Ricerche e Progetti

Il jihad è un lavoro da ingegneri

Nel tentativo di capire (e definire) meglio il fenomeno del terrorismo jihadista si fanno scoperte anche sorprendenti, come il fatto che tra i militanti più istruiti del Califfato vi sia una schiacciante prevalenza di ingegneri.

L'esplosione del fenomeno del terrorismo jihadista ha portato il suo studio dalle stanze dei servizi e delle polizie dove era relegato da decenni, facendo nascere una disciplina che non ha ancora un nome preciso, e nella quale si cimentano arabisti, sociologi, analisti politici e strategici, esperti di religione e psicologi. Con risultati per ora molto variopinti: infatti, le scuole di pensiero principali attribuiscono le cause del terrorismo islamista o allo scontro di civiltà di matrice religiosa, o al disagio economico-sociale, con una lettura dagli accenti terzomondisti che fa risalire il terrorismo alla povertà e all'ignoranza. In mezzo tra queste due correnti dai forti toni ideologici cercano di farsi strada studiosi che affrontano il problema con strumenti tipici della ricerca. Giungendo certe volte a risultati sorprendenti.

Per esempio, Diego Gambetta (sociologo alla European University di Firenze e a Oxford) e Steffen Hertog (professore di politica comparata alla London School of Economics) hanno scoperto che tra i jihadisti che hanno fatto studi universitari prevalgono gli ingegneri. Con una percentuale che esclude la coincidenza: 45% tra i radicali di cui si conosce il percorso di studi. Sono stati censiti e studiati circa 4000 militanti attivi negli ultimi anni sia nel mondo musulmano che in Occidente. E si è scoperto che i jihadisti sono mediamente istruiti, con il 46,5% di iscritti all'università nel mondo musulmano e il 25,2% nei Paesi occidentali. Comparando questi numeri alla percentuale di iscritti universitari nel resto della popolazione (l'11,3% nel mondo musulmano e il 43% in Occidente), si scopre che uno studente dei Paesi islamici ha 15 volte più probabilità di convertirsi al jihad di un occidentale. E, nel caso degli ingegneri, la percentuale è ancora più alta: il 45% appunto, contro l'11,6% degli ingegneri nella popolazione universitaria nei Paesi musulmani e il 16,2% degli studenti occidentali.

In altre parole, il jihad è un lavoro da ingegneri. Ingegneri erano 8 dei 25 attentatori dell'11 settembre, e l'ideatore dell'attacco, Khalid Sheikh Mohammed, era laureato in ingegneria meccanica in un'università americana. Ovviamente, visto anche un campione relativamente ristretto con informazioni lacunose, il numero del 45% poneva più domande che risposte. Innanzitutto, se all'origine c'era una deformazione di base, con disponibilità maggiore di informazioni sul curriculum dei leader terroristici rispetto alla manovalanza. Oppure si poteva spiegare con un'opera di reclutamento particolarmente riuscita nelle facoltà tecniche? Questa ipotesi è stata smentita dal fatto che la maggioranza dei militanti studiati aveva scelto il jihad di propria volontà: non è stato l'islamismo a cercarli, ma loro ad andare in cerca dell'islamismo. Magari gli ingegneri venivano chiamati dai gruppi radicali perché portatori di nozioni preziose in campo tecnico? Nemmeno: la maggioranza dei mancati ingegneri era impegnata in ruoli organizzativi, solo una piccola minoranza utilizzava quanto imparato all'università per costruire le bombe. Restava il dubbio sul legame tra l'ingegneria e il terrorismo: erano certe facoltà ad attirare i potenziali sanguinari, oppure era un certo tipo di istruzione a plasmare e incentivare personaggi che magari sarebbero rimasti innocui se si fossero iscritti a lettere?

Per rispondere a queste domande Gambetta e Hertog hanno scritto un libro, Engineers of Jihad (Princeton University Press). Scoprendo innanzitutto una differenza di fondo tra gli islamisti del mondo musulmano, soprattutto arabo, e quelli nati o cresciuti in Occidente. Tra i primi prevalgono militanti istruiti, con una proporzione di studi universitari di gran lunga superiore alla media della popolazione. Tra i secondi, la maggioranza appartengono ad ambienti di piccola criminalità, disoccupati, disadattati, o banalmente criminali - come gli attentatori di Charlie Hebdo (aspiranti rapper, fattorini che portavano pizze, rapinatori) o come il commando di Parigi e Bruxelles (con precedenti di spaccio). In altre parole, se il jihad in Europa pesca dagli stessi ambienti dai quali reclutano le mafie e le sette radicali, nel mondo musulmano il terrorismo resta un affare per l'élite. O meglio, per la mancata élite. Ingegneria, insieme a medicina, sono le facoltà preferite dagli studenti dei Paesi emergenti sia all'estero che in patria. Lavori sicuri e ben retribuiti, in Paesi che hanno bisogno di ponti, strade, centrali elettriche, ospedali. Ingegneri e medici erano l'avanguardia che andava a carpire i segreti della superiorità tecnologica occidentale, a colmare il gap dell'arretratezza del Terzo Mondo. Le nazioni appena uscite dal colonialismo non avevano bisogno né di laureati in discipline umanistiche – prevalenti nei movimenti radicali europei, soprattutto di estrema sinistra – perché banalmente filosofi e filologi non avrebbero trovato un lavoro, né di studiosi in discipline più scientifiche, come fisica o biologia, perché non disponevano di ricerca. Lauree pratiche, applicate, sicure, alle quali avviare i ragazzi delle famiglie della borghesia e intellighenzia emergente, quelli che avrebbero costruito il domani. I migliori, visto che si tratta di studi tra i più impegnativi, i più preparati, determinati e pazienti.

Funzionò fino all'inizio degli anni '70, quando divenne man mano evidente che le modernizzazioni arabe, soprattutto nei Paesi che avevano tentato una qualche forma di socialismo, si stavano spegnendo, affondate dall'arretratezza, dalla corruzione delle élite e da tanti altri fattori. Ed è in quell'epoca che gli ingegneri cominciano a sostituire l'abito occidentale con il turbante e scoprire l'islamismo (senza dimenticare i medici, come Ayman al-Zawahri, rampollo di ottima famiglia egiziana che ha costruito al Qaeda insieme a bin Laden). Fino ad allora i movimenti radicali dei Paesi musulmani erano alimentati da insegnanti e avvocati, il classico mix rivoluzionario da fine Ottocento in poi, in Europa come altrove. L'impegno politico dei laureati pare direttamente correlato alla dinamicità e la mobilità sociale del loro Paese: infatti, in Indonesia, India o Singapore  la percentuale dei laureati impegnati nel jihad è più bassa perfino dell'Europa (22,5%, ma sempre con una prevalenza di ingegneri sopra la media), e in Arabia Saudita – nonostante alcune significative eccezioni come il commando dell'11 settembre – gli ingegneri jihadisti sono pochissimi, a differenza dei laureati in scienze sociali o teologia.

La scoperta che l'istruzione qualche volta invece di garantire l'uscita dall'oscurantismo contribuisce a formare le nuove leve del terrorismo è paradossale, ed è già stata affrontata da studiosi che sostengono come, in assenza di un'economia dinamica e della mobilità sociale, l'università non fa che aumentare il numero degli insoddisfatti. In tanti Paesi gli ingegneri che sognavano un futuro assicurato si sono scoperti a dover scegliere tra sbarcare il lunario in patria, emigrare in Occidente per fare l'imbianchino o il pizzaiolo o arruolarsi nel jihad. A spingerli non è stata tanto la povertà, come teorizzato da molti in Europa, quanto la delusione rispetto alle aspettative. E' un'aspirante élite delusa e ingannata nelle sue attese e ambizioni, che non vede o pensa di non vedere vie d'uscita. Ricordiamo che il ragionamento si applica soprattutto a jihadisti originari dei Paesi musulmani, per gli immigrati e i figli degli immigrati scattano meccanismi diversi.

Resta però un'altra domanda inquietante: perché proprio gli ingegneri. Una delle prime spiegazioni che vengono in mente è che si tratta di un mestiere che insegna certezze. Ordine e regole, imparate le quali si può far funzionare il mondo per il verso giusto. Il relativismo non è di casa nelle facoltà di ingegneria (4). Gambetta e Hertog sono partiti da questo tratto di “chiusura cognitiva” spiccatamente conservatore e l'hanno associato ad altri due criteri, presenti sia tra i conservatori occidentali che tra gli islamisti: la ricerca e il rispetto delle gerarchie, e il disagio provato di fronte a fenomeni sconosciuti, estranei alla loro cultura e/o esperienza. Dalle loro indagini è risultato che anche in Occidente gli aspiranti ingegneri mostravano un'aderenza a questi valori spiccatamente maggiore degli studenti di altre discipline. Secondo il professore Arie W. Kruglanski, gli ingegneri fanno più fatica ad adattarsi ai cambiamenti, a rivedere le loro opinioni, a rivalutare il mondo intorno a loro e il proprio ruolo al suo interno. Esattamente come i jihadisti e gli estremisti religiosi in generale, come racconta nel suo Terror in the Name of God la professoressa della Boston University Jessica Stern: “Hanno meno dubbi, vedono meno sfumature di grigio, per certi versi si possono invidiare”.

Il paradosso è che il numero degli ingegneri è molto cospicuo anche in altri gruppi estremisti non musulmani, per esempio, nella destra del suprematismo bianco statunitense o tra i xenofobi russi. Complice anche la loro capacità professionale a porre e risolvere problemi, a organizzare e pianificare. Nel caso della Russia però c'è un equivoco di fondo: la laurea in ingegneria, con requisiti molto diversi da quelli occidentali, è la più diffusa e meno prestigiosa, e dal culto dell'ingegnere dei primi anni del comunismo (in una delle prime versioni del Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov il diavolo arrivava a Mosca sotto le spoglie di un ingegnere europeo, all'epoca figura di grande prestigio, portatore di sapienza e progresso) si è passati al disprezzo verso una categoria diffusa, mal pagata, intellettualmente mediocre e generalmente ai piani bassi del prestigio sociale (già in tarda epoca sovietica erano normali frasi del tipo “mio marito è un comune ingegnere” e a ingegneria si iscrivevano più che altro studenti mediocri che non osavano tentare facoltà più prestigiose). Mentre a destra prevalgono le discipline tecniche, la sinistra resta storicamente appannaggio delle facoltà umanistiche: le BR, la RAF e le guerriglie latinoamericane erano animate da studenti di scienze sociali, filosofia e lettere. Una correlazione apparentemente assurda, che però fornisce un'altra chiave di lettura del jihad: mentre il terrorismo “comunista” era comunque “rivoluzionario”, con in mente un progetto di cambiamento del mondo, di un progresso per quanto non condivisibile, il terrorismo islamista si associa ad altri estremismi di destra come “conservatore”, con l'ausilio di una religione rigida, ancorata al passato e ancora in attesa di una riforma. I jihadisti non vogliono cambiare il mondo, vogliono distruggere il mondo che li ha rifiutati o che non accettano. Oppure, come nel caso dell'ISIS nei territori che ha conquistato in Siria e Iraq, cercano di mettere in pratica un modello non di progresso ma di regresso, ispirandosi a forme arcaiche di un passato mitico (come anche i salafiti di diversi gruppi, ma anche il regno saudita, definito da qualcuno “un ISIS che ce l'ha fatta”).

Un terrorismo di “risentimento”, di rifiuto, nichilista e distruttivo, che rende logica anche la propensione al martirio. Le sfide della modernità sono, secondo Alexandr Asmolov, responsabile della cattedra della psicologia dell'individuo alla facoltà di psicologia dell'Università statale di Mosca, quella della complessità, dell'incertezza e della varietà. L'antitesi della triade “conservatrice”, ordine, gerarchia e omogeneità. Più si restringe la prospettiva percepita del futuro assicurato, più cresce l'aggressività e la propensione al rischio. Nel caso del dibattito citato si parla della Russia, un Paese dove la quota di popolazione delusa nelle proprie aspettative, pessimista sul futuro e addestrata per decenni a una mentalità rigida che fatica ad adattarsi agli enormi cambiamenti subiti con una modernizzazione prima comunista e poi capitalistica, è molto cospicua. L'autostima nazionale è a livelli bassissimi, il confronto con l'Occidente è stato perso e l'assenza di una tradizione nazionale più antica nella quale rifugiarsi (come nel caso degli arabi o di altri popoli asiatici) rende il presente ancora più ansiogeno, e la mancata elaborazione di strumenti sociali e culturali complessi e moderni alza la soglia dell'aggressività a livelli pericolosi. La valvola di sicurezza che scatta, secondo Asmolov, è il vecchio archetipo russo del “consegnare se stessi”, alternativo all' “archetipo dell'accordo”, formulato già da Jurij Lotman: l'individuo e la società si consegnano a un leader che in cambio produce certezze, formula prospettive e incanala e dispensa l'aggressività. In Russia questo ruolo viene svolto, probabilmente a sua insaputa, da Vladimir Putin. Il crollo dei regimi dei vari raiss in Medio Oriente, insieme al fallimento del modello di Stati nazionali di relativa modernizzazione (Siria, Egitto, ma in qualche misura anche il resto del Nord Africa), ha lasciato a piede libero centinaia di ingegneri o aspiranti tali che invece delle dighe ora vogliono costruire bombe.

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