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Famiglia, giovani, donne in Italia: il modello “limitante”

Messa da parte la retorica, se si guarda a come il modello di famiglia italiano influisce su aspetti quali fertilità, lavoro, ricchezza e pari opportunità, quello che emerge è un modello per nulla capacitante.

Sulle questioni di principio (come la natura del matrimonio o le scelte riproduttive) il tema della famiglia suscita scontri ideologici da cappa e spada. Sul piano pratico è invece un non-tema, l’invisibile Cenerentola del welfare. L’Unione Europea colloca il modello d’intervento dell’Italia nel cosiddetto Gruppo 4 (su quattro: il più arretrato), insieme a Bulgaria, Estonia, Lettonia, Croazia, Grecia e Spagna. Nel Gruppo 1 sta la Scandinavia, con il Belgio e il Regno Unito. Questi paesi sono caratterizzati da una politica familiare “capacitante”, che aiuta i giovani a formare unioni autonome e stabili, a fare figli, a partecipare al mercato del lavoro e ad avere un reddito adeguato. Nel Gruppo 4 tutte queste cose sono difficili, per molte fasce sociali enormemente difficili. La UE definisce la politica familiare di questo insieme di paesi “limitata”. Sarebbe più appropriato chiamarla limitante. Le sue debolezze pesano infatti come un macigno sulle opportunità dei giovani, dei genitori e in particolare delle madri italiane.

Sul ritardo anagrafico con cui si comincia un’autonoma vita di coppia e sul tasso di fertilità stendiamo un velo pietoso. Secondo una recente indagine Eurostat, il nostro paese registra la percentuale più alta della UE di adulti (18-24) che vive ancora insieme a un genitore: il 67%, pari a sette milioni e mezzo. Erano il 52% solo cinque anni fa. La crisi ha amplificato drasticamente il problema. I nostri giovani non iniziano a pensare alla famiglia prima dei trent’anni. Anche per questo molte coppie poi fanno un solo figlio, e lo fanno tardi. Abbiamo infatti anche il record di parti oltre i 50 anni. Oltre quarantamila bambini da noi nascono da mamme con più di 40 anni. I nati da mamme nella fascia di età 20-24 sono quarantasei mila, in continua diminuzione. Solo per dare un termine di paragone, in Inghilterra i bambini nati da mamme giovani sono stati nel 2014 125 mila, in Francia 109 mila. Una  anomalia meno nota del modello di famiglia italiano riguarda il lavoro. Il 42% delle famiglie con figli è monoreddito: ad essere occupato è solo il padre. Nel Gruppo 1 la percentuale è sotto il 30%, la norma è il doppio reddito, con o senza part-time. Siccome anche in Italia sta crescendo il numero di working poor (occupati che pur lavorando restano in condizioni di indigenza)non possiamo certo stupirci se abbiamo il tasso di povertà minorile più alto della UE.

Nel modello “capacitante” lo stato assicura che la presenza dei figli non generi impoverimento. Gli assegni familiari sono universali e il fisco agevola, soprattutto se la madre lavora (in Italia il 25% delle madri lascia o perde il lavoro dopo la gravidanza). Per i redditi più bassi sono previsti crediti d’imposta: denaro che si aggiunge alla retribuzione. Le capacità  non dipendono però solo dai soldi, ma anche dalla disponibilità di servizi, a cominciare dai nidi. Su questo fronte l’Italia ha fatto recentemente qualche progresso, ma unicamente al Centro-Nord. Nel Mezzogiorno siamo addirittura fuori dal perimetro del Gruppo 4.

La conciliazione resta un dramma, il quale ha ormai raggiunto le pagine dei quotidiani. L’organizzazione del lavoro è troppo rigida, mancano i servizi (o costano troppo), i carichi domestici gravano ancora principalmente sulle donne: il 63% delle occupate dichiara di non ricevere nessun aiuto dal partner. Qui la sfida è anche culturale. I maschi italiani (anche fra i giovani meno istruiti) restano ancorati al modello tradizionale, secondo cui spetta alla donna prendersi cura della casa e dei figli.

Per uscire dal modello limitante dobbiamo metterci a correre. Dopo un inizio promettente, il governo Renzi è tornato alla cattiva abitudine dei provvedimenti frammentati e temporanei: bonus, sconti, micro-agevolazioni, detrazioni. Senza una logica riconoscibile che non sia quella del consenso (con benefici, peraltro, tutti da verificare). Alle politiche capacitanti non si arriva improvvisando, mettendo e togliendo. Servono interventi coordinati sul fronte dei trasferimenti, del fisco, dei servizi, dei congedi parentali, dell’abitazione, dell’accesso al credito. E naturalmente occorrono risorse. Per la famiglia il nostro paese spende meno di 310 euro pro capite all’anno, la metà della media UE, un terzo rispetto a Francia e Germania (dati 2012). Per le pensioni di vecchiaia spendiamo invece più di 3700 euro, il valore più alto di tutta la UE, paesi scandinavi inclusi.

Il governo si è impegnato (anche con Bruxelles) a redigere un Piano nazionale contro la povertà. Il piatto forte dovrebbe essere l’introduzione di una misura nazionale di garanzia del reddito, pilastro fondamentale del modello capacitante. Sarebbe stato auspicabile concentrare su questo fronte le risorse “sociali” della Legge di Stabilità. Invece si è scelto di dare la priorità alle pensioni. Il Ministro Poletti ha ufficialmente giustificato le facilitazioni al pensionamento anticipato dicendo “così i nonni possono prendersi cura dei nipotini”. E chi i nonni non ce l’ha, o non li ha vicini? Chi preferisse crescersi i figli in autonomia? Di nuovo un esempio di “pensionismo” spacciato per politica familiare. Un’occasione sprecata, l’ultima di una interminabile serie.

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