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L’America in una guerra civile fredda

Con il partito repubblicano spaccato dagli antagonismi interni e un Presidente incapace a guidare l’azione politica ed economica del suo partito, gli Stati Uniti sono sulla soglia dell’ingovernabilità.

Negli Stati Uniti è in atto una guerra civile fredda, ha sentenziato un politologo. Ma c’è di più, che ha del paradossale. Il partito che controlla la Casa Bianca, il Senato e la Camera dei Rappresentanti, quello repubblicano per intenderci, è spaccato in più tronconi animati da un antagonismo che non consente autolimitazioni nell’interesse nazionale. In parole povere, non esiste un partito capace di controllare il Congresso e, peggio ancora, l’America ha in Donald Trump un Presidente che è incapace di persuadere il suo partito a cercare soluzioni equilibrate. Trump, l’uomo che ha impersonato a lungo l’immagine di un negoziatore imbattibile nella trattativa, ha fallito miseramente nel tentativo di negoziare con il suo partito l’approvazione della legge per la sanità che avrebbe dovuto rimpiazzare l’Obamacare. I membri ultra-conservatori della Camera – raggruppati nel cosiddetto Freedom Caucus – sono stati in grado di bloccare il disegno di legge AHCA (American Health Care Act) in quanto non soddisfaceva le loro pretese ideologiche. A sua volta, gli sforzi della Casa Bianca di ammansire con qualche concessione la forte resistenza del Freedom Caucus hanno avuto il risultato di rendere più rigido il gruppo dei moderati, che si è tenacemente opposto alla proposta di legge raffazzonata dallo Speaker della Camera dei Rappresentanti Paul Ryan. Ryan è di fatto il leader di quel gruppo della Camera, naturalmente di destra, che viene riconosciuto come “mainstream”. Gli antagonisti di questo gruppo sono di fatto i moderati, mentre all’altro estremo imperversano i parlamentari intransigenti del Freedom Caucus.

Dopo la debacle della AHCA, un altro cataclisma politico-economico è all’orizzonte, con il pericolo che una paralisi congressuale innesti un processo che potrebbe portare al “impeachment” del Presidente Trump. Nella presente congiuntura di crisi dell’esecutivo Trump, va segnalato che il trenta per cento degli Americani è favorevole all’ipotesi di “impeachment” di Donald Trump. Vero è che una simile percentuale auspicava la messa in stato di accusa di George W. Bush e dopo di lui, di Barack Obama. Ma erano movimenti usciti allo scoperto quando le rispettive presidenze avevano governato abbastanza a lungo. Donald Trump, invece, non ha neppure completato cento giorni di governo. Nella storia americana, due soli Presidenti sono stati sottoposti alla procedura di “impeachment”, Andrew Johnson e Bill Clinton. Entrambi schivarono la mannaia grazie al mancato voto di condanna di una maggioranza del Senato. Richard Nixon uscì invece dalla Casa Bianca dimettendosi prima che la Camera dei Rappresentanti votasse gli articoli di “impeachment” approvati dal comitato giudiziario della Camera dei Rappresentanti. La causale del processo di “impeachment” è contenuta in una scarna definizione della Costituzione: “tradimento, corruzione, o altri grandi crimini e trasgressioni”. Sono termini volutamente ambigui, tali da autorizzare un movimento nazionale deciso ad esautorare il Presidente in carica. Al momento attuale, un movimento di tali dimensioni non esiste e il Presidente Trump può contare sul sostegno della massa dei suoi elettori. Ma la storia dimostra che la Camera dei Rappresentanti può agire anche senza citare specifici statuti criminali, come avvenne nel caso di Clinton, che venne accusato di aver violato, con la sua condotta, il giuramento costituzionale e i suoi doveri presidenziali.

La spada di Damocle che pende sulla presidenza Trump è quella dei suoi rapporti con la Russia di Putin. È uno spettro che si è infittito a seguito di incessanti rivelazioni sulle comunicazioni avute da membri del suo staff, ed in modo speciale dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, costretto alle dimissioni per aver celato parte del contenuto delle sue conversazioni con l’ambasciatore russo a Washington. L’ultimo contatto emerso è quello del genero di Trump, Jared Kushner, oggi consigliere presidenziale, che durante il periodo di transizione incontrò il capo di una banca statale russa colpita dalle sanzioni dell’Amministrazione Obama. Kushner è stato convocato a testimoniare dalla commissione senatoriale che indaga sull’interferenza russa nelle elezioni americane. Lo stillicidio di rivelazioni sulla “Russia Connection” ricorda per certi versi l’incalzante dinamica del Watergate che travolse la presidenza Nixon. Se dovesse emergere che Trump ebbe personalmente a che fare con inviati di Putin o, quanto meno, autorizzò l’invio di messaggi a Mosca circa una revisione delle sanzioni, i Democratici non esiterebbero a lanciare una pesante offensiva in seno al Congresso e sul palcoscenico politico nazionale. Né si può ignorare che lo FBI non ha terminato le sue indagini sulla presunta associazione della campagna elettorale di Trump con esponenti russi. Le indagini in questione sono partite nel mese di Luglio, come ha rivelato per la prima volta il capo dello FBI, James Comey.

Resta il dubbio comunque che un partito come il GOP repubblicano, spaccato ideologicamente e paralizzato da contrastanti interessi, sia capace di fare quadrato attorno ad un Presidente che ha dimostrato di non essere all’altezza delle responsabilità presidenziali. I prossimi eventi non faranno altro che aggravare la posizione della Casa Bianca. Questo perché dopo aver subito la batosta della legge sulla sanità, il Presidente Trump ha scelto la riforma fiscale come prossimo bersaglio. La battaglia sulla spesa governativa e l’innalzamento del limite di debito nazionale scopriranno ancor più a fondo la profonda frattura tra i Repubblicani in seno al Congresso e i penosi limiti del Presidente nel guidare l’azione politica ed economica del suo partito. Il governo federale è avviato a rimanere senza fondi proprio in coincidenza con il centesimo giorno di presidenza Trump, il 29 Aprile. Nella prossima estate, sarà necessario ricorrere ad una misura che innalzi il limite del debito federale al fine di scongiurare il rischio “default”, ossia di inadempienza, con effetti disastrosi per gli Stati Uniti ed il mondo. Ancora una volta, i crociati del Freedom Caucus saranno in prima linea nel chiedere profondi tagli al bilancio, mentre i moderati cercheranno di ammorbidire i tagli proposti dall’esecutivo. Il quadro è tanto più scuro in quanto né la Casa Bianca né la leadership repubblicana al Congresso dispongono di un progetto fiscale-finanziario su cui lavorare assieme. La riforma fiscale appare insomma un obiettivo irraggiungibile nel vicino futuro. Del resto, sono in molti a ricordare che, al tempo della presidenza Reagan, ci vollero cinque anni per varare una legge di riforma nel 1986.

Nel frattempo, il tasso di approvazione di Trump è sceso al livello più basso - 36 per cento – mentre i mercati cominciano a dubitare che le politiche di stimolo economico e di riforma fiscale siano realizzabili come promesso da Trump. Di particolare interesse ai mercati è la cosiddetta “border adjustment tax”, una tassa del 20 per cento sulle importazioni negli Stati Uniti, che nelle intenzioni dell’Amministrazione Trump dovrebbe incoraggiare la produzione interna generando il reddito richiesto dalla riduzione delle tasse aziendali e personali. Secondo i calcoli dell’Amministrazione, tale reddito dovrebbe essere di un trilione di dollari nel giro di dieci anni. Sin da adesso, però, l’opposizione al Senato e presso il Freedom Caucus mette in forte dubbio la realizzabilità del progetto. A tale opposizione concorrono le grandi catene di mercato che definiscono la “border adjustment tax” un’imposizione ai danni dei consumatori che finirebbero col pagare di più per una vasta quantità di prodotti. In conclusione, gli altisonanti annunci di Donald Trump perdono validità e la credibilità del Presidente scema in misura da far presagire sviluppi drammatici.

Quello che può accelerare il già rapido declino della Presidenza Trump è l’immagine di un partito incapace di governare. Un partito – occorre ricordarlo – che si era proposto come antitesi dell’agenda progressiva del Presidente democratico Obama e che ora appare impantanato in una palude ideologica. Ma a far le spese di una congiuntura di “guerra civile fredda” che divide il Paese e le sue istituzioni politiche sarà principalmente il Presidente in carica, a motivo della dimostrata carenza di esperienza legislativa e di opportunismo politico. Un senso di opportunismo dovrebbe quanto meno suggerire a Trump la convenienza di allacciare un dialogo con la minoranza democratica al Congresso; il che è tanto più improbabile, purtroppo, considerato che Trump non ha esitato ad addossare la colpa del fallimento della legge per la sanità ai Democratici, non importa quanto deboli ed emarginati, piuttosto che ai franchi tiratori repubblicani. E dire che i bistrattati Democratici sarebbero ben disposti ad appoggiare l’ambizioso (sulla carta) programma presidenziale di rinnovamento delle infrastrutture in America.

Il Presidente repubblicano ha deciso invece di impartire un altro colpo all’eredità politica dell’amministrazione Obama ordinando alle agenzie federali di rinunciare ai programmi di riduzione dell’inquinamento dell’atmosfera che colpivano le aziende di produzione di elettricità, le industrie estrattive di petrolio e gas e quelle minerarie. Resta da vedere se, nell’intento di premiare il settore arci-conservatore, Trump non decida anche di far cessare le funzioni regolatrici della Environmental Protection Agency in materia di emissioni di gas nell’atmosfera. Per contro, l’indignazione dei Democratici cresce di giorno in giorno e comincia a trovare consensi tra i cittadini ed a generare una crescente resistenza. Politicamente, i Democratici hanno poche armi a disposizione, ma una di queste consiste nel bloccare al senato la spesa di oltre 15 miliardi di dollari preventivata per la costruzione del muro al confine con il Messico. Dal momento che il Messico non pagherà un peso per il muro, il costo verrebbe immancabilmente a ricadere sul contribuente americano, anche nel caso in cui per finanziare la costruzione venisse introdotta una tassa del 20 per cento sulle importazioni dal Messico. La conclusione non può che essere questa, che il costo dell’amministrazione Trump finirà per farsi intollerabile per una massa crescente di Americani, e particolarmente per quelli che nello scorso Novembre hanno abbandonato il partito democratico dietro il richiamo della sirena trumpiana. Ne avremo la prova a partire dalle elezioni locali del prossimo novembre e, in misura più eclatante, nelle elezioni congressuali di mid-tem del novembre 2018, a meno che l’esecutivo “alt-con populista” di Donald Trump non imploda sotto la minaccia di “impeachment” da qui a quella data.

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