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Nuovi equilibri politici nel Mediterraneo: l’ombra lunga di Mosca

Sfruttando il quadro di instabilità politica che coinvolge Libia, Siria e Iraq, la Russia ha assunto un ruolo crescente nella regione del Mediterraneo giocando ottimamente le sue carte.

Nelle ultime settimane si sono succeduti una serie di eventi molto rilevanti relativi alla situazione geopolitica della regione del Mediterraneo. Riuscire a darne una valutazione esaustiva non è compito facile, ma essi vanno presi attentamente in esame anche alla luce del recente passaggio di consegne tra l’amministrazione Obama e quella Trump.

Il nuovo presidente Americano rimane un’incognita visto che non è possibile comparare le linee guida della sua presidenza con una precedente esperienza politica. Inoltre, pur avendo sostenuto in campagna elettorale posizioni forti e distanti da quelle del suo predecessore, bisognerà aspettare alcuni mesi per valutare in modo appropriato il suo operato.

Questo è il quadro in cui leggere gli eventi che, verificatisi nelle settimane a cavallo tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, rischiano di rappresentare un fondamentale spartiacque per ciò che riguarda gli equilibri politici del Mediterraneo. L’avanzata, pur difficoltosa, delle forze di sicurezza irachene a Mosul sta lentamente abbattendo la presenza di ISIS nel Paese. La fine della battaglia di Aleppo non solo ha segnato un punto di svolta nel conflitto siriano, ma ha anche aperto scenari diplomatici importanti e nuovi. La sconfitta di ISIS a Sirte in Libia e il forte avvicinamento di Haftar alla Russia. Sono tutti elementi di grande interesse che vanno presi in esame per avere un quadro complessivo.

Mosul: una lunga battaglia

Come già si era discusso in precedenza, la battaglia di Mosul in Iraq mira a liberare la cittadina nel nord del Paese dalla presenza di ISIS, che la controlla ormai dal giugno 2014. Tra la primavera e l’estate del 2016 si sono condotte le operazioni preparatorie, mentre l’assalto finale è iniziato il 17 ottobre 2016. Il piano iniziale dell’operazione prevedeva il coinvolgimento delle forze di sicurezza irachene e dei Peshmerga curdi, appoggiati dall’aviazione Americana e da numerosi elementi di forze speciali occidentali (che però, almeno ufficialmente, non avrebbero preso parte ai combattimenti). La strategia complessiva dell’operazione prevedeva un’avanzata da sud, est e nord, lasciando aperta la via verso ovest. Benché questo fosse stato il metodo usato già in altre città al fine di lasciare una via di fuga ai civili ed evitare una difesa “all’ultimo uomo” da parte dei miliziani, a Mosul tale approccio è stato interpretato (non a torto) dall’Iran, dalla Russia e dalla Siria come un tentativo di indirizzare i miliziani di ISIS verso la Siria. Per rispondere a tale minaccia l’Iran ha inviato le sue forze locali, ovvero le PMU (Popular Mobilization Units) sciite, a chiudere il varco a Tal Afar. L’operazione ha avuto successo, ma la conseguenza è stata duplice. Da un lato, malgrado si volesse escludere dal conflitto le milizie sciite, perché ree in passato di gravi violenze contro i sunniti, alla fine queste sono state pienamente coinvolte. Dall’altro lato, i miliziani di ISIS, ormai accerchiati, dovranno combattere fino all’ultimo uomo, come d’altronde il loro stesso leader aveva preannunciato.

L’avanzata delle forze irachene è stata lenta, probabilmente più lenta del previsto, anche grazie ai sistemi di difesa utilizzati dai miliziani di ISIS: tunnel, IED, autobombe, attacchi suicidi, cecchini e addirittura droni. Quest’ultimo pare essere lo sviluppo più interessante visto che in precedenza questi velivoli erano stati utilizzati esclusivamente per ricognizione. Ora invece hanno avuto un ruolo anche nelle operazioni d’attacco, come dimostra il ferimento in ottobre di due uomini delle forze speciali francesi. Negli ultimi giorni, comunque, le forze irachene hanno liberato la parte est della città e sembrano in procinto di compiere l’assalto finale.

Aleppo e il ruolo della Russia

A metà dicembre si è conclusa dopo circa quattro anni la battaglia di Aleppo. Le truppe del regime siriano, appoggiate dall’aviazione russa, hanno preso possesso della parte est della città, che è così tornata interamente sotto il controllo governativo.  La rilevanza dell’operazione, oltre che militare, è sicuramente politico ed è un punto di svolta per capire il crescente ruolo della Russia nel Mediterraneo. La riconquista di Aleppo ha infatti permesso alla Russia di presentarsi con ancor maggior peso e influenza come attore centrale della regione. Da questo punto di vista due elementi vanno presi in considerazione.

Primo, con la vittoria ad Aleppo la Russia ha radicalmente mutato gli equilibri nel conflitto siriano. Tale successo non è solo figlio di un maggiore impegno militare, ma anche e soprattutto di un lavoro diplomatico sotterraneo, condotto con maestria. A tale lavoro si sommano: i) la presenza in Siria di forze russe che è ormai - senza ombra di dubbio - di lungo periodo, visto il recente accordo tra Assad e Putin che prevede di espandere e rendere permanente la base aerea di Latakia e quella navale di Tartus; ii) l’esistenza di legami, certamente meno solidi ma comunque importanti, con l’Iran e con le sue milizie, ovvero Hezbollah. È necessario, inoltre, mettere in luce il successo diplomatico ottenuto con la Turchia. Sulla carta, i due Paesi dovrebbero essere nemici, vista l’appartenenza della Turchia alla NATO e viste le tensioni seguite all’intervento russo in Siria e culminate con l’abbattimento di un caccia russo Su-24 da parte di caccia turchi il 24 novembre 2015. La realtà, però, è molto diversa e vede una Turchia che ha abbandonato l’idea di abbattere Assad in favore di una posizione più moderata. Tale cambio di strategia ha tagliato importanti linee di rifornimento ad alcune frange dell’opposizione siriana. Inoltre, essa ha permesso alla Turchia di concentrarsi maggiormente sul pericolo curdo e i rischi di instaurazione di uno stato curdo nel nord della Siria. A questo scopo, la Turchia ha da mesi inviato truppe nell’area e il fatto che da metà gennaio l’aviazione russa appoggi con bombardamenti le operazioni terrestri turche, indica chiaramente la stretta collaborazione fra i due Paesi, malgrado l’uccisione dell’ambasciatore russo a Istanbul il 20 dicembre.

Il secondo elemento da prendere in considerazione riguarda la conferenza di pace organizzata dal 23 al 24 gennaio 2017 ad Astana, capitale del Kazakistan. L’incontro promosso da Russia, Turchia e Iran, dimostra come le alleanze regionali stiano mutando e può rappresentare un punto di svolta nella guerra siriana. Se da un lato, infatti, Astana non segnerà la fine del conflitto siriano - perché non tutti i gruppi di opposizione erano presenti; perché anche quelli presenti non si sono incontrati direttamente con i delegati del governo centrale; perché i gruppi estremisti come ISIS e al Nusra sono ancora sul terreno - l’incontro ha comunque rappresentato un momento importante, sia per come è stato organizzato (dalla Russia e i suoi alleati, invitando l’ONU e gli Stati Uniti), sia per il fatto che è riuscito a portare al tavolo molti degli attori coinvolti. La conferenza può significare un nuovo inizio e di certo presenta la Russia come attore chiave e guida nella regione. In particolare, da Astana è uscita rafforzata la troika formata da Russia, Turchia e Iran, garante del consolidamento della tregua concordata a dicembre e che rappresenta il punto da cui far riprendere il negoziato siriano sotto l’egida dell’ONU.

La Russia si è quindi dimostrata in grado di tessere una complicata ma efficace tela diplomatica tra i suoi alleati storici (Assad e Iran) e nuovi partner (Turchia, ma anche Arabia Saudita, seppur in modo minore).

Sirte e la Libia di Haftar

Anche a Sirte, e in genere in Libia, la presenza e l’influenza russa stanno aumentando. Dopo un’operazione di circa sette mesi, il 7 dicembre 2016 le truppe delle milizie di Misurata, allineate con il governo di Sarraj riconosciuto dall’ONU, hanno liberato dalla presenza di ISIS la città costiera di Sirte. Al buon esito dell’operazione ha contribuito anche l’aviazione americana, le forze speciali inglesi e l’Italia, che ha appositamente creato a Misurata un ospedale da campo con personale medico e militare. Il coinvolgimento dell’Italia è poi aumentato a gennaio con l’apertura dell’ambasciata a Tripoli. Tale mossa intende dare sostegno al debole e traballante governo di Sarraj, ma al contempo crea diversi problemi. Primo, come hanno sottolineato molte voci critiche, la situazione locale ancora molto instabile rappresenta un rischio per il personale italiano e, infatti, poco dopo l’apertura della rappresentanza diplomatica, si è anche verificato un attacco con autobomba nei pressi dell’edificio. Secondo, il governo di Serraj non sembra in grado di controllare il Paese e nemmeno la capitale, come dimostrano gli scontri con le forze leali a Khalifa Ghweil che hanno occupato alcuni ministeri a metà dicembre scorso.

La posizione, militare e politica, del generale Haftar sembra, invece, al momento più forte non solo grazie alle recenti vittorie militari, ma soprattutto grazie al supporto ottenuto dalla Russia. Molto si è discusso della visita di Haftar sulla portaerei russa Kuznetsov al largo delle coste libiche e di ritorno dal suo breve intervento in Siria. La questione però è più ampia, poiché Haftar ha visitato Mosca due volte nel corso del 2016 incontrando anche Lavrov, il ministro degli esteri, e altri elementi delle forze di Haftar hanno compiuto viaggi similari. Inoltre, Haftar è appoggiato dall’Egitto, che è un altro tassello delle relazioni diplomatiche russe nella regione del Mediterraneo.

Conclusioni

La stabilità e la sicurezza nella regione del Mediterraneo sono chiaramente a rischio per via di molteplici fattori. Le “vittorie” contro ISIS a Sirte e, quella probabile, a Mosul non devono essere interpretate come punti di arrivo del conflitto che negli ultimi anni scuote quest’area, bensì come tappe dello stesso. ISIS, come altre milizie similari in passato, dopo aver perso i suoi bastioni può semplicemente tornare a essere un gruppo di combattenti irregolari che si muove nelle ampie zone desertiche o che si confonde tra le popolazioni locali, più o meno consenzienti. L’instabilità di Libia, Siria e Iraq è il vero ossigeno che permette a questi gruppi di vivere e prosperare ed è quella instabilità che va combattuta. In questo quadro, e sfruttando la guerra in Siria, la Russia ha assunto un ruolo crescente nella regione del Mediterraneo giocando ottimamente le sue carte, prima, in appoggio del governo di Assad, poi in altre aree “calde” come la Libia.

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