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A cinque giorni dal voto

È tutto cambiato, così in fretta. Nell'ultima settimana di ottobre Hillary Clinton accarezzava il sogno di vincere in stati tradizionalmente repubblicani che nemmeno Barack Obama nel 2008 era riuscito a conquistare. Georgia, Arizona, persino il Texas. Poi è successo l’affare Comey.

Ovvero le rivelazioni dell’Fbi riguardanti presunte nuove esplosive mail che riguarderebbero Hillary Clinton. Poco importa che si tratti della più vaga e meno documentata storia di tutta questa campagna elettorale, che impallidisca al confronto con le quotidiane oscenità che vengono da Donald Trump. Adesso che mancano cinque giorni al voto i democratici si scoprono improvvisamente vulnerabili e a rischio persino nelle aree dove la vittoria appariva quasi scontata. Clinton ha annunciato che nel fine settimana farà campagna in Michigan, a Detroit. Perché spendere alcune delle ore più preziose di tutta la sua carriera politica in uno stato dove i democratici sono maggioranza e che non vota repubblicano dal 1988? Evidentemente perché i numeri suggeriscono che non tutto è sicuro, nemmeno lì. E poi perché sostenendo i candidati locali Hillary cerca il più possibile di assicurarsi che i  democratici conquistino la maggioranza al Senato, sapendo che la sorte di qualsiasi presidenza sarà fortemente dipendente da chi controllerà il congresso. La sua macchina elettorale intensifica gli sforzi in pubblicità mirate in Colorado, Virginia, New Mexico, che fino a pochi giorni fa erano considerati sicuri. In Pennsylvania un ruolo chiave lo giocheranno le tre-quattro contee che circondano l'area urbana di Philadelphia, dove i due elettorati democratico e repubblicano si fronteggiano con numeri molto vicini, facendo pendere l'ago della bilancia in questo Stato fondamentale per assicurare una vittoria dei democratici. Intanto, Trump ha fatto campagna in Wisconsin, uno degli stati americani dove fino al giorno delle elezioni è possibile cancellare il proprio “early vote”, ovvero dichiarare che si intende rivotare. Tutte le rilevazioni suggeriscono che Hillary è avanti nel voto anticipato, e Trump ha esplicitamente invitato coloro che hanno già scelto Clinton a cambiare il proprio voto.

Certo, a guardare la media dei sondaggi la candidata democratica resta avanti e i modelli suggeriscono che ad oggi, venerdì 4 novembre, ha una probabilità divenire eletta di almeno il 70%. Ma questa non è una elezione normale. L'insicurezza che serpeggia tra i liberal è tale che nemmeno se si dicesse loro che le probabilità che Hillary ce la faccia fossero del 98% sarebbero soddisfatti. I giornali americani si divertono a raccontare come nelle grandi città il numero di progressisti che hanno aumentato  le sedute dallo psicanalista per casi di ansia e depressione sia raddoppiato. "I miei pazienti da mesi non mi parlano d'altro", ha raccontato la newyorkese Carol Wachs. Scrittori liberal come Cathleen Schine si esercitano nel pensare l'impensabile, ovvero l'incubo dello svegliarsi la mattina del 9 ottobre con Donald Trump presidente: "sarà come Gregor Samsa, che si sveglia scarafaggio?" si è chiesta.

Sta accadendo qualcosa di strano. È come se Trump si fosse fatto una sorta di corazza: a forza di accumulare scandali che persino singolarmente sarebbero bastati ad affossare la campagna elettorale di qualsiasi altro candidato, si è creata una forma di assuefazione. Hillary è criticatissima per i suoi legami (veri) con i poteri forti. Invece gli episodi incredibili, le gaffe, le dichiarazioni vergognose di The Donald semplicemente non fanno più notizia. Per esempio, quanto potrà contare ai fini del giudizio degli elettori il fatto che nel 1989 Trump avesse acquistato una pagina dei giornali a New York per chiedere la pena di morte per dei ragazzini di 15 anni che si sono poi rivelati innocenti? Che in tale occasione avesse scritto e firmato: "sono felice di odiare chi fa del male, voglio che soffra"? Quanto conta che i grandi giornali e alcuni comici e presentatori televisivi molto seguiti - l'ultimo in ordine di apparizione Seth Meyers - vadano ripetendo che anche i peggiori misfatti di Hillary non sono nemmeno comparabili con la sfilza di epiteti, offese, cattiverie del suo oppositore?

I biografi di Ronald Reagan, uno dei presidenti più amati dell'ultimo cinquantennio, eletto e rieletto con una duplice landslide, hanno coniato l'espressione “Teflon President”: il presidente antiaderente, come le padelle, su cui tutto scorre e nessuno scandalo si ferma. Reagan lo faceva con il sorriso, le battute innocue, un modo familiare, amichevole, giocherellone e impreciso di parlare al pubblico. La domanda di queste ore è se anche Trump abbia una sua versione, assai più cupa e maligna, di teflon: nessuno o quasi dei suoi elettori sembra fare più caso ai titoli pieni di sdegno che gli riservano i giornali e le televisioni. Anche in America, come è accaduto in parte in forme diverse in molti stati europei, si va costituendo un blocco di opinione pubblica che vive di fatto di una autarchia informativa. È sordo alle sollecitazioni esterne, perché le considera automaticamente false e manipolatorie. Detesta i media e quando può è pronto a esecrarli pubblicamente: i reporter delle televisioni insultati e fischiati dalle platee dei comizi repubblicani ne sanno qualcosa. Si alimenta di leggende e superstizioni, considerando l'informazione ufficiale - tutta, senza esclusioni - un inganno e una trappola.

In questo non aiuta, come scrive Thomas Frank sul Guardian, che WikiLeaks abbia mostrato un establishment statunitense se possibile ancor più interconnesso e autoreferenziale delle raffigurazioni che ne faceva Bernie Sanders. E a pochi giorni dal voto, si capisce che la candidatura della Clinton non è stata, forse, così forte nell'intercettare i consensi dei "moderati". Perché i "moderati" praticamente non esistono più. E i danni inflitti da questo tragico scollamento tra l'America “che conta” e quelli che, come scriveva Longanesi, "non se la bevono", sono destinati a durare ben oltre l'8 novembre.

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