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La svolta a Oriente di Mosca fatica a decollare

Vladimir Putin e Xi Jinping fanno accordi, ma si contendono l'Asia post sovietica. A ostacolare l’alleanza tra Russia e Cina non ci sono solo le rispettive crisi e una evidente disparità di potenziale e approcci. Anche dal punto di vista strategico le divisioni sono numerose.

Vladimir Putin è tornato da Pechino, come al solito, con un mazzo di contratti. Al quarto vertice con Xi Jinping dall'ascesa al potere di quest'ultimo, lo scorso sabato 25 giugno, a Pechino, i due leader hanno alzato ancora di più i toni della retorica, con il cinese che ha espresso il desiderio di rimanere "amici per sempre" con la Russia, e il russo che ha sottolineato a più riprese come Russia e Cina manifestino "una quasi completa coincidenza di vedute" sui principali argomenti della politica internazionale. L'argomento principale - a parte una dichiarazione contro lo sviluppo di sistemi antimissile in Europa e Asia "sotto falsi pretesti", un'allusione più che esplicita sia allo scudo Nato in Est Europa che al progetto sudcoreano - è stato di nuovo l'energia. Tra i 58 progetti discussi, per un totale di 58 miliardi di dollari, la parte del leone la fanno quelli di Rosneft, il gigante petrolifero statale russo, che ha aperto la strada alle partecipazioni della CNPC. Da tre mesi la Russia è il principale fornitore di petrolio alla Cina, dopo aver strappato il primato all'Arabia Saudita.

Il deal per la linea ferroviaria ad alta velocità Mosca-Kazan è stato invece spostato a fine anno, e nei comunicati finali non veniva menzionato il gasdotto "Potenza della Siberia", che dovrebbe cominciare a pompare metano russo in Cina nel 2018, ma che pare essere ancora nelle prime fasi, e secondo alcuni esperti non sarà fattibile, almeno fino a che il prezzo del petrolio non ritornerà sopra i 100 dollari a barile. Il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov aveva già messo le mani avanti prima della partenza per Pechino, ammettendo che stavolta Putin non avrebbe firmato supercontratti, e che "bisogna prima implementare quelli già stipulati". La cooperazione economica tra Russia e Cina ha subito una forte battuta d'arresto nel 2015. In compenso, la cooperazione strategica e militare pare sempre più intensa, con commercio di armi, esercitazioni militari e perfino le prime simulazioni di difesa antimissile congiunte che si sono tenute a inizio di maggio. Ma nonostante questo, diversi esperti dubitano che la "svolta a Oriente" annunciata due anni fa dal Cremlino, in piena rottura con l'Occidente, si sia compiuta: "Più che di svolta possiamo parlare di qualche movimento", constata Alexandr Lukin, responsabile del Centro per gli studi dell'Est asiatico all'Università delle relazioni internazionali di Mosca (MGIMO). Nel rapporto economico a ostacolare il raggiungimento dell'obiettivo di un interscambio da 200 miliardi di dollari annui ci sono le rispettive crisi, una profonda disparità di potenziale e un conflitto di approcci. Ma anche in quello strategico le divisioni, attuali e potenziali, sono numerose.

Putin ha "svoltato a Oriente" dopo essersi scontrato con l'Occidente, storicamente principale terreno diplomatico di Mosca (10). L'élite russa, messa sotto sanzioni da Bruxelles e Washington, è andata a Pechino in cerca di un alleato che condivide il suo risentimento e la sua ambizione di potenza in un mondo troppo "monopolare" dominato dagli Usa. La memoria storica dei Russi, complice anche l'interruzione delle relazioni (dalla rottura di Mao con Krusciov fino al ritorno di Gorbaciov su Tienanmen, nel bel mezzo della protesta, nel 1989), ha lasciato un diffuso pregiudizio sui Cinesi come "fratelli minori" da istruire e comandare. L'impatto con la seconda potenza economica mondiale, in rapida espansione non solo commerciale, ha reso chiaro che in un'eventuale alleanza la disparità economica e demografica della Russia l'avrebbe resa il partner minore di un gigante. E che  a ogni passo sarebbe stata la Russia a dover cedere.

Il secondo terreno di attrito, dopo l'inaspettata durezza di Pechino nel negoziato economico, è stato scoperto in Asia Centrale, dove la Cina sta lavorando al suo progetto della Via della Seta, un immenso spazio economico al quale la Russia ha aderito, nella speranza di integrare l'Unione euroasiatica, l'associazione che Putin ha edificato sulle rovine dell'ex Urss. Due anni dopo però i progressi tra Mosca e Pechino sono scarsi, mentre i Cinesi appaiono molto attivi a coinvolgere nel progetto i Paesi dell'Asia Centrale ex sovietica - incluso il Kazakistan, formalmente membro dell'Unione euroasiatica - con accordi bilaterali, bypassando Mosca, e spesso avviando progetti di trasporti e infrastrutture che dovrebbero evitare il territorio russo. Un "tradimento" che Alexandr Gabuev, responsabile del progetto "La Russia nel Pacifico Asiatico" del Centro Carnegie Moscow considera inevitabile, visto che il Cremlino continua a considerare la regione come una sorta di semicolonia. Oltre a ignorare i partner asiatici anche a livello diplomatico, molti responsabili russi danno per scontato che Tashkent, Astana e altre capitali continueranno a guardare a Nord. Senza rendersi conto che i Cinesi hanno molto più da offrire in termini di finanziamenti, accessi ai mercati e tecnologie, e che la generazione di politici che parlava russo perché l'aveva imparato alla scuola di partito di Mosca sta lentamente uscendo di scena. Per i Russi, scrive Gabuev, il monopolio sull'influenza in Asia Centrale "è un attributo del suo status di grande potenza ed è prezioso in quanto tale, senza calcolarne i costi e le opportunità". Ma per i Paesi della regione, fondamentalmente produttori di materie prime, la Cina è un mercato naturale, e un domani potrebbe anche sostituire i Russi come garanti della sicurezza, argomento che Pechino ha cominciato a discutere, avviando contatti bilaterali anche con le forze armate di alcune nazioni centroasiatiche.

Li Fenglin, ambasciatore della Repubblica Popolare in Russia alla fine degli anni Novanta, ha sostenuto di recente a una conferenza sulle relazioni bilaterali a Mosca che i due Paesi "devono definire non solo ciò che li unisce, ma anche ciò che li divide". Non solo perché si trovano contendenti in diversi campi: uno degli ultimi esempi è l'ambizione della Russia a vendere le sue armi a Paesi asiatici potenzialmente in conflitto territoriale con Pechino, come il Vietnam. E le paure di Mosca riguardo ai piani cinesi di colonizzare l'Estremo Oriente e la Siberia, due enormi regioni russe con massicce risorse e una popolazione in declino, dove la penetrazione di migranti e imprenditori cinesi è già notevole, sono state messe da parte soltanto dopo la proclamazione della "svolta a Oriente" nel 2014. Nonostante le apparenti similitudini tra due potenze ex comuniste, le differenze sia tra i due sistemi politici (per non parlare delle economie) e i loro leader sono profonde. Putin opera in un sistema dove deve continuamente espandere il suo potere per non perderlo, mentre Xi è il prodotto di una nomenclatura consolidata e - almeno finora - soggetta a un'alternanza che non si articola attraverso le elezioni, ma cerca di creare "contrappesi" per evitare una ripetizione del maoismo. Xi promette alla Cina un futuro (dopo un'epoca di "umiliazione"), Putin trae legittimità dalle glorie del passato sovietico che difende dai tentativi di "umiliazione" del presente. Ma soprattutto Putin vuole sfidare l'Occidente, e in particolare gli Usa, mentre per la Cina l'Occidente è il principale partner commerciale e, nonostante le rivendicazioni di un maggiore spazio internazionale e una retorica sul "mondo multipolare" apparentemente in sintonia con la Russia, le sue relazioni economiche e politiche con gli Usa sono in espansione. L'obiettivo di Pechino non è la distruzione degli Stati Uniti e del sistema occidentale, ma una nuova "armonia" globale, nella quale l'atteggiamento di sfida della Russia viene visto come un elemento semmai pericoloso. Infine, mentre la Russia è interessata a una crisi nel Medio Oriente con il quale è in diretta concorrenza come produttore di petrolio, i Cinesi sono interessati alla stabilità nella regione proprio per poter continuare ad approvvigionarsi di materie prime.

Paradossalmente, per certi versi il Partito comunista cinese sembra essersi allontanato dalla visione comunista del mondo molto più del conservatore cristiano Putin. Che infatti non è riuscito a ottenere dagli (ex) compagni cinesi manifestazioni di solidarietà internazionali. Le banche cinesi evitano di prestare denaro alle società russe per non incorrere nelle sanzioni americane ed europee. La Cina si è astenuta sulla votazione all'Onu riguardo all'annessione della Crimea, invece di ricorrere al diritto di veto, e non ha caldeggiato troppo l'intervento russo in Siria. Che, secondo il politologo Pavel Baev, è stata voluta da Putin non solo per uscire dal limbo in cui era finito con la crisi ucraina, ma anche per colpire la fantasia dei cinesi: il blitz a fianco di Assad era stato deciso dopo il ritorno del presidente russo dall'ennesima visita a Pechino, dove aveva assistito alla sfilata militare per i 70 anni della fine della Seconda guerra mondiale, uno sfoggio di potenza militare che a breve sarà in grado di sfidare quella russa a livello tecnologico (a livello di uomini è già soverchiante rispetto all'ex Armata Rossa). Fino a qualche tempo fa una delle poche cose che la Cina ancora aveva da invidiare alla Russia erano le tecnologie militari e aerospaziali, ma anche questo gap si sta chiudendo con una rapidità sconvolgente. E a quel punto Mosca e Pechino rischiano di scoprire di avere ben poco in comune, e molto da contendere.

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