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Diseguaglianza e reddito minimo / II - Una tassa negativa sui redditi inferiori alla linea di povertà?

Dopo l’articolo di Giorgio Arfaras, Giuseppe Russo riprende il tema del reddito minimo in Italia, approfondendo costi e benefici dell’introduzione di una tassazione negativa sui redditi.


Si è aperto il dibattito sul reddito minimo

La proposta del Presidente dell’Inps di introdurre il “reddito di cittadinanza”, sia pure per la sola categoria degli ultra 55 enni senza lavoro e senza pensione, ha aperto una discussione su un tema studiato dagli economisti, ma assai poco praticato. Marcello Natili del Laboratorio di filosofia politica del Centro Einaudi ha documentato le esperienze di reddito minimo che si sono realizzate in Spagna, dove la politica in questione è stata gestita dalle Regioni e proprio durante il periodo della grande recessione (2007-). La particolarità di questi schemi è proprio il loro decentramento. Giorgio Arfaras, su questa Agenda, ha riassunto gli argomenti che potrebbero motivare una introduzione del reddito di cittadinanza nei paesi sviluppati. Queste ragioni si possono dividere in due grandi categorie: il contrasto della povertà e la redistribuzione del reddito per ridurre le diseguaglianze. A ben vedere, le due categorie non sono contrapposte ma sono collocate su un asse continuo che va da una quota di redistribuzione del reddito prodotto da un sistema economico pari a zero a una quota molto elevata. A seconda che ci si fermi prima o dopo nella scelta del tasso di redistribuzione, siamo in un caso (contrasto della povertà) o nell’altro (tendenza alla equidistribuzione). Al limite massimo, la equidistribuzione perfetta equivale al socialismo perfetto.

Dal 2000 in poi si è avuta crescita economica e crescita della disuguaglianza

Arfaras ha ben spiegato che cosa sta facendo tornare alla ribalta la redistribuzione attraverso il reddito di cittadinanza. Egli in particolare ha puntato il dito sulla crescita economica con diseguaglianza. Questo sembra essere il tratto del capitalismo più recente, ma è bene dire che non è sempre stato così. Non lo è stato, per esempio, nel periodo tra le due guerre del secolo scorso e nel periodo del dopoguerra. In quel periodo, infatti, l’ampiezza della crescita della domanda di lavoro e la crescita della produttività del lavoro, abbondantemente distribuita, ha determinato l’innalzamento del reddito mediano e ha promosso l’allargamento in tutti i paesi sviluppati della cosiddetta middle class: proprio quella che a partire dalla metà degli anni novanta ha incominciato a vedere mutare i propri destini e che oggi è in difficoltà anche nell’economia che apparentemente ha vinto la grande contrazione del 2008, ossia gli Stati Uniti. Arfaras riconosce che c’è almeno un grande paese dell’Unione europea che non ha cessato di avere successo nella distribuzione del reddito secondo un modello socialdemocratico: si usa il mercato per produrre con efficienza ma, una volta prodotto, il Pil, lo Stato ne redistribuisce una fetta importante perché consapevole che una società che avanzi in modo troppo diseguale alla fine potrebbe perfino cessare di avanzare. Questo paese europeo è la Germania (Indice di Gini = 0,29).

Italia, con un indice di Gini di 0,34 è uno dei paesi con la diseguaglianza maggiore

E l’Italia? Secondo l’OCSE L’Italia è uno dei paesi con il peggiore indice di Gini tra i paesi sviluppati, essendo l’indice di Gini la misura standard della eguaglianza e diseguaglianza distributive. Inoltre, questo avviene in un’economia nella quale il sistema pubblico complessivamente spende o trasferisce il 53 per cento del Pil, ossia il sistema pubblico si occupa certo di redistribuire, ma con obiettivi diversi dalla riduzione di differenze di reddito e poco per contrastare la povertà. Le redistribuzioni italiane sono prevalentemente di natura pensionistica, ossia dalle classi di lavoro attive alle classi di lavoro non più attive.

Fa dunque bene Tito Boeri a puntare il dito sul reddito di cittadinanza (sia pure per una sola categoria debole), magari sforbiciando i diritti acquisiti di coloro che ricevono pensioni superiori alla rendita attuariale del montante dei propri contributi (sono, quindi, pensioni legittime ma che includono un sussidio pubblico aggiuntivo rispetto alle altre).

Andare oltre la proposta di Boeri per una ragione pratica e una teorica

Ma ci dovremmo accontentare della proposta dell’INPS, oppure dovremmo osare di più? La domanda non è oziosa, perché ha due buone matrici. La prima è una matrice fattuale: i dati dicono che ad alto rischio di essere esclusi da un reddito (da lavoro) per buona parte della vita attiva non sono solo coloro che lo hanno perduto e che hanno un’età anagrafica che rende difficile il reimpiego. Ci sono anche i giovani che sono entrati nella forza lavoro intorno al 2010 e hanno visto le porte del mercato chiudersi per effetto della doppia recessione. E’ probabilmente ingeneroso dire che si tratti di una generazione perduta, ma è corretto affermare che il decennio perduto della crescita italiana (2007-2017) abbia inciso sui redditi correnti di questa generazione; inciderà sulle loro carriere e, inevitabilmente, sui loro risparmi e sul reddito pensionistico. Dunque, i settori della società italiana che si dovrebbe cercare di coprire con una garanzia del reddito sono più di quello messo sotto la lente dell’Inps, per ora. C’è anche una ragione teorica per riflettere sulla stessa questione del reddito di cittadinanza. Si tratta della questione della stagnazione secolare, ampiamente congiunta con quella delle innovazioni di questo inizio di millennio. Il progresso tecnico degli ultimi dieci anni non si è limitato a introdurre prodotti e servizi nuovi, ma si è ampiamente prodigato nella automazione dell’industria e dei servizi. La congiunzione dell’innovazione nelle comunicazioni (Internet) e nei computer (miniaturizzazione e velocità dei calcolatori) sta riducendo il bisogno di intermediari. Banche e assicurazioni vanno online; i retailer li seguono; così buona parte dell’industria turistica, dell’intrattenimento e del divertimento. Il risultato è un mondo nel quale i colletti bianchi – ossia il nocciolo duro della middle class – diventano sempre più sacrificabili, perché il loro posto di lavoro è assunto spesso meglio da una meno costosa macchina, o da una rete di macchine e software, così immateriale da essere localizzata “chissadove” (nel cloud).

Che questo mondo sia peggiore di quello precedente, è difficile da sostenersi. Nessuno di noi rinuncerebbe a ciò che le nuove tecnologie rendono possibile. Buona parte dell’utilità creata da questo mondo non ha prezzo, e quindi non ha un valore nella contabilità nazionale.

Pagare il parcheggio con il telepass non ha prezzo, ma fa guadagnare buoni dieci minuti alla ricerca di un parchimetro funzionante. Quei dieci minuti risparmiati non compaiono in contabilità nazionale, a meno che vengano sfruttati per aumentare l’offerta di lavoro e che il mercato ne abbia necessità. Dunque, anche se sono dieci anni che l’economia americana non riesce a raggiungere più un tasso di crescita del tre percento, e anche se il “rallentamento” della produttività sembra essere una delle cause delle stagnazione secolare, potrebbe anche darsi che le nuove tecnologie non permettano una contabilizzazione di tutti i loro progressi, come avvenne invece negli anni ottanta con l’introduzione dell’elettronica nelle fabbriche. Le macchine a controllo numerico producevano più pezzi per ora delle macchine a controllo manuale, e i pezzi in più facevano crescere il Pil. Se invece acquisto un biglietto aereo su Expedia risparmio il tempo per andare all’agenzia e risparmio la commissione dell’agente. La commissione incassata da Expedia è una frazione piccola dei costi di transazione che sono stati cancellati dal Pil, e a meno che io dedichi il tempo risparmiato a produrre servizi o a beni da vendere. Se fermassi i calcoli qui vedrei il Pil addirittura ridursi, nonostante l’utilità individuale del consumatore sia aumentata.

Lo scampo più difficile dalla disoccupazione tecnologica

Questa è, né più né meno, la descrizione della disoccupazione tecnologica. Lo scampo dalla disoccupazione tecnologica negli anni ottanta è stata la crescita della domanda di servizi, che richiedevano una ingente quantità di personale. Lo scampo della disoccupazione tecnologica nei servizi del primo secolo del terzo millennio è meno evidente. Non c’è un settore a valle del terziario dove impiegare i disoccupati del terziario. La tecnologia è diventata così raffinata che, in aggregato, la domanda di lavoro è diventata anelastica al Pil. Un poco, intendiamoci, lo è sempre stata, tant’è che nella storia del lavoro l’orario settimanale si è progressivamente ridotto. L’orario settimanale effettivo in Italia è, secondo l’Istat, pari a 39 ore settimanali (ma era di 41 ore prima della crisi). Quando si arriva a questo punto, c’è poco da fare. O si redistribuisce il lavoro o si redistribuisce il reddito. Questo soprattutto se gli anticorpi naturali del sistema economico (la creazione di nuovi mercati) e del sistema politico (la forzatura della domanda aggregata) finiscono in un certo momento storico senza più sufficienti frecce nella faretra. Negli Stati Uniti, per fare un esempio, il tasso di disoccupazione è sceso a prezzo della rinuncia a cercare lavoro di almeno il 2 per cento degli americani attivi. Tanto che il tasso di disoccupazione è sceso ai livelli pre crisi, mentre il numero di americani che usufruisce di assistenza alimentare (i food stamps) del Governo federale è ancora vicino ai massimi della crisi.

Ma potrebbe essere allora il reddito minimo, di cittadinanza, una soluzione? E, in caso affermativo, con quali problemi di introduzione e quali condizioni al contorno?

Altre forme di reddito minimo: la tassa negativa sul reddito

La prima questione è come realizzare l’obiettivo di un reddito minimo per tutti? Con il pagamento di un sussidio, come se fosse una pensione, ovvero con una imposta negativa?

In caso di estensione universale del reddito minimo, si potrebbe proprio considerare l’imposta negativa sul reddito. Attribuita a Juliet Rhys-Williams (politico britannico) e a Milton Friedman, l’imposta negativa sul reddito si basa sul principio che il reddito minimo garantito non dovrebbe essere tale da disincentivare il lavoro. Per questo, l’imposta negativa non è un sussidio permanente, ma un sussidio variabile, secondo il reddito delle persone. A goderne dovrebbero essere coloro che si trovano sotto la linea della povertà, dove l’agente fiscale fisserebbe anche la soglia di esenzione delle tasse sui redditi personali. Per esempio, per una famiglia di tre persone abitanti in un’area metropolitana del Nord Italia, la soglia di povertà assoluta calcolata dall’Istat sarebbe di circa 12.000 euro. Quindi si scegliesse un tasso di sussidio (ossia la percentuale di reddito mancante alla soglia che verrebbe integrata dal governo) del 50 per cento, una famiglia con redditi per 5.000 euro ne riceverebbe 3.500. (ossia il 50% del complemento di 5.000 a 12.000). Ovvio che se il reddito della famiglia l’anno successivo crescesse, il sussidio (la tassa negativa) si ridurrebbe o verrebbe meno.

Il vantaggio della tassazione negativa sui redditi è, secondo chi l’ha concepita, di essere universale e di fare risparmiare il Governo nelle spese di amministrazione e gestione di una misura selettiva, o di più misure selettive. Il sussidio è automatico e completamente reversibile e può sostituire le altre forme di welfare selettivo (per esempio, renderebbe inutile la Cassa Integrazione).

I punti da chiarire sulla tassa negativa

Allora perché non adottarla? Gli aspetti da considerare sono più di uno:

  1. Se venisse introdotta nella tassazione dei redditi personali così come essa è adesso, dovrebbe trovare finanziamento nella stessa gestione dell’imposta, il che vorrebbe dire aumentare le aliquote marginali della tassazione, stante la difficoltà di toccare quelle centrali, che riguardano il ceto medio e che potrebbero impattare sui consumi aggregati; questo richiede la formazione di un consenso politico ad alzare le aliquote marginali, che sono state abbassate dalla fine degli anni settanta e che, per alcuni, sono tra le radici della crescente diseguaglianza;
  2. In secondo luogo, le condizioni di accesso alla tassa negativa dovrebbero considerare il reddito del nucleo famigliare e non dei singoli contribuenti. Il che significa che senza introdurre il quoziente famigliare difficilmente avrebbe senso introdurre una tassa negativa sul reddito. Chi scrive, per inciso, sarebbe favorevole a considerare questo tipo di riforma;
  3. Bisognerebbe considerare inoltre gli effetti di una tassa negativa sul reddito sull’offerta di lavoro e sulla domanda di formazione. Per quanto non sia mai stata introdotta, la tassa negativa è stata oggetto di tre esperimenti negli anni settanta e ottanta. Si tratta di quattro esperimenti condotti per un certo numero di anni su alcuni campioni di famiglie (meno di 10.000) tra il 1968 e il 1982 negli Stati Uniti. In generale, l’istituzione della tassa negativa sul reddito ha ridotto l’offerta di lavoro, anche se meno di quanto si aspettassero i detrattori e più di quanto si aspettassero i fautori. Ha anche ridotto la domanda di formazione per cambiare lavoro. Questo potrebbe essere accettabile, entro certi limiti, nelle società che hanno tassi di occupazione molto alti, ma assai meno in Italia, dove il tasso di partecipazione alla forza lavoro è inferiore alla media europea, soprattutto nel mezzogiorno del paese;
  4. Infine, c’è da considerare la ciclicità della misura. In caso di recessione, si avrebbe una caduta di imponibile generale, il che aumenterebbe il costo della tassa negativa mentre si ridurrebbe l’incasso della tassa positiva. Se bisogna mantenere il deficit entro il 3 per cento del Pil, è facile che la tassa negativa non sia compatibile.

Reddito minimo: un tema destinato a tornare

Ci sentiamo di dire, per concludere, che indipendentemente dalla fortuna politica della proposta dell’Inps, il tema del reddito minimo resterà aperto e dovrebbe essere approfondito e studiato in dettaglio, nei costi e nei benefici, così come negli esperimenti americani degli anni settanta. Il reddito minimo o la tassazione negativa non sono misure anticapitalistiche, ma le conseguenze di un capitalismo che pare aver perso la capacità di promuovere la crescita senza diseguaglianze e l’aumento della middle class.

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