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L’improvvisa pace tra Ankara e Mosca

Il disgelo tra Russia e Turchia costituisce una svolta improvvisa motivata dall’esigenza di fare fronte comune contro le minacce del terrorismo.

Il primo volo charter da Pietroburgo ad Antalya, dopo più di sette mesi di embargo, doveva partire il 7 luglio, ma è stato cancellato all'ultimo momento. I tour operator, e milioni di turisti russi abituati da anni a vacanze economiche ed esotiche in Turchia, comunque non disperano: Vladimir Putin ha cancellato le sanzioni imposte contro Ankara dopo l’abbattimento, il 24 novembre 2015, di un caccia russo impegnato nei raid in Siria. Secondo i Turchi, il Sukhoi aveva sconfinato nel loro spazio aereo, secondo i Russi non era mai uscito dal territorio siriano. Uno dei due piloti è stato mitragliato dai ribelli mentre scendeva con il paracadute, una "coltellata alla schiena", come l'aveva definita Putin. Ora però "si volta pagina", dice il presidente russo.

La pace tra Ankara e Mosca è stata improvvisa e rapidissima. Il 27 giugno Tayyip Recep Erdogan ha inviato al Cremlino una lettera di scuse, anche se resta aperto il dibattito se avesse "chiesto scusa", o soltanto espresso "dispiacere" per la morte del pilota russo. La presidenza russa - il cui portavoce Dmitry Peskov è un esperto di Turchia - ha preferito comunque leggerla come un'ammissione di colpevolezza, concentrandosi sulla frase "siamo pronti a tutto per alleviare il dolore", e sulla promessa di un processo al militante turco Alparslan Celik che si era vantato di aver ordinato l'uccisione del pilota . Le cose si sono messe in moto a un ritmo impressionante. Due giorni dopo Erdogan e Putin hanno fatto una telefonata di 40 minuti, dandosi appuntamento per un vertice a margine del G20. Subito dopo Putin ha cancellato il divieto ai turisti russi, principali clienti dei resort turchi insieme ai tedeschi, di andare in Turchia. Venerdì 1 luglio i ministri degli Esteri dei due Paesi si sono incontrati a Sochi, per "riportare le relazioni ai livelli precedenti", ha detto il capo della diplomazia turca Mevlut Cavusoglu, che ha sottolineato come "ogni contrasto può venire discusso", e non ha reagito quando il suo collega russo Serghey Lavrov ha affermato che "la Turchia ha accettato le nostre regole". Cavusoglu si è spinto fino a offrire agli aerei russi la base a Incirlik, già usata dalla coalizione a guida americana, salvo negare il giorno dopo, confermando comunque che "d'ora in poi collaboreremo con la Russia nella lotta allo Stato Islamico".

Ovviamente, il peso delle sanzioni economiche - oltre al turismo, la Turchia è uno dei principali fornitori russi di frutta, verdura e beni di consumo, ha una quota cospicua del settore edile e dipende dal gas russo molto più dei Paesi europei - ha giocato un ruolo, ma a costringere Erdogan a venire a più miti consigli con Mosca è stata soprattutto la minaccia terroristica. Putin era arrivato ad accusare Erdogan di sostenere l'Isis, e in Siria erano schierati dai lati opposti: la Russia con Bashar Assad, la Turchia con i ribelli, inclusi gruppi islamisti come Jabhat al-Nusra. Ma a Sochi Lavrov ha annunciato che "siamo praticamente d'accordo" sulla lista dei gruppi ribelli etichettati come terroristici, e che i ribelli "patriottici" devono ritirarsi dalle zone controllate da al-Nusra e Isis, "altrimenti verranno considerati complici", e bombardati.

Una svolta improvvisa che, in una guerra dove tutti combattono contro tutti, implica un allontanamento da alcuni alleati. Ma il caos siriano ha portato al rafforzamento dei Curdi, che stanno combattendo l'Isis con l'aiuto degli Usa e della Russia (dove hanno una rappresentanza da febbraio). Negli ultimi giorni sono arrivate notizie di carri armati turchi colpiti da razzi anticarro del Pkk: un incremento del potenziale bellico curdo che, secondo fonti turche, è merito di forniture russe, e di addestramento americano. E, come ha detto un funzionario dell'AKP, il partito di Erdogan, alla Reuters, "Assad resta un assassino, ma non sostiene l'autonomia curda". Erdogan si è reso conto di dovere "ridimensionare i suoi obiettivi in Siria", dice al Financial Times Aaron Stein dell'Atlantic Council di Washington: "La priorità ora è indebolire i Curdi e combattere l'Isis". Che ormai ha scelto la Turchia come uno dei suoi bersagli principali, e la strage all'aeroporto di Istanbul ha accelerato una svolta già in corso.

La ripresa dei lavori della cellula antiterrorismo congiunta è stata uno dei primi frutti del "disgelo". Due dei tre kamikaze di Istanbul erano caucasici di origine russa, e l'intelligence turca ritiene che l'autore del massacro sia Akhmed Chataev, un ceceno che aveva combattuto i Russi, ora reclutatore di jihadisti dall'ex Urss per l'Isis. Le informazioni russe possono essere vitali per sventare attentati in Turchia, e viceversa (i guerriglieri ceceni per anni hanno trovato asilo in territorio turco). E così il giornale filogovernativo Daily Sabah annuncia che gli attacchi terroristici dell'Isis "spingono la Turchia a cambiare priorità della sua politica in Siria". Ankara concede ai russi di bombardare al-Nusra, e rinuncia ad avere subito la testa di Assad. In cambio si aspetta che i Russi ritirino il sostegno ai Curdi. Il tutto in una girandola di alleanze globale, nella quale "tutti stanno riconsiderando le loro posizioni perché tutti sappiamo che non ci sarà un accordo di pace siriano", rivela al Financial Times una fonte diplomatica "vicina alla Russia". Il giornale britannico sostiene che Ankara già nei giorni scorsi ha aperto un canale negoziale con Damasco, attraverso l'Algeria, per discutere il dossier curdo, e fatto da mediatore a un incontro tra Russi e leader dell'opposizione siriana. Anche perché nessuno dei contendenti ha molta voglia di aprire la battaglia per Aleppo, che tutti concordano potrebbe diventare un massacro.

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