora più lunga, ma si può tentare. Si può addirittura scommettere di vincere una green card alla lotteria. La maggior parte dei Paesi europei non offre questa opzione. Si può entrare come turisti (studenti, imprenditori, ricercatori ecc.) offrendo garanzie di denaro o facendosi garantire da qualcuno. Si può avere un visto di lavoro, se si trova un datore di lavoro disposto ad assumersi costi e burocrazia. La soluzione più ovvia è entrare con un visto turistico, restare come clandestini, cercarsi un lavoro in nero e poi emergere in qualche modo. E’ il percorso seguito negli ultimi anni dalla maggioranza degli immigrati in Italia. Il percorso “ufficiale” può funzionare per un professore universitario, ma è difficile per un aspirante imbianchino. E di conseguenza ci sono interi popoli per i quali un visto turistico è quasi impossibile da ottenere. E non resta che il barcone.

Vista da fuori, l’Europa è un fortino che non vuole intrusi. Si commuove per la foto del piccolo Aylan, ma non si chiede perché ha dovuto morire affogato quando in un mondo normale ai suoi genitori sarebbe bastato comprare un biglietto, imbarcarsi su un aereo, per esempio, a Istanbul e atterrare a Roma, Vienna o Parigi con un visto turistico, o anche senza, considerando che ormai le fiumane di migranti arrivano spesso sprovvisti anche dei documenti d’identità. E poi andare a cercarsi un lavoro, chiedere asilo, rifugiarsi in una struttura della Croce Rossa, insomma, provare a sopravvivere e cominciare una nuova vita. Come hanno fatto gli immigrati da sempre, come facevano italiani, irlandesi e polacchi quando sbarcavano a Ellis Island, come fanno tutt’ora gli immigrati negli Usa e in altri Paesi dove l’accoglienza statale è inesistente. Quanto poi l’assistenza che si vuole dare ai migranti sia più di ostacolo che di aiuto è un altro dibattito aperto, anche se poco seguito: secondo alcuni ricercatori, i profughi e richiedenti asilo si integrano nel Paese di accoglienza più lentamente degli immigrati “normali” proprio a causa delle limitazioni imposte a loro – come l’obbligo di risiedere in centri di smistamento o di non poter entrare nel mercato del lavoro – dal loro status incerto in attesa dell’esame della richiesta (Hatton, 2013). Ovviamente, possono creare problemi di ordine pubblico o competere per i posti di lavoro, anche se molto meno di quanto si pensi comunemente: una recentissima ricerca mostra come i nuovi arrivati entrino in una concorrenza molto limitata con i locali, a causa della differenza troppo marcata del livello di istruzione e di competenze, e della disponibilità ad accettare lavori normalmente snobbati dalla popolazione autoctona. La ricetta quindi anche nel moderare l’impatto economico dell’ondata migratoria sarebbe una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro, con eventuali agevolazioni per chi impiega profughi, anche su base temporanea, permettendo loro di assimilarsi e non pesare sulle spalle della comunità, evitando così politiche di ospitalità a denti stretti, come quella danese di sequestrare ai migranti i gioielli per pagargli i container e i pasti in mensa.

Che l’UE non sia in grado di curare, assistere e istruire milioni di extracomunitari al pari dei propri cittadini, non è una scoperta di ieri. L’ipocrisia è non ammetterlo. Negli Usa un immigrato (ma anche un Americano) non può avere cure mediche senza un’assicurazione, e finire sotto i ponti è un’opzione possibile per tutti, cittadini e non. In Europa un’opinione pubblica che vuole essere civile e progressista insiste che non possiamo tollerare che gli immigrati siano cittadini di serie B, che non possano accedere alle stesse scuole e gli stessi ospedali dei cittadini europei. Il problema è che la conseguenza di questo ragionamento è stata finora quella di tenere fuori dall’Europa milioni di persone destinate a restare vittime della miseria, delle guerre, delle dittature, o in ogni caso di sistemi che non possono offrirgli standard di welfare minimamente paragonabili ai peggiori esempi europei. Lontano dagli occhi di un’opinione pubblica che si potrebbe commuovere, e anzi adoperandosi in più occasioni per bloccare l’arrivo dei migranti grazie alla cooperazione con regimi lontani dagli standard europei come quello di Gheddafi.

E qui scatta un altro paradosso dell’ambiguità delle politiche europee. Il bimbo Aylan affogato su una spiaggia turca ha commosso il continente ed è diventato il simbolo della svolta verso le porte aperte ai profughi, siriani e non. Ma è morto in mare perché non aveva i requisiti per ottenere un visto. Per entrare in Europa i migranti devono salire sul barcone e rischiare. Devono commuovere. Facendo infuriare – e di nuovo lo si vede solo guardando l’Europa dal mondo “extracomunitario” - i loro compagni di sventura. Quelli che sono arrivati prima, più o meno legalmente: i commercianti cinesi, le colf filippine, gli imbianchini romeni, i fattorini peruviani, le badanti ucraine. Quelli che non hanno chiesto aiuto, anche perché nessuno glielo avrebbe offerto. Quelli che spesso apprezzano i benefici dell’Europa più dei suoi cittadini, anche perché sanno con cosa confrontarla, e quelli che per primi hanno sperimentato (e in parte involontariamente provocato) l’insorgere della xenofobia.  L’immigrato entra nell’agenda politica dell’Europa se è miserabile e disperato, se commuove e fa sentire buoni coloro che lo aiutano, mentre intanto molti Stati limitano il diritto al ricongiungimento familiare per i rifugiati, trasformando l’ultima ondata migratoria in una marcia di donne e bambini (quasi il 60% degli ultimi arrivati, quelli che hanno fatto la traversata d’inverno) che cercano di sfondare le frontiere per raggiungere i loro uomini, i primi ad essere partiti. Un altro dramma “autoindotto”, in attesa del prossimo caso Aylan.

 

Riferimenti

Hatton, T. (2013), “Refugee and Asylum Migration”, in A F Constant and K F Zimmermann (eds), International Handbook on the Economics of Migration, Cheltenham, UK and Northampton, MA: Edward Elgar. 

 

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