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Ora Putin rimpiange Obama

Cinquantanove Tomahawk e la sinora mai utilizzata Gbu-43 ribaltano gli equilibri tra i giocatori strategici in Medio Oriente, rompendo definitivamente l'illusione di un "reset" tra Russia e Stati Uniti.

Ancor prima che si sapesse della decisione di Trump di sganciare nella provincia di Nangahar la “madre di tutte le bombe”, Vladimir Putin ammetteva che il livello delle relazioni, "soprattutto sotto l'aspetto militare non è migliorato, anzi, è degradato rispetto all'amministrazione Obama" (1). Donald Trump poche ore dopo constatava che i rapporti con la Russia erano "al minimo storico" di fiducia, anche se ammetteva che sarebbe "fantastico" avere un buon rapporto con Mosca.

Ma intanto la Russia è tornata un avversario, e il Segretario di Stato Usa Rex Tillerson è volato a Mosca con un ultimatum: togliere il sostegno a Bashar Assad e allearsi con l'Occidente, oppure restare in compagnia della Siria, dell'Iran e degli Hezbollah, "una scelta che non corrisponde agli interessi a lungo termine dei russi". Alle cinque ore di colloquio con il Ministro degli Esteri russo Serghey Lavrov sono seguite due ore con Putin, un onore che dimostra che Tillerson si è presentato a Mosca non solo come capo della diplomazia americana, ma come emissario della Casa Bianca. Il risultato è stata la nomina di due rappresentanti speciali che faranno un inventario dei numerosi problemi nelle relazioni tra i due Paesi. E il veto russo, poche ore dopo, alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu che proponeva un'indagine sull'attacco chimico di Idlib - invocata dallo stesso Putin - dimostra che Mosca per il momento non ha nessuna intenzione di cedere su Damasco.

La situazione in realtà non è cambiata da quella del settembre 2015, quando Putin ha deciso di entrare in azione in Siria a fianco di Assad: da un lato un variegato fronte di occidentali e Paesi dell'area che chiedono l'uscita di scena del rais di Damasco, dall'altro la Russia con l'Iran che lo sostengono. Il raid missilistico ordinato da Trump il 7 aprile contro la base siriana di Al-Shayrat come rappresaglia per l'attacco chimico, però, ha sancito il "rientro" degli Usa sul campo, con una determinazione mai vista, che fa sperare a molti attori sul campo nella fine del periodo meno decisionista di Obama. Il Presidente turco Tayyip Recep Erdogan - cosponsor, insieme a Russia e Iran, di una tregua in Siria - è immediatamente tornato a chiedere una dipartita di Assad, incrinando le già vaghe prospettive del deal trilaterale, che si proponeva come un'alternativa alla diplomazia americana nella regione.

Ma soprattutto è la durezza del messaggio portato da Tillerson a mostrare un cambiamento dello scenario: "Il regime di Assad si sta avviando alla sua fine, e la Russia come suo alleato più stretto potrebbe aiutarlo a comprendere questo fatto", ha detto dopo l'incontro con Putin, sottolineando che la questione di una permanenza del rais al potere è fuori discussione. In altre parole, a Mosca viene offerto di collaborare, o di venire considerata nemica, dopo che Trump ha già accusato i russi di aver tenuto al potere "l'animale" di Assad. Il Ministro degli Esteri britannico Boris Johnson ha chiesto nuove sanzioni per Mosca, e il suo collega alla Difesa Michael Faellon ha attribuito alla Russia "la responsabilità di ogni morte di civili" nell'attacco chimico. Mosca continua a negare che Assad sia in possesso di armi chimiche, e Putin ha quasi esplicitamente accusato gli Americani di aver organizzato il massacro di Idlib come "provocazione", e di aspettarsi altri "falsi attacchi". Ma è evidente che venire associati ai crimini di guerra in Siria, anche in assenza di un'esplicita incriminazione di complicità, rende la posizione di Mosca più fragile.

Il Cremlino aveva già tentato in passato di provare a "barattare" Assad in cambio di un maggiore ruolo internazionale, e soprattutto in cambio di un condono dell'Ucraina e dell'annessione alla Crimea. Ma se fino a qualche mese fa poteva essere la carta vincente calata da un player decisivo, con il possibile ritorno nel gioco di Washington, e il passaggio alle maniere forti di Tillerson, diventa il pedaggio da pagare per un salvacondotto. E il Presidente ucraino Petro Poroshenko ha annunciato di avere avuto dagli Usa garanzie che non ci sarebbe stato un "pacchetto" che barattava la soluzione siriana con concessioni sull'Ucraina. Una svolta difficile da spiegare anche sul fronte interno, dove fino a qualche giorno fa i talk show presentavano Tillerson come un "amico del Cremlino", e la politica russa in Siria come un trionfo.

Ora Putin rimpiange Obama, definito dalla propaganda russa fino a due giorni prima come il male assoluto, e l’editoriale di Gazeta.ru sottolinea che "la diplomazia ibrida, che dice una cosa, ne pensa un'altra e ne fa una terza, spacciando qualunque atto per una vittoria, ha mostrato i suoi limiti". Anche perché lo scandalo sulle "Russian connections" di Trump ha ridotto drasticamente lo spazio di compromesso che il Presidente americano può concedersi nei confronti dei Russi. Il capo della Casa Bianca ha usato la politica estera per far dimenticare i problemi interni, un trucco collaudato da anni anche dal Cremlino. Ma in uno scontro diretto la Russia non ha molte carte da giocare, sia per la differenza del potenziale bellico ed economico rispetto agli Usa (“la Russia è un Paese potente, noi un Paese molto, molto potente", per sintetizzarla con Trump), sia per il rischio che l'avventura siriana che dura ormai da un anno e mezzo cominci a pesare sui consensi, nell'anno che precede le presidenziali.

Mosca probabilmente accetterebbe volentieri una exit strategy, che però dovrebbe offrirle la possibilità di non perdere la faccia, e resta da capire se Tillerson ha portato al Cremlino una controfferta che Putin possa prendere in considerazione. Per ora, lo scatto dell'Ambasciatore russo all'Onu, che ha messo da parte ogni protocollo diplomatico gridando al suo collega britannico "Non nascondere lo sguardo, guardami negli occhi! Non permetterti di offendere la Russia!", sembra sintomatico di un nervosismo pericoloso, soprattutto se si considera che i missili americani lanciati il 7 aprile ad Al-Shayrat hanno colpito una base dove erano dislocati aerei e militari russi. Il Pentagono aveva avvertito Mosca dell'attacco, proprio per evitare un incidente dalle conseguenze imprevedibili. Ma se il coinvolgimento americano in Siria aumenterà (e lo sgancio della Gbu-43 sembra andare in questa direzione), il rischio di uno scontro diretto - evitato con cura in tutte le "guerre per procura" tra Mosca e Washington, dall'Afghanistan al Vietnam - potrebbe non essere più solo uno scenario apocalittico.

[1] Dichiarazione tratta da un articolo del Kremlin http://kremlin.ru/events/president/news/54271

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