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Lavorare meno: un’eresia liberale?

Secondo un’indagine realizzata nel 2016, il 64% dei cittadini dell’Unione Europea sarebbe favorevole all’introduzione di un reddito “di base” o di “cittadinanza” universale e non condizionale, ossia non vincolato ad alcun prerequisito occupazionale, di reddito o patrimoniale.


In effetti, negli ultimi due anni il dibattito, niente affatto recente, su questa forma di emolumento pubblico ha suscitato interesse in una schiera molto ampia di orientamenti culturali, politici ed economici che dai movimenti populisti emersi, in modi diversi, in seguito alla Grande Recessione passa attraverso le tradizioni politiche socialiste e (addirittura) liberali e arriva fino agli innovatori “visionari” della Silicon Valley. Anche per questa ragione il dibattito risulta piuttosto confuso e tende a mettere sotto lo stesso titolo il reddito di cittadinanza propriamente detto con altre forme di integrazione di tipo selettivo (si pensi alla proposta di Tito Boeri destinata ai lavoratori maturi senza lavoro o pensione), assicurativo (forme più o meno lasche di indennità di disoccupazione) o interventi di tipo fiscale come la tassazione negativa, un’altra vecchia idea molto discussa ma poco praticata. Al di là delle questioni definitorie, è ormai evidente come, nelle più recenti ipotesi di revisione dei sistemi di welfare occupazionale, sia in atto un trend che tende a spostare il baricentro dall’assicurazione contro la mancanza di lavoro all’assicurazione contro la mancanza di reddito.

Le ragioni di questo spostamento sono da ricondurre a quella “stagnazione secolare del lavoro e delle retribuzioni” che, secondo un’efficace sintesi formulata da Beppe Russo in questa rubrica, a partire dai primi anni 2000 ha visto l’occupazione delle economie avanzate diventare progressivamente “anelastica” all’andamento del ciclo economico. Se in passato era normale aspettarsi un’espansione della domanda di lavoro più o meno proporzionale alla crescita della ricchezza, il new normal di inizio millennio sembrerebbe non seguire più questa regola. Se ci si sofferma su serie storiche lunghe dei principali indicatori occupazionali e di reddito, non è difficile constatare tendenze generalmente negative: tassi di occupazione declinanti (o evidentemente negativi per le coorti demografiche più giovani), redditi mediani in progressivo calo, polarizzazioni salariali che assottigliano le classi sociali intermedie, ridimensionamento della quota del lavoro sul reddito nazionale (Labour Share of Income) in favore della quota raccolta dal capitale. Questi trend sarebbero da attribuire prima alla delocalizzazione di attività ad alta intensità di lavoro verso i paesi emergenti, in particolare quelli asiatici, e poi – altra faccia della stessa medaglia – alla diffusione nelle economie mature di nuove tecnologie e modelli organizzativi ad alta intensità di capitale in grado di sostituire quote sempre più ampie di occupati. In effetti, se si guarda da questo punto di vista ai trend in atto, anche un evento “epocale” come la Grande Recessione si ridimensiona ad episodio congiunturale in grado di esacerbarli, ma non di determinarli. In realtà, più della crisi ormai superata, desta preoccupazione il conclamato cambio di paradigma tecnologico, quella “quarta rivoluzione industriale” basata sulla rete, i Big Data e l’intelligenza artificiale che, secondo la più accreditata ricerca ad oggi pubblicata sulla questione, potrebbe determinare nel prossimo decennio la sostituzione del 10% degli occupati attualmente attivi nei paesi OCSE [1].

Di fronte a questo scenario, l’ampio consenso per il reddito di cittadinanza sembrerebbe avere come movente la necessità di preservare la “stabilità sociale e politica”, come ha osservato Giorgio Arfaras in questa rubrica, ossia di contenere gli effetti sociali e le degenerazioni politico-istituzionali che potrebbero emergere a causa di quote insostenibili di persone disoccupate o sottoccupate. Vista la maggiore difficoltà del mercato del lavoro di redistribuire la ricchezza generata, la soluzione consisterebbe nel “disintermediare” tale redistribuzione, trasformandola in un’erogazione diretta a titolo di diritto soggettivo.

Ma se il problema è effettivamente questo – contenere gli effetti sociali e le degenerazioni politico-istituzionali causate dalla (potenziale) disoccupazione di massa – il reddito di cittadinanza è davvero la risposta più efficace?

Valutata da questa prospettiva, la proposta presenta non pochi rischi. Se da una parte i sostenitori ne sottolineano (non a torto) la linearità e i costi di transazione molto bassi (pari al 2% delle erogazioni rispetto all’8% del welfare condizionale, secondo una ricerca dell’Università di Torino[2]), i possibili effetti positivi sulle retribuzioni, l’aumento della propensione all’educazione e l’ideale valore “di giustizia sociale”, i detrattori, invece, oltre a temerne il costo esorbitante, puntano il dito contro il suo potenziale socialmente corrosivo. Il reddito di cittadinanza rischierebbe infatti di costituire un potente incentivo all’inattività, determinando una riduzione dell’offerta di lavoro e alimentando quella spirale di marginalità che già oggi polarizza le democrazie occidentali in due partiti: uno fatto di cittadini economicamente non autosufficienti o, nella migliore delle ipotesi, estranei al “patto fiscale”, opposto a un altro di cittadini economicamente autosufficienti, sottoposti (o soggiogati?) al patto fiscale.

Non è dunque casuale che, soprattutto dal fronte Liberale, più osservatori abbiano invece sostenuto l’alternativa della tassazione negativa, uno schema che prevede un’erogazione progressiva in favore del contribuente al di sotto di un determinato livello di reddito. Rispetto al salario di cittadinanza, l’atout di questa opzione, soprattutto se integrata con un sistema di quozienti familiari, consisterebbe nel più chiaro incentivo al lavoro e alla partecipazione al patto fiscale. D’altro canto, altri interlocutori hanno sottolineato che, anche in questo caso, l’incentivazione all’offerta di lavoro risulterebbe molto modesta, per non oltrepassare le soglie di reddito previste (con il rischio aggiuntivo del ricorso al lavoro sommerso), e resterebbe irrisolto il problema delle persone totalmente incapienti. In un paese come l’Italia, inoltre, la scarsa efficienza del sistema fiscale costituirebbe un ulteriore ostacolo: a meno di applicare la tassazione negativa ai soli contribuenti sottoposti a ritenuta alla fonte, il rischio di aumentare il prezzo già eccessivo dell’evasione sarebbe molto forte.

Un’altra possibilità, che non rientra nella categoria delle integrazioni al reddito ma è anch’essa presa in considerazione per affrontare le questioni all’origine del dibattito sul salario di cittadinanza, è costituita dalla riduzione autoritativa o dall’incentivazione alla riduzione dell’orario di lavoro. Il progressivo contenimento del tempo di lavoro a parità di retribuzione ha rappresentato una delle istanze “identitarie” del sindacalismo del XIX e del XX secolo ed è stato fino ad oggi una prerogativa dei movimenti politici socialisti e progressisti. La sua applicazione su larga scala in Francia a partire dalla fine degli anni ’90 (per mano sì di un governo socialista ma pur sempre nell’ambito di un’economia di mercato) e alcuni più recenti esperimenti nei paesi scandinavi hanno tuttavia riportato in primo piano la discussione in una chiave pragmatica e post-ideologica.

L’assunto macroeconomico alla base di questa soluzione è apparentemente semplice: la riduzione dell’orario di lavoro determinerebbe un aumento della domanda al fine di sostituire l’input produttivo mancante. In realtà la questione è molto più complessa. Oltre all’orario standard su base settimanale, il tempo di lavoro è costituito da diversi elementi (gli straordinari e le loro diverse causali, i sistemi di turnazione in rapporto ai cicli produttivi) a cui corrispondono diverse regole e, soprattutto, diverse “razionalità economiche” da parte delle imprese. Per questa ragione non è affatto scontato che un datore voglia (o riesca) a compensare la riduzione dell’input di lavoro con altro lavoro quando potrebbe ottenere lo stesso risultato con l’introduzione di nuove tecnologie e/o il miglioramento dei processi, ossia un aumento della produttività. Effettivamente, le valutazioni d’impatto della riforma francese hanno mostrato evidenti effetti sulla produttività (così come sulla soddisfazione dei lavoratori) a fronte di effetti meno evidenti, ma non nulli, sul fronte occupazionale. Occorre inoltre aggiungere che un apparato produttivo composto principalmente da imprese di piccole dimensioni, come nel caso dell’Italia, costituirebbe un ostacolo aggiuntivo all’applicazione di pratiche di questo genere, mancando le condizioni di scala per realizzarle.

D’altra parte un intervento sui tempi del lavoro potrebbe prevedere un’articolazione di strumenti molto ampia, molti dei quali non sono stati ancora sperimentati. Si pensi alle ipotesi di applicazione del part-time a fronte di comprovate responsabilità di accudimento o all’applicazione selettiva della riduzione dell’orario nelle attività usuranti o a elevato rischio di stress lavorativo, ad esempio quelle in ambito sanitario. Si tratterebbe di applicare riduzioni di orario su larga scala ma in maniera articolata e differenziata, rimandando la concreta applicazione delle rimodulazioni alla contrattazione decentrata e alla contrattazione individuale.

Tornando al dibattito sulle opportunità e i rischi connessi all’introduzione del reddito di cittadinanza, nel prossimo futuro sembra probabile che le democrazie occidentali dovranno confrontarsi con almeno tre questioni: 1) l’occupazione non è destinata ad aumentare in termini significativi (anche) per gli effetti di un nuovo, incombente paradigma tecnologico; 2) lo stesso paradigma avrà come input principale il capitale e, pertanto, tenderà a remunerare maggiormente quest’ultimo; 3) questo squilibrio dovrà essere in qualche modo compensato da meccanismi efficaci di redistribuzione della benessere o si correrà il rischio di una lunga fase di instabilità sociale e politica.

Se il tema è dunque, effettivamente, garantire la “stabilità politica e sociale” senza però aumentare ulteriormente la quota, già oggi esorbitante, di cittadini economicamente non autosufficienti, allora una rimodulazione del “mercato del tempo di lavoro”, quale soluzione alternativa al reddito di cittadinanza, dovrebbe essere presa pragmaticamente in considerazione. Si tratta di decidere se la democrazia economica potrà ancora basarsi sul lavoro – e dunque sulla razionalità economica, sulla contrattazione, sulla responsabilità e sul merito individuale – oppure assumere forme diverse, riducendo la “working class” a una minoranza.

[1] Melanie Arntz, Terry Gregory e Ulrich Zierahn, The risk of automation for jobs in OECD countries: a comparative analysis, OECD Social, Employment and Migration Working Papers, n. 189, 2016

[2] Ugo Colombino, Is unconditional basic income a viable alternative to other social welfare measures? IZA World of Labor, n. 128, 2015

Commenti (1)

Commenti  

0 #1 Luigi Tardella 2017-04-05 15:27
Finalmente si affronta questo tabù. Condivido tutte le considerazioni sulla complessità. Ma vorrei aggiungere due motivi molto seri che dovrebbero consigliare di intraprendere la strada della riduzione dell'orario di lavoro per fare posto a nuovi ingressi:
- il lavoro è dignità e vita sociale, la retribuzione è un fattore secondario, specialmente se il tempo libero è una contropartita che fa parte del package
- il lavoro, anche se part time e pagato in misura ridotta, è l'unica forma di formazione realmente efficace. I fondi per la formazione possono essere dati come sgravio costo del lavoro alle aziende che in cambio sforneranno molti giovani preparati
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