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Le aziende “zombie” sono fra noi: si salvi chi può (dal giudice fallimentare)!

Tribunali fallimentari più veloci nel sancire l’uscita dal mercato delle imprese irrimediabilmente insolventi e spesso improduttive potrebbero generare ricadute positive consistenti per tutto il sistema economico Italiano.

Mentre l’economia italiana ancora fatica a rialzarsi dopo i contraccolpi socio-economici della crisi finanziaria iniziata col collasso di Lehman Brothers nel 2008, si sente sempre più spesso parlare delle cosiddette aziende “zombie”. Tali attività economiche non sono un sottoprodotto cinematografico del genere horror, ma bensì una realtà con cui non solo i nostri mercati, ma anche il sistema giuridico e la politica devono iniziare fare seriamente i conti.

L’origine di questo fenomeno si associa comunemente al periodo di stagnazione economica giapponese degli anni novanta, durante il quale, una cattiva gestione della pratica dei prestiti bancari, tenne “in vita” imprese che da un punto di vista economico erano da considerarsi “morte”: dunque imprese morte-viventi o “zombie”. Tuttavia, lungi dal rimanere confinato in estremo oriente, tale fenomeno economico si è diffuso globalmente proprio come le pandemie che nelle pellicole hollywoodiane espandono l’invasione degli zombie. Uscendo dalla metafora cinematografica e concentrandosi sugli aspetti economici legati a tale fenomeno, numerose sono le conseguenze negative per i mercati. Aiutando tali attività improduttive a rimanere in vita artificialmente si impedisce una redistribuzione delle loro risorse verso allocazioni più efficienti. Al di là di un Darwinismo sociale di facciata, tale eventualità fa sì che quote di mercato rimangano ad attività economiche improduttive, disincentivando la nascita di aziende più efficienti e l’innovazione. La demografia industriale viene così colpita sia in entrata, che in uscita. Da un lato le imprese improduttive vengono trattenute artificialmente in vita, impedendo che le risorse da esse utilizzate possano essere impiegate per scopi più efficienti. Dall’altro, tale fenomeno impedisce lo sviluppo di nuova imprenditorialità, disincentivando l’assunzione di rischio connessa alla creazione di nuove attività economiche. Ne risultano così compromesse non solo la demografia industriale, ma altresì quei processi di innovazione tecnologica, necessari per la crescita dell’economia.

Nei postumi dell’ultima crisi finanziaria, tale fenomeno ha iniziato a prendere piede anche fra le imprese del vecchio continente. Come in Giappone, anche nel caso europeo il primo indiziato è apparso subito essere il sistema bancario. In un articolo comparso nel 2015 sul britannico “The Economist”, si imputava alle politiche macroeconomiche della BCE una concausa scatenante il diffondersi delle imprese “zombie”. Con tassi d’interesse prossimi allo zero, il costo del debito risulta decisamente alleviato. In questo modo si posticipa semplicemente l’inevitabile, con l’ulteriore conseguenza negativa che tali “cattivi” debiti continuano a passare di mano, diffondendo ulteriormente il “contagio”.

Tuttavia, nonostante sia fuor di questione che tale meccanismo di trasmissione “macroeconomico” sia presente anche in Europa, scopo di chi scrive è di cercare di mettere in evidenzia una causa ulteriore, propria del sistema Italiano. Tale prospettiva appare maggiormente idonea allo scopo di isolare potenziali problematiche nella disponibilità di azione del policy-maker Italiano. A tale proposito l’attenzione verrà qui dedicata al sistema giudiziario italiano, con particolare enfasi al ruolo dei tribunali fallimentari nell’alimentare il fenomeno delle imprese “zombie”.

Sfortunatamente, l’Italia è ben nota per la cattiva performance del proprio sistema giudiziario. A detta del progetto “Doing Business” promosso dalla Banca Mondiale, per quanto riguarda la durata dei processi civili, l’Italia si posiziona 172a su 189 paesi nel mondo, alle spalle di nazioni come il Gabon e il Pakistan. Diverse sono le cause di questa inefficacia che trovano la propria origine nella cattiva gestione del sistema amministrativo nazionale e in una litigiosità che non trova eguali negli altri paesi sviluppati. Ad ogni modo, la scienza economica è piuttosto concorde nel riconoscere l’impatto negativo sulle attività imprenditoriali di un sistema giudiziario lento e imprevedibile. Stante la residualità dei metodi alternativi (extra-giudiziali) di risoluzione delle controversie, il sistema giudiziario rimane la “tecnologia istituzionale” principale a disposizione degli imprenditori per vedere applicate le clausole contrattuali che codificano le loro transazioni economiche. Se gli imprenditori non possono fare affidamento su tribunali veloci per vedere riconosciute le proprie pretese, il grado d’incertezza generale che caratterizza le transazioni economiche incrementa, favorendo così comportamenti opportunistici e di rendita.

Tuttavia, se una giustizia “lumaca” sfavorisce in generale l’attività economica, e quindi la propensione al rischio che è insita dietro la nascita di ogni nuova impresa, l’interesse qui non riguarda tanto la mancata entrata d’imprese “potenziali”, quanto la mancata uscita delle aziende “zombie”. In questa prospettiva, il ruolo dei tribunali fallimentari (ovvero le sezioni che si occupano di fallimenti all’interno dei tribunali civili) diventa fondamentale. Purtroppo, anche in questo specifico contesto il sistema giudiziario Italiano risulta essere il fanalino di coda, per lo meno a livello Europeo. Nello scorso decennio il tempo medio per la risoluzione di una causa di fallimento per un’impresa è stato di oltre nove anni e mezzo. Tale durata coincide con il periodo durante il quale l’imprenditore dichiarato fallito patisce maggiormente le conseguenze economiche e legali derivanti dalla procedura concorsuale. Non soltanto l’imprenditore viene spossessato dei beni coinvolti nell’attività dichiarata fallita, ma viene altresì mantenuto in un “limbo” giuridico che gli impedisce di poter avviare una nuova impresa liberato dai precedenti debiti (quello che gli inglesi chiamano la “fresh start”). A questo punto è assai intuitivo notare come il protrarsi di tale lasso temporale sia altamente negativo per l’imprenditore in difficoltà. Questo è dovuto al fatto che i costi “indiretti” di una procedura fallimentare sono positivamente correlati alla sua durata. Se da un lato ci sono dei costi fissi e diretti (ad esempio, tasse e spese legali), dall’altro vi è una componente non direttamente quantificabile in termini monetari e variabile nel tempo. Quest’ultima comprende i costi “indiretti” derivanti dagli impedimenti legali che un imprenditore fallito deve subire sul piano dell’attività economica. Tuttavia tali costi indiretti includono anche le conseguenze negative in termini di stigma sociale legati al fallimento di un’impresa e all’eventualità che da questa possa scaturire anche una procedura penale di bancarotta: trasformando così l’imprenditore da fallito in delinquente.

Tali costi indiretti aumentano con il protrarsi della durata di una procedura fallimentare. A tal proposito, diversi studi (Gimeno et al., 1997; Lee et al., 2007) hanno evidenziato come all’aumentare della durata dei procedimenti, gli imprenditori potenzialmente insolventi preferiscano operare finanziariamente in perdita, pur di evitare di dover sopportare tali costi. Se a questo associamo una cornice macroeconomica caratterizzata da tassi d’interesse bassi e credito (relativamente) facile, si comprende come molte imprese reagiscano alle distorsioni del sistema istituzionale, trasformandosi in aziende “zombie”. L’agonia di tali imprese potrebbe essere abbreviata dall’intervento dei creditori sotto forma d’istanza di fallimento. Tuttavia, comportandosi anche questi ultimi in modo strategico, essi possono anticipare i rischi legati a una lunga procedura fallimentare in termine di riscossione dei loro crediti. É dunque plausibile attendersi la posticipazione di tale azione nella speranza che l’impresa possa risollevarsi e adempiere spontaneamente o con l’ausilio di interventi bancari alle proprie obbligazioni, innescando così un circolo vizioso.

In un recente studio si è riuscito a quantificare l’effetto della durata dei procedimenti fallimentari sull’uscita delle imprese dai mercati (Melcarne & Ramello, 2016). Rimandando a tale lavoro per i dettagli tecnici della strategia di analisi, è sufficiente qui riportare i risultati che dimostrano come la durata della procedura fallimentare abbia un effetto sulla persistenza nei mercati d’imprese insolventi. Secondo le stime degli autori, ogni giorno aggiuntivo di durata di un fallimento, impedisce in media l’uscita di 17 imprese l’anno dai mercati nazionali. Se questo effetto può sembrare a prima vista poco rilevante in termini quantitativi, bisogna considerare la grande varianza della durata dei fallimenti sul territorio italiano: si va dai 1.8 anni del Tribunale di Biella ai 24.6 del Tribunale di Gela. Di conseguenza, se ogni anno di durata in più comporta la permanenza di oltre 6200 imprese “zombie” sui mercati, è facile notare come da una generale diminuzione dei tempi di attesa giudiziari tale fenomeno potrebbe essere fortemente ridimensionato.

Si è qui cercato di evidenziare come un sistema giudiziario fallimentare più efficace possa essere positivo per l’economia. Tale effetto benefico non è da attribuirsi ad una riduzione dei tassi di fallimento delle imprese, ma bensì alla maggiore fluidità con la quale il sistema giudiziario riesce ad accompagnare fuori dai mercati le imprese “zombie”, ossia quelle attività economiche insolventi e spesso improduttive, mantenute in vita solo grazie a perverse distorsioni del sistema istituzionale in cui operano.

 

Riferimenti
Gimeno, J., Folta, T. B., Cooper, A. C., and Woo, C. Y. (1997). Survival of the fittest? Entrepreneurial human capital and the persistence of underperforming firms. Administrative science quarterly, 750–783.

Lee, S., Peng, M. W., and Barney, J. A. Y. B. (2007). Bankruptcy Law and Entrepreneurship Development: a Real Options Perspective. The Academy of Management Review, 32(1):257–272.

Melcarne, A., and Ramello, G.B. (2016). Bankruptcy Delay and Firms’ Dynamics, working paper, http://www.centroeinaudi.it/images/Bandi/Bankruptcy_Delay_and_Firms_Dynamics.pdf.

 

*Alessandro Melcarne è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università del Piemonte Orientale. Nel 2015 è risultato vincitore del "Alberto Musy" Call for Projects 2014, per il quale ha redatto i paper: Bankruptcy Delay and Firms' Dynamics;
Judicial Independence, Judges' Incentives and Efficiency; Careerism and Judicial Behavior.

 

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