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Cento giorni vacui

I primi cento giorni di Donald Trump segnano un esordio tra i più vacui nella storia presidenziale degli Stati Uniti.

L’inizio della Presidenza Trump è stato così inconcludente che il Presidente repubblicano nel bel mezzo di un disperato sforzo di concludere qualcosa, da una nuova versione della naufragata legge per la sanità ad un grandioso piano di abbattimenti fiscali, si è preoccupato di minimizzare i cento giorni definendoli uno “standard ridicolo”. Le artificiose anticipazioni di misure di là da venire sono però sovrastate da una incombente minaccia, quella dello “shutdown” governativo. Delle dieci misure legislative promesse, l’unico risultato che Trump ha riscosso al Congresso è stata l’approvazione della nomina di un giudice conservatore della Corte Suprema, grazie ad un voto del Senato propiziato da una frettolosa forzatura delle norme senatoriali che prevedevano una maggioranza più alta. La fantomatica “arte del deal” sulla quale Trump aveva costruito la sua immagine di abile negoziatore si è rivelata, a conti fatti, una vuota chimera. Al cospetto dei suoi predecessori – basti pensare che Franklin Delano Roosevelt firmò quindici leggi di primaria importanza nei suoi primi cento giorni – Donald Trump non ha realizzato neppure una delle misure promesse nel suo Contratto con l’Elettore Americano.

L’insuccesso che ha lasciato il segno è la decisione della Camera dei Rappresentanti di ritirare il progetto legislativo che si proponeva di rimpiazzare l’Affordable Care Act del Presidente Obama. Quanto alle altre priorità dell’Amministrazione Trump, marcano il passo l’ambizioso progetto di rinnovamento delle infrastrutture – dal costo preventivato di un trilione di dollari - , lo stanziamento suppletivo di trenta miliardi per le forze armate, la costruzione del muro al confine con il Messico e il reclutamento di migliaia di agenti di sorveglianza per l’immigrazione. Di certo c’è il fatto che al pari dei Messicani, che non contribuiranno un peso alla costruzione del muro, i democratici non sono disposti a collaborare nel campo delle infrastrutture in mancanza di specifici quid pro quo. In compenso, Trump ha emanato un torrente di ordini esecutivi che hanno sconvolto il tessuto connettivo della legislazione immigratoria ed aperto forti disequilibri nel campo delle relazioni economiche, come nel caso di rinuncia a trattati sui versanti dell’Atlantico e del Pacifico.

Questi ed altri sono i risultati della politica di “America First” secondo cui gli Stati Uniti non permetteranno più di essere “sfruttati” da altri Paesi, sia amici sia nemici. Una politica, insomma, basata sul mancato rispetto di tradizioni diplomatiche e di norme accettate di comportamento internazionale. In compenso, il Presidente Trump ha dimostrato la sua capacità di essere imprevedibile con una serie di decisioni di politica estera che vanno da un mutato atteggiamento nei confronti della NATO – definita “obsoleta” durante la campagna elettorale per poi essere riabilitata in una conferenza stampa con il suo Segretario Generale in quanto coinvolta nella lotta al terrorismo – e della Cina - bollata a suo tempo come rea di manipolare la propria moneta e successivamente riabilitata nei colloqui con il Presidente Xi. Nel campo della politica monetaria americana, Trump ha fatto marcia indietro nei confronti della responsabile della Federal Reserve Janet Yellen, che a suo tempo si era impegnato a sostituire. Ora, invece, afferma di nutrire per lei “rispetto” e di volerla mantenere al suo posto.

Una delle spiegazioni avanzate per spiegare il perdurante appoggio per Trump del suo elettorato (il 96 per cento dice che voterebbe ancora per lui) è che in buona parte le sue decisioni, ed in modo speciale la sua tendenza al “flip flop”, ossia a bruschi cambiamenti dei suoi giudizi personali, sono di natura viscerale piuttosto che il frutto di attente valutazioni politiche. In pratica, ciò riflette la forte predisposizione di Trump a proiettare un’immagine di forza e risolutezza che indubbiamente ha incontrato favore in un vasto settore dell’elettorato. Mantenere questa immagine di “though guy” è dunque una costante nell’azione politica di Donald Trump ed ha poco a che vedere con la sostanza di “flip flop” su problematiche politiche di scarso interesse per il pubblico generale. In altre parole, il fatto che Trump cambi atteggiamento gli conferisce un elemento di flessibilità che confonde principalmente i suoi avversari.

Per quanto inconcludente possa essere l’azione politica e legislativa di Trump, i democratici non appaiono in grado di trarne vantaggio per il precipuo motivo che il loro partito è in crisi di leadership dopo l’imprevista batosta subita da Hillary Clinton, ma soprattutto per il fatto che la parte più dinamica del partito, quella per intenderci che svolge un ruolo combattivo di opposizione, è raccolta dietro un insolito “rock star”, Bernie Sanders, piuttosto che dietro la titubante leadership democratica del Congresso. Non a caso il 67 per cento dei democratici interpellati ritiene che il partito abbia perso il contatto con il suo elettorato. Quanto a Trump, i sondaggi demoscopici parlano di un’alta misura di disapprovazione. Se il vuoto dei cento giorni di Donald Trump è avvertito in misura ben minore di quel che dovrebbe essere, lo si deve anche al deficit della leadership democratica.

Il vuoto comunque resta e gli interrogativi maggiori che esso solleva sono quelli che riguardano l’evolvere del rapporto tra il capo dell’esecutivo ed il partito repubblicano. È un rapporto cominciato male, principalmente a causa degli ordini esecutivi che il Presidente ha emanato senza consultarsi con la leadership repubblicana al Congresso, ignorando regole politiche tradizionali ed emarginando lo stesso Establishment repubblicano. Se l’intento di Trump era quello di porre rapidamente in atto i suoi impegni elettorali con lo strumento degli Executive Orders, la natura fortemente controversa delle norme promulgate, come i divieti all’ammissione di rifugiati e cittadini di sette Paesi a maggioranza islamica, non poteva che incontrare forti resistenze in seno all’Establishment. Tra i maggiori critici vi sono vari senatori repubblicani, in primis John McCaine e Lindsey Graham. In aggiunta, gli osservatori politici segnalano che la scarsa attenzione di Trump per il Congresso comporta il rischio di compromettere non solo i rapporti con esponenti repubblicani di un certo peso, ma la capacità stessa del Presidente di manovrare per l’approvazione delle sue priorità legislative.

Il quadro deficitario del Presidente repubblicano al suo esordio conferma il giudizio pressoché unanime dei politologi secondo i quali Donald Trump è un uomo privo di quella esperienza politica che gli Americani valutano essenziale nei loro Presidenti. L’esperienza di esperto immobiliare e di marketing decisamente vale poco. Molti Americani inoltre hanno osservato con netto sfavore le lotte intestine alla Casa Bianca tra i familiari del Presidente ed i suoi consiglieri, per non parlare del licenziamento in tempo record del consigliere per la sicurezza nazionale. Ed ancora, per quanti sforzi faccia la Casa Bianca nel contenere i danni delle indagini sull’intervento di Putin nella campagna elettorale americana, la tempesta non accenna a placarsi, come dimostra la decisione del Comitato di Intelligence della Camera dei Rappresentanti di convocare tre alti funzionari a conoscenza dell’intromissione russa a testimoniare a Maggio in una seduta pubblica. Il capo di quella commissione, Devin Nunes, era stato costretto a ritirarsi dall’inchiesta in quanto sospettato di volerla affossare per conto della Casa Bianca.

In conclusione, i primi cento e sofferti giorni hanno portato alla luce un senso di frustrazione del presidente Trump che secondo molti critici è prova di instabilità psicologica, come si può desumere anche dal contenuto degli immancabili twitter. Ma al di là della sua pervicace azione volta a disfare molte delle regolamentazioni varate dalla precedente amministrazione, e particolarmente le normative dell’assistenzialismo federale, Donald Trump deve ancora dimostrare di avere la competenza e la chiarezza di visione necessarie per attuare riforme finanziarie e fiscali. Saranno queste riforme ad informare il giudizio centrale sulla sua presidenza, se è vero che Donald Trump considera prioritario riportare l’economia americana ai vertici mondiali piuttosto che mantenere l’America nel ruolo di gendarme internazionale. La chiave per giudicare la Presidenza Trump è dunque quella del soddisfacimento di istanze economiche nazionali senza cadere nella contrapposizione di un isolazionismo che nuocerebbe all’espansione economica e commerciale. Per mantenere il giusto equilibrio occorre che l’esecutivo di Donald Trump trovi un modus vivendi al Congresso, un imperativo che abbraccia l’opposizione democratica. Al momento, però, Trump e il Congresso sono in rotta di collisione sul finanziamento del bilancio federale, anche a causa, ironicamente, di un muro che non servirà a nulla.

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