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Dopo il golpe, Erdogan e Putin si scoprono alleati

Già nei giorni antecedenti il golpe vi erano segnali che qualcosa nel quadro geopolitico internazionale stesse cambiando e che al centro di questi cambiamenti vi fosse proprio la Turchia di Erdogan, insieme alla Russia di Putin.

Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan si sono dati appuntamento ai primi di agosto, in Russia, probabilmente a Sochi in un vertice che non solo segnerà la pacificazione finale dopo sette mesi di gelo dopo l'abbattimento del caccia russo in Siria, ma anche una svolta geopolitica capace, potenzialmente, di scuotere tutto il fronte euroasiatico. Il golpe fallito ha trasformato la Turchia in uno "swinging state", che sta in queste ore riconsiderando le sue alleanze, oscillando tra una guerra civile e un controgolpe. L'asse più incrinato in questo momento è tra Erdogan e gli alleati europei e americani, insieme alla Nato. L'Occidente è rimasto sconvolto dalla portata e dalla brutalità della repressione post-golpe. Gli standard europei sono stati gettati alle ortiche, con i Turchi che non hanno fatto nemmeno il tentativo di occultare quello che sta accadendo, con foto di golpisti, o presunti tali, nudi con le mani dietro la schiena. Anche l'alleato americano, pur non legato ai Turchi da un negoziato sull'adesione all'Ue, ha paventato un'incompatibilità con i requisiti della Nato. Ma Erdogan in questo momento, tra paura e ansia di consolidare il potere, non guarda in faccia a nessuno, e ogni giorno porta nuove migliaia di arrestati, licenziati, sospesi e interdetti per l'espatrio, militari, giudici, insegnanti, funzionari pubblici.

Mosca è una delle poche capitali dove questa rapida svolta autoritaria viene osservata senza criticismo, con una certa simpatia. L'incidente con il caccia è stato chiuso: martedì i Turchi hanno arrestato i due piloti che avevano abbattuto, nel novembre scorso, il veivolo russo. I due ufficiali sono stati fermati come golpisti (pare che l'aviazione avesse un seguito particolarmente nutrito di militari anti-Erdogan). Ma hanno fornito anche la giustificazione per l'incidente con i Russi: il sindaco di Ankara, Melih Gokcek, sostiene che i piloti siano la prova che l'abbattimento del Sukhoi fosse già all'epoca parte di un complotto che doveva privare Erdogan di un alleato importante come la Russia. In altre parole, l'ordine di abbattere il caccia russo era arrivano dall'America. Una spiegazione che rientra perfettamente nell'attuale visione del mondo sia di Ankara, sia di Mosca. I Turchi non escludono che i piloti, in quanto golpisti, possano anche venire giustiziati nel caso di ripristino della pena di morte. E certamente la Russia - che a sua volta dal 1996 applica una moratoria molto malvista sulla pena capitale, introdotta sotto le pressioni europee - non sarà troppo critica verso Ankara.

Nella notte del golpe i commentatori putiniani, dopo un primo momento di entusiasmo per la sventura di Erdogan, hanno scelto la tradizionale posizione di Mosca: schierarsi sempre con l'autocrate al governo. La pace tempestivamente chiesta a Putin pochi giorni prima del golpe e il ritorno dei primi turisti russi ad Antalya (prontamente rimpatriati dopo pochi giorni per motivi di sicurezza) hanno contribuito a smorzare i toni. Ma soprattutto, è la rottura di Erdogan con gli Usa che interessa Putin. Il presidente turco accusa Washington non solo di stare ospitando da 17 anni in Pennsylvania il predicatore Fethullah Gullen, additato esplicitamente come l'ispiratore del golpe. Le autorità turche hanno bloccato la base aerea di Incirlik, cruciale pedina nel gioco della guerra fredda, uno dei pochi luoghi dove sono ancora immagazzinate le testate nucleari e all'idrogeno della Nato. Il pensiero di questi ordigni (una settantina, secondo fonti anonime, ma ufficialmente il Pentagono non conferma né smentisce il posizionamento del suo arsenale nucleare) è uno dei più inquietanti in queste ore. Secondo fonti militari, le testate conservate a Incirlik sono incompatibili con gli aerei che operano nella base. In altre parole, sarebbero lì per bellezza, come un ricordo dei tempi quando la base, fondata nel 1955, era un avamposto antisovietico, ad appena un'ora di volo dai confini dell'Urss. La base rischia comunque di non essere più operativa. Già qualche mese fa il Pentagono aveva richiamato d'urgenza a casa le famiglie dei 2.000 militari Usa di stanza nella base, per rischio di terrorismo. E il Congresso parla già di trovare un punto d'appoggio alternativo.

Fonti militari sostengono che Incirlik aveva già perso il suo ruolo chiave nella guerra contro il terrorismo, nonostante serva ancora per far decollare le missioni della coalizione anti-Isis. Forse questo spiega anche l'offerta - subito smentita - di concedere Incirlik ai Russi, fatta dal ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu subito dopo la pace con la Russia, una settimana prima del golpe. E si capisce meglio anche perché Erdogan all'improvviso aveva chiesto scusa a Putin, ricucito con Netanyahu e aperto all'Egitto, in una girandola di alleanze riattivate che, letta attraverso la lente del golpe, assume un significato molto diverso. Cavusoglu ha annunciato che non andrà a Washington, preferendo una seduta del Consiglio di sicurezza nazionale alla superconferenza di 45 Paesi sulla lotta contro l'Isis sponsorizzata dalla Casa Bianca. Dove le strategie siriane saranno tutte da rivedere, e il dossier Turchia rischia di diventare più importante di Assad. Anche perché una delle conseguenze più immediate del golpe fallito, scrive l'ammiraglio James Stavridis su Foreign Policy, sarà la latitanza turca sul fronte della guerra, con i militari troppo presi dalle purghe e il potere politico troppo impegnato in lotte interne. Secondo Stavridis, ex comandante della Nato in Europa, molti canali di cooperazione tra Ankara e gli Usa e la Nato sono già stati "congelati".

Quello che invece appare "scongelato" è il contatto con il Cremlino. Anche perché i due leader hanno molto da raccontarsi. La paura di un golpe militare non è nelle corde del Cremlino, che per tradizione non concede all'esercito un ruolo politico autonomo. Un'usanza che Putin ha rinforzato nominando al ministero della Difesa soltanto civili (o ufficiali di altri apparati di sicurezza, come i servizi segreti). L'incubo del governo russo è semmai una rivoluzione di piazza, sul modello ucraino, fomentata (secondo la propaganda) dagli Americani. Il presidente russo ha fondato tre mesi fa una Guardia nazionale di 400 mila uomini che dovrà rispondere al suo ex bodyguard Viktor Zolotov e sarà dotata di poteri quasi illimitati. Erdogan potrà copiare questa ricetta dal manuale antigolpista di Putin, che a sua volta sarà probabilmente interessato ad ascoltare le ricette turche per la purga degli apparati di dubbia lealtà. A pochi mesi dall'incidente del caccia, lo zar e il califfo riscoprono di avere più cose in comune che differenze: entrambi sono leader autoritari eletti però (più volte e a grande maggioranza) dalla popolazione, presso la quale godono di una forte popolarità - grazie a un discorso di orgoglio nazionale da opporre all'Occidente troppo snob e altezzoso. Entrambi hanno cercato per anni di compiacere un'Europa della quale sempre meno volevano far parte. Putin ha abbandonato ogni tentativo di omologarsi all'Ue con l'annessione della Crimea nel 2014, e da allora la propaganda russa prende di mira i "valori europei" quasi con la stessa violenza con la quale attacca gli Usa. Se Erdogan deciderà di non volere più il ruolo dell'allievo eternamente bocciato dell'Ue, la lezione della Russia gli sarà utile.

I paralleli sono troppi, e Lilia Shevtsova di Moscow Carnegie paragona Erdogan alle "teste di cuoio dell'Internazionale degli autocrati, che sta saggiando la resistenza dell'Occidente per capire i limiti della linea rossa da non oltrepassare. Putin aveva già dimostrato che questa linea è molto elastica". Se gli Occidentali chiudono un occhio sul "contro-golpe" di Erdogan, perché hanno troppo bisogno delle sue basi militari, del suo appoggio in Siria e della promessa di bloccare i flussi dei migranti, Putin saprà che può chiedere di più anche lui. Se gli Occidentali decideranno di tenere Erdogan in anticamera, Putin è pronto ad accoglierlo nel suo migliore salotto. A Mosca si sta già parlando, tra le altre cose, di rianimare il gasdotto Turkish Stream, e sognano una Turchia che esce dalla Nato per fondare un'alleanza russo-turca che potrebbe diventare un fronte euroasiatico inedito. Il sostegno di Erdogan ai Tartari della Crimea, le divisioni sulle sorti di Assad e l'ospitalità di Ankara ai Ceceni restano argomenti di attrito, ma di fronte alle prospettive che si aprono - anche rispetto a una cogestione dell'Asia Centrale e del Caucaso ex sovietici, e a un allineamento delle rotte energetiche a favore della Russia - possono venire messi in secondo piano, rispetto alle esigenze di entrambi i leader di consolidare il proprio potere interno ed espandere quello regionale.

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