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Apple, i favori in Irlanda e la negligenza del Congresso americano

La miglior difesa è andare all’attacco. È una vecchia strategia sulla quale ha rapidamente ripiegato Apple per respingere l’offensiva della Commissione Europea che esige il pagamento delle tasse presumibilmente evase in Irlanda.

Il CEO di Apple, Tim Cook, ha pubblicato una lettera nella quale afferma che la richiesta europea “non ha base di fatto né giuridica”. Cook ha usato lo stesso linguaggio con cui aveva respinto la richiesta dello FBI di assistere gli investigatori della strage terroristica di San Bernardino fornendo il software necessario per leggere i dati iPhone del terrorista. “Sarebbe un pericoloso precedente - sostiene il CEO di Apple – che avrebbe conseguenze ‘chilling’ ossia raggelanti”. Il freddo che Cook teme non è quello dei consumatori che sanno poco o nulla di strategie finanziarie volte ad evadere il pagamento di profitti, particolarmente quelli all’estero. In passato, quando era in gioco la reputazione di Apple a  causa di denunciate deficienze dei suoi prodotti, il gigante tecnologico era corso ai ripari offrendo alla clientela versioni alternative per non perdere credibilità. Nello scontro con i funzionari europei, Apple fa conto sul fatto che agli americani interessa ben poco sapere chi abbia torto o ragione in materia di imposizioni fiscali in altri Paesi. Il che permette a Cook di assumere un profilo moraleggiante accusando praticamente l’Unione Europea di estorsione.

Ma vi è un altro versante nel confronto tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea che il pasticcio fiscale di Apple rende ancora più scottante. All’indomani della decisione della Commissione Europea, il Senatore Charles Schumer, leader democratico al Senato dove potrebbe divenire capo della maggioranza, non ha esitato a condannare la decisione europea come “un miserabile rubamazzo della Commissione Europea”. Gli ha fatto eco il Sen. Orrin Hatch, capo della commissione finanze del Senato, che ha sdegnosamente accusato la Commissione di “prendere di mira il business americano”.

La risposta ai demagoghi del Congresso è venuta da uno stuolo di esperti che da anni criticano aspramente la negligenza, per non dire incompetenza del Congresso che in pratica “regala” a Paesi esteri miliardi e miliardi di dollari di tasse che spettano all’erario americano.  Tra gli altri, merita di essere citato l’intervento di Robert Reich, docente dell’Università di California a Berkeley che fu Segretario al Lavoro nell’Amministrazione Clinton. Dice Reich: le tasse in questione dovrebbero essere versate al Tesoro americano ma i vari Schumer, Ryan, Hatch e compagnia non sono stati in grado di trovare un accordo che chiudesse il “loophole” ossia la scappatoia che ha permesso ad Apple e a molte altre compagnie americane di evitare di pagare tributi sugli introiti corporativi dovuti al Tesoro. Vero è, come spiega Reich, che Apple e grandi compagnie tecnologiche come Google e Amazon, le industrie farmaceutiche ed altre ancora come Starbucks evitano di pagare miliardi di dollari di tasse sui loro profitti esteri perché non vendono prodotti come automobili e impianti refrigeranti che sono prodotti negli Stati Uniti e spediti all’estero. Esportano invece progetti, software e idee brevettate. Un capitale intellettuale, insomma, che è difficile vedere, misurare e individuare, il “veicolo perfetto per evitare le tasse”.

Come tutti ormai sanno, Apple trasferiva il suo capitale intellettuale ad una filiale (subsidiary) in Irlanda che a sua volta lo rivendeva in tutta Europa. Il ricavato delle vendite rimaneva in Irlanda, che era bendisposta ad applicare un’aliquota fiscale risibile, in molti casi pari al 0,005 per cento. In cima alla piramide eretta da Apple è la cosiddetta “Apple Operations International” che ha la sua sede in Irlanda. Reich avverte che compito di questa centrale è di distribuire i profitti tra tutte le filiali internazionali al fine di pagare le più basse tasse possibili. Il risultato è che Apple “ha accumulato una pila stupefacente di denaro, 231 miliardi e mezzo di dollari, che è soggetta ad una tassazione minima se non inesistente”. Reich conclude che in ultima analisi si tratta di una “truffa” a spese dei contribuenti americani in quanto Apple premia i suoi azionisti con generosi dividendi sotto forma di “stock buyback” ma invece di usare i fondi esteri contrae debiti addizionali.

Il segreto che circonda l’esistenza dell’asserita truffa è che il “loophole” potrebbe essere tappato dall’Internal Revenue Service (IRS), l’agenzia delle entrate, ma il Congresso resta con le mani in mano. Tutto quello che ha fatto finora è stato di dichiarare un’amnistia fiscale nel 2004 che permise alle imprese americane di riportare in America dall’estero 300 miliardi di dollari pagando un’aliquota del 5,25 per cento invece della “corporate rate” del 39 per cento. I dirigenti di quelle imprese affermarono all’epoca che le somme rimpatriate sarebbero state investite negli Stati Uniti, ma stando ai rilevamenti del National Bureau of Economic Research, citato dallo stesso Reich, il 92 per cento di tale ammontare fu usato per “buyback”, ossia per ricomprare azioni, o per bonus ai dirigenti.

Per concludere, alla base di una situazione fiscale che danneggia fortemente l’erario americano è il fatto che il Congresso ha permesso alle imprese americane di sfuggire alle “corporate taxes” negli Stati Uniti dichiarando che il loro IP (Intellectual Property) è localizzato in una sede estera. La “truffa” di cui parla Reich dovrebbe essere eliminata con la proibizione alle compagnie tecnologiche americane di insediare il loro IP dove fa loro comodo ai fini dell’imposizione fiscale. In termini giuridici generali, lo IP appartiene agli Stati Uniti dove è stato inventato e le tasse sui profitti generati dalle vendite all’estero appartengono anch’esse agli Stati Uniti. Grazie all’azione della Commissione Europea, la pratica di Apple di parcheggiare i suoi profitti esteri in Irlanda sembra destinata a cessare, ad onta di quel che dicono illustri membri del Congresso che fino ad oggi hanno strizzato l’occhio a potenti industrie che elargiscono vistosi contributi alle loro campagne elettorali. 

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