L'ineguaglianza è riducibile ma non eliminabile

Si ha ultimamente un gran discutere dell'ineguaglianza, soprattutto da parte di chi pensa che essa sia – come generatrice di un malessere profondo - all'origine del Populismo. Con Branko Milanovic (“Global Inequality”, Cambridge, 2016) proviamo a mostrarne i risvolti statistici e teorici, per passare alle considerazioni finali.

1 – L'ineguaglianza fra i Paesi

Agli inizi del XIX secolo le differenze di reddito erano elevate all'interno dei Paesi, ma lo erano meno fra i diversi Paesi. Col decollo occidentale – con la prima, e poi con la seconda Rivoluzione Industriale - la differenza fra Paesi occidentali e Paesi non occidentali è diventata enorme. Dagli anni Ottanta del XX secolo, da quando la Cina ha liberalizzato la propria economia, la differenza fra i Paesi occidentali e gli altri, soprattutto asiatici, è andata riducendosi.

Ecco i numeri: 

  • Il grafico 1 mostra come il ceto medio superiore cinese (il punto A) abbia registrato la massima crescita del proprio reddito, mentre il ceto medio inferiore occidentale (il punto B) abbia mostrato la minor crescita, con i ricchi di tutto il mondo che han visto crescere in misura “cinese” il proprio reddito (il punto C). Insomma, i poveri asiatici sono diventati meno poveri e i ricchi più ricchi. Questa è la variazione di ciascun quintile (ossia la divisione in venti parti di tutte le classi di reddito) preso separatamente nel ventennio 1988-2088, dalla caduta del Socialismo alla crisi finanziaria.

 

Grafico 1 - Relative gain gap per income by global income level, 1988-2008 (Milanovic, 2016: 11)

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  • Il grafico 2 mostra come sono state le variazioni se prese insieme. In termini assoluti – fatta pari a 100 la crescita del reddito nel ventennio – quasi la metà della crescita è andata ai quintili con il maggior reddito di partenza. Insomma, i più ricchi hanno catturato buona parte della crescita assoluta.

 

Grafico 2 - Percentage of absolute gain in real per capita income received, by global income level, 1988-2008 (Milanovic, 2016: 26)

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  • Le differenze assolute fra Paesi - seppur ridotte rispetto al passato - restano. I Paesi non-occidentali hanno, infatti, un reddito pro capite dalle tre alle cinque volte inferiore a quello occidentale (grafico 3).

 

Grafico 3 - Distribution of world population by real GDP per capita of the country in which people live, 2013 (Milanovic, 2016: 33)

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La conclusione in base alle statistiche descrittive è semplice: A) gli asiatici si sono avvicinati al reddito degli occidentali., con il reddito di questi ultimi che non è cresciuto, ma non si è ridotto in termini assoluti; B) i ricchi hanno catturato la metà della crescita del reddito. Detto altrimenti, le differenze fra Paesi si sono ridotte, mentre sono cresciute quelle fra classi di reddito.  

2 – Ineguaglianza all'interno dei Paesi

Quando una società (come quella primitiva) è al livello di sussistenza, è difficile che possano sorgere delle forti ineguaglianze, perché, in questo caso, una parte della popolazione morirebbe di fame. Morendo di fame una parte della popolazione, si avrebbero meno guerrieri a disposizione, e quindi la società con un'ineguaglianza marcata sarebbe fagocitata dai nemici che distribuiscono meglio la poca ricchezza. La sopravvivenza “politica” si ha quindi dividendo in misura circa eguale il poco reddito a disposizione. Dal che si arguisce che l'ineguaglianza sorge e può durare quando si va oltre il reddito di sussistenza, ossia quando si ha un surplus di una qualche consistenza da distribuire. In questo caso, una parte della popolazione – quella povera - comunque sopravvive, mentre una parte – quella ricca - vive molto meglio.

Passando all'era moderna, si usa, per capire le ragioni dell'ineguaglianza, il modello di Simon Kuznetz:

  • Abbiamo un primo periodo in cui le ineguaglianze crescono, perché si ha lo spostamento dall'agricoltura (dove si ha una bassa produttività e quindi bassi redditi) alle fabbriche (dove si ha un'alta produttività e quindi dei redditi maggiori di quelli agricoli). Si alza così la forbice fra i redditi dei settori antichi e di quelli moderni. Nella fase successiva la produttività in agricoltura – grazie alla meccanizzazione ed alla chimica – sale, e quindi salgono i suoi redditi. Anche i salari nell'industria salgono nella fase successiva, perché si esaurisce l'offerta di manodopera liberata dal lavoro agricolo. L'ineguaglianza fra i lavoratori manuali e gli altri - proprietari terrieri, imprenditori, capitalisti – si riduce. Se misuriamo sull'asse verticale l'ineguaglianza, e su quello orizzontale il reddito nel corso del tempo, si ha una curva a “U rovesciata”. Alla crescita iniziale della diseguaglianza (la U rovesciata sale) segue una decrescita nella fase successiva (la “U rovesciata” scende).

Le cose nell'economia sono andate in questo modo fino agli anni Ottanta del XX secolo. Da allora l'ineguaglianza è cresciuta. La curva, invece di essere  a “U rovesciata”, come vuole la teoria di Kuznetz, è diventata una curva ad “U normale”- come mostra il grafico 4.

Grafico 4 - Inequality in England/UK and the United States from the 17th century to the 21st century (Milanovic, 2016: 48)

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Si può però tentare di mettere insieme le “U” rovesciate e normali, in modo da avere una spiegazione della riduzione della diseguaglianza prima e poi della sua crescita. Questo approccio possiamo definirlo delle “onde (o cicli) di Kuznets”. La parte relativa alla “U rovesciata” è stata appena descritta – il passaggio dall'agricoltura all'industria – ma la miglioriamo, e poi cerchiamo le ragioni della “U normale”. Ecco la logica dell'approccio dei cicli o onde.

  • Prima della Rivoluzione Industriale il reddito medio cresceva poco o niente, mentre l'ineguaglianza era stabile, perché, in assenza di crescita, la quota dei ricchi sarebbe potuta crescere solo affamando mortalmente i poveri. L'ineguaglianza era perciò stabile, ma poteva scendere – ossia variare - per effetto di eventi esterni - il caso classico è la peste nera. Questi eventi, riducendo l'offerta di manodopera, facevano salire i salari più della crescita del reddito nazionale, e quindi facevano diminuire l'ineguaglianza. Il maggior reddito spingeva i poveri a sovra-procreare, e quindi li spingeva - per effetto della maggior offerta di lavoro nella fase successiva, nella direzione di una riduzione del proprio tenore di vita. Con la Rivoluzione Industriale aumenta smisuratamente il surplus, ossia la quota di reddito distribuibile senza schiacciare quello necessario per la sussistenza. In questo modo si ha la “magia” dell'ineguaglianza che può salire senza per questo spingere – come accadeva prima - nel baratro chi ha dei redditi bassi. Il ragionamento appena esposta trova la sua forma stilizzata nel grafico 5.

Grafico 5 - Expected pattern of changes in inequality versus income per capita from the preindustrial through the postindustrial period and into the future (dotted line)
(Milanovic, 2016: 59)

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Attenzione: l'asse orizzontale mostra il reddito, non il tempo. Man mano che ci sposta verso destra il reddito pro capite (reale) aumenta. Il senso della costruzione è che la diseguaglianza può aumentare, ma questo non implica che debba scendere il tenore di vita assoluto dei poveri.

  • Le economie avanzate di oggi sono – a differenza di quelle del XIX e XX secolo - soprattutto di servizi e quindi disperdono i redditi più di quelle industriali: i “camerieri” e i “finanzieri” hanno dei redditi molto diversi. Intanto che – sempre a differenza del passato - il lavoro non qualificato si sposta verso i Paesi emergenti. La conclusione è che riprende – dopo l'intervallo fra le due Guerre - a crescere l'ineguaglianza, ma per ragioni “endogene” all'economia, e non “esogene” come le Guerre e le Rivoluzioni del XIX secolo che l'avevano ridotta. Secondo Walter Scheidel – The Great Leveller (Princeton, 2017), la forte riduzione dell'ineguaglianza nel corso della storia è stata opera dei quattro Cavalieri dell'Apocalisse: guerra, rivoluzione, collasso politico, epidemia. In condizioni normali non si è, infatti, mai registrata una riduzione dell'ineguaglianza. Si veda sul punto anche Thomas Piketty (Le Capitale au XXIe siécle, Éditions du Seuil, 2013). Laddove si sostiene che la riduzione della diseguaglianza è l'eccezione, mentre la regola è la sua crescita. L'eccezione si è avuta a causa delle due guerre mondiali che hanno impoverito i ricchi, dal 1913 al 1980 circa, mentre in tempo di pace i ricchi accrescono il proprio patrimonio, perché il rendimento del capitale è - come tendenza - maggiore della crescita dell'economia (1).
  • Si noti che, mentre in Cina potrebbe ancora agire la “U rovesciata”– ossia l'incremento dei salari nelle campagne e nelle fabbriche, quest'ultimo per effetto della minor offerta di manodopera proveniente dall'agricoltura, negli Stati Uniti dovrebbe continuare ad agire la U normale, che mantiene o accresce le ineguaglianze.

3 – L'ineguaglianza è riducibile

La crescita dell'ineguaglianza può essere frenata in due modi. Promuovendola in un primo tempo, oppure promuovendo l'eguaglianza fin da subito.

  • Il primo modo sostiene che l'ineguaglianza vada incoraggiata liberalizzando il mercato dei prodotti e del lavoro e riducendo le imposte d'impresa, perché così si premia chi rischia e innova. Dopo qualche tempo, l'economia trascinata dall'offerta, crea più lavoro. L'ineguaglianza resta alta, ma i redditi bassi crescono in termini assoluti. Si ha, inoltre, grazie alla maggior crescita un gettito fiscale eguale pur con aliquote inferiori, gettito che può essere usato a favore delle “sacche di povertà”.
  • Il secondo modo sostiene che si può ridurre l'ineguaglianza fin da subito trasferendo una parte del reddito da chi ne ha molto a chi ne ha poco, senza che questo disincentivi l'iniziativa individuale. Trasferimento che è già in funzione, come mostra il grafico 6.

Grafico 6 - Market, gross, and disposable income inequality in the United States and Germany, 1970-2010 (Milanovic, 2016: 299)

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Si ha il reddito di mercato – quello senza trasferimenti e senza imposte, il market income. Si ha il reddito lordo – quello che include trasferimenti ed i servizi dello “Stato Sociale”, il gross income. Si ha, infine, quello netto - eguale al reddito lordo, ma dopo le imposte, il disposable income. Gli indici di Gini (laddove per valori prossimi allo zero si ha eguaglianza, e per valori prossimi a uno si ha ineguaglianza) sono, per ciascun tipologia di reddito, negli Stati Uniti: 50, 45, 40. Si ha quindi una redistribuzione non marcatissima del reddito. In Germania gli indici di Gini per ciascuna tipologia di reddito sono: 50, 35, 30. Si ha quindi una redistribuzione marcata del reddito. La Germania distribuisce un reddito dei fattori (o reddito di mercato) come quello statunitense, ma redistribuisce di più. Se il reddito di mercato in Germania (un paese “socialdemocratico”) è eguale a quello degli Stati Uniti ("il" paese dell'economia di mercato), allora si possono avere i vantaggi del mercato (si assume che premi la “produttività marginale” dei fattori) e dello Stato (si assume che renda meno forti le disparità, con ciò promuovendo l'eguaglianza delle opportunità).

4 - L'ineguaglianza è riducibile ma non eliminabile

Una riduzione completa e permanente della ineguaglianza, ossia l'egualitarismo assoluto, non ha mai avuto successo nel corso della storia. I tentativi per creare l'eguaglianza assoluta in Terra – un caso è quello dei Gesuiti con gli indigeni in Paraguay, l'altro è quello sovietico, non hanno funzionato. Nel caso del Socialismo moderno, la diagnosi era che l'ineguaglianza degli umani è il frutto del diverso livello di istruzione e della presenza della proprietà. Perciò, riducendo molto il peso degli intellettuali ed eliminando gli imprenditori, si sarebbe ottenuta l'eguaglianza. Le imprese statali nel socialismo pagavano (relativamente) molto i lavori meno qualificati e poco quelli più qualificati.  In questo modo non si aveva un premio per la maggiore istruzione. Ovvio, inoltre, che, abolendo la proprietà, non si potevano avere né le eredità provenienti dalle ricchezze create in passato, né le ricchezze create dagli imprenditori nel presente. L'esperimento sovietico aveva così creato un'eguaglianza marcata, ma aveva anche frenato gli incentivi a studiare e a rischiare. Si aveva, alla fine, un'economia molto poco innovativa. La scarsa competitività delle economie di stampo sovietico era il frutto non casuale del desiderio di chi comandava – in sostanza i lavoratori manuali e i dirigenti politici figli dei lavoratori manuali di una generazione prima - di “godersi la vita”, lavorando relativamente poco, ed evitando l'impatto delle innovazioni (2). Come abbiamo appena visto, comparando gli Stati Uniti con la Germania, una riduzione significativa ma non assoluta della ineguaglianza, senza che si penalizzi lo sviluppo,  è, invece, possibile.

Se per eguaglianza si intende poi che “ciascuno riceva quanto merita” abbiamo l'esperienza della Religione, che ne nega la possibilità, perché si ha la discrepanza fra “merito” e “destino”, una discrepanza che tutti hanno avuto modo di osservare. La discrepanza porta a desiderare che “un Dio verrà – subito o più tardi – e porrà i suoi seguaci nella condizione che meritano” (3). L'eguaglianza fra merito e destino non è perciò – secondo le Religioni – un qualche cosa che si risolverà in questo Mondo. Dal che si arguisce di nuovo che l'ineguaglianza va accettata riducendola, ma non cercando di eliminarla.

Note

1 - Di quest'ultima affermazione Thomas Piketty non apporta una giustificazione teorica, ma solo un'evidenza statistica: http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/ricerche/3824-le-capital-au-xxie-si%C3%A9cle.html

2 - Rita Di Leo, L'esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa (Associazione CRS, 2012).

3 - Max Weber, Economia e Società, Vol. II, Parte Seconda (Comunità 1974). Capitolo 8: “Il problema della Teodicea”.