Umanità in movimento e nuove opportunità per il territorio

I migranti possono diventare una risorsa? Esempi concreti di accoglienza dei rifugiati in piccoli comuni montani del Piemonte mostrano le opportunità di una politica ‘non urbana’ di inclusione e valorizzazione

Storicamente l’attitudine a spostarsi, a esplorare, a viaggiare ha permesso all’umanità di espandersi sul pianeta e garantirsi preservazione e sopravvivenza. Le ragioni sono le più diverse: da quelle ambientali a quelle economiche, da quelle politiche a quelle culturali. Il desiderio e la necessità di mobilità, quindi le migrazioni, appaiono dunque come fenomeno fisiologico, perché in funzione della ricerca e insieme dell’esigenza di realizzare un equilibrio sociale.

Nel nostro Paese, ma anche a livello internazionale, la questione dei “migranti” - che a seconda dei casi diventano profughi, rifugiati, richiedenti asilo, o semplicemente cittadini scomodi o indesiderati - è oggi una priorità su cui si annidano luci e ombre. Pur con le dovute cautele, non sono mancante in questi anni manifestazioni di ostilità verso gli “stranieri”, spesso degenerate in occasioni di manipolazione mediatica e talvolta anche politica. Spesso si è letto e sentito parlare di “invasione” o “emergenza”.  Tuttavia, i dati dell’agenzia europea Frontex del 2016 indicano per l’Italia 181 mila persone sbarcate, mentre l’anno prima erano 176 mila. Un incremento lieve, insomma, che non giustificherebbe toni tanto allarmistici. È lo stesso sito dell’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazione Unite per i rifugiati, a smentire e a ridimensionare queste affermazioni, confermando eccessivo parlare di “invasione” o “emergenza”. 

Se dal punto di vista delle politiche europee la questione migrazione è entrata da tempo e a pieno titolo nell’agenda e nelle dichiarazioni di intenti, a livello di accordi operativi e efficacia dei provvedimenti molto deve essere ancora fatto. Ad esempio, le domande per le procedure di asilo restano sotto la responsabilità dei singoli Stati membri dell’Unione europea che possono decidere autonomamente come intervenire sia a livello gestionale - con l’applicazione di parametri differenti - che per le pratiche di accoglienza. Qualche passo in avanti è stato fatto, si veda il Summit europeo sull’immigrazione tenutosi a Malta a febbraio 2017, ma resta l’urgenza di una maggiore cooperazione tra i vari paesi.

La tanto desiderata politica globale di contenimento non è ancora decollata e le reazioni più disparate sono state messe in atto dai paesi maggiormente toccati dai flussi, vuoi perché geograficamente prossimi ai luoghi di sbarco, vuoi perché più appetibili in termini di opportunità. E così, mentre la polemica sui salvataggi nel Mediterraneo ad opera delle Organizzazioni umanitarie riporta l’attenzione sulle criticità gestionali e istituzionali dell’Europa - dal loro punto di vista le Ong affermano di agire per colmare il vuoto istituzionale e la debolezza delle politiche di respingimento fatte di filo spinato e frontiere bloccate -, il numero degli sbarchi, e purtroppo anche delle vittime, aumenta inesorabilmente.

Nel caso italiano si parla principalmente di profughi in arrivo dall’Africa subsahariana attraverso il Mar Mediterraneo. I paesi di provenienza sono soprattutto Nigeria (15%), Gambia (10%), Somalia (9%), Eritrea, Guinea e Costa d’Avorio (8%); mentre le motivazioni che spingono a intraprendere le traversate sono principalmente la minaccia di organizzazioni terroristiche (Boko Haram, Al-Shabaab, Al Quaeda), guerre e conflitti, e regimi dittatoriali opprimenti.

Si tratta, almeno in parte, anche dei cosiddetti “migranti economici”, cioè di coloro che fuggono da contesti socio-economici asfittici e privi di opportunità, ma soprattutto di libertà, in cerca di nuove chance economiche e sociali. Una necessità di riscatto molto forte che conferma la loro volontà di radicarsi in nuovi contesti territoriali per ricostruire lo strappo sociale ed economico subito. Tuttavia non bisogna dimenticare, come ricorda Raffaele Masto, giornalista africanista, che molto spesso si tratta di «forze vitali di cui l’Africa viene privata e si trasformano in lavoratori a basso costo utilizzati in Europa in condizioni di profondo sfruttamento e spesso pagati in nero». Un mancato inserimento sociale e professionale che impoverisce tutti e che dipende soprattutto da ostilità di natura culturale, dal rifiuto di accettare che spostamenti e integrazioni sociali e culturali si siano ciclicamente sempre compiuti nella storia.

Più che ascoltare chi sostiene e dissemina preoccupazioni e allarmismo - forse anche per ragioni politiche - pare allora opportuno soffermarsi sulla natura quasi fisiologica dei flussi migratori, e ragionare in termini di opportunità e ricadute positive che la componente migratoria è in grado di generare, sia in termini sociali che economici: quanto i migranti possono diventare una risorsa per il nostro Paese? Esistono dati e casistiche a favore di questa ipotesi? Quali gli esempi virtuosi?

Di questi temi si è discusso a maggio scorso in un convegno intitolato “Il mondo in paese. Dall’accoglienza all’inclusione dei rifugiati nei comuni rurali del Piemonte”, organizzato dalla Compagnia di San Paolo, la Regione Piemonte e la Città metropolitana di Torino in collaborazione con l’Associazione Dislivelli e il Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione (FIERI). In questa occasione sono stati presentati i risultati di una ricerca sul tema dell’accoglienza e dell’inclusione dei rifugiati sul territorio piemontese, in particolare montano. Non nelle grandi città, dunque, ma nei contesti rurali, anche molto piccoli, generalmente considerati più marginali rispetto alla “prova dell’accoglienza” in apparenza più cittadina. Questo progetto, a partire da riflessioni sul “modello diffuso” di accoglienza, ha permesso di raccogliere 22 buone pratiche sul territorio piemontese, ossia 22 esperienze di accoglienza in comunità montane. La raccolta e l’analisi di dati inediti sulla presenza migrante nelle cosiddette “terre alte” ha reso possibile la testimonianza di un’esperienza sconosciuta, non ancora raccontata. Una sfida all’apertura verso nuove prassi di accoglienza che ha portato a risultati concreti, quasi sorprendenti, in termini di progetti attivati, di promozione della coesione sociale e di ricadute economiche in luoghi fino ad ora insospettabili.

Secondo i dati del Viminale il Piemonte si trova al terzo posto per numeri di accoglienza, dopo Lazio e Lombardia: più di 14 mila i migranti ospitati, l’8% del totale nazionale. La maggior parte viene accolta nelle strutture temporanee degli hotspot e nei centri di prima accoglienza (Cara, Cpsa Cda); un’altra parte nei centri di seconda accoglienza: Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e Cas (Centri di accoglienza straordinaria).

Come pubblicato sul sito della Regione: “i migranti presenti in Piemonte all'interno dei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) sono, da gennaio 2017, 13.077, distribuiti per il 40% in provincia di Torino e per il 60% nelle altre province (1.594 Alessandria, 1.062 Asti, 622 Biella, 2.070 Cuneo, 1.201 Novara, 700 Vercelli, 582 VCO). I progetti Sprar attivi coinvolgono però solo 1.250 persone in 46 Comuni, mentre in 902 Comuni non è attivo alcun progetto di accoglienza”. Anche in ragione di queste cifre, l’Assessora sull’Immigrazione della Regione Piemonte, Monica Cerutti, ha ricordato che il Viminale ha stanziato 7 milioni di euro per i Comuni piemontesi per «accompagnare un processo di graduale redistribuzione degli immigrati, come per altro ha già fatto nel corso del 2016».

Seppur ancora in rodaggio, e non senza alcune difficoltà iniziali, questa struttura piemontese di accoglienza ha visto numerose amministrazioni comunali impegnate in progetti di accoglienza, attivi nelle diverse province, e ognuno con esperienze diverse. Di particolare nota è proprio il caso dei Comuni montani che, come evidenzia la ricerca di Dislivelli, rappresentano a scala nazionale il secondo ambito territoriale in termini di accoglienza, con il 30% dei migranti ospitati. La ricerca illustra poi nello specifico sette buone pratiche realizzate sul territorio piemontese: l’esperienza delle Valli di Lanzo, del Comune di Ormea, della Valle di Susa, della Val Pellice, del Cuneese, del Biellese e della Val d’Ossola. Esempi virtuosi di sinergia costruttiva tra la società locale e la realtà migrante, per cui parte delle risorse destinante ai rifugiati hanno fatto da volano per innescare processi di sviluppo locale. I giovani profughi, infatti, trovano spesso impiego in attività che hanno un ritorno per la comunità locale in cui vengono accolti; le ricadute non si esprimono soltanto in termini economici, ma anche sociali e culturali, grazie a processi di coesione e integrazione sostenuti dalla collettività.

A livello nazionale, l’incidenza dei migranti sull’economia italiana è significativa. Per il 2016 si parla 125 miliardi di euro prodotti, corrispondenti all’8,6 % del Pil. Soprattutto in alcuni settori (commercio, costruzioni e servizi alle persone e alle imprese) il valore aggiunto apportato dall’occupazione e dall’imprenditoria straniera (in termini di ricchezza prodotta, tasse pagate, contributi previdenziali versati) è rilevante non solo per la generazione del Pil, ma anche per il sostegno al sistema pensionistico italiano.

La maggior parte dei migranti che approda sulle nostre coste, però, è solo di passaggio e non sono molti quelli che scelgono volontariamente di rimanere (circa il 10%). Spesso sono costretti a un lungo periodo di attesa, anche di anni, prima di sapere se è stata riconosciuta loro la protezione internazionale, quella sussidiaria o quella umanitaria. Tempo che viene spesso impiegato in corsi di italiano e di formazione professionale orientata a mestieri tradizionali, tendenzialmente in linea con le competenze già acquisite nel loro paese (artigiani, agricoltori, manovali).

Secondo i dati presentati a fine 2016 dal Rapporto annuale sull’Economia dell’Immigrazione ad opera della Fondazione Leone Moressa, grazie ai flussi migratori si è creata nel tempo una forza lavoro molto attiva e molto giovane. Seppur con una proiezione futura tendenzialmente in calo, grazie alla componente migrante si è potuto registrare un aumento e “ringiovanimento” del tasso di occupazione. Il numero di giovani occupati stranieri, infatti, è superiore a quello degli italiani, anche se con significative differenze per la qualifica e il livello di reddito.  Inoltre, non è da sottovalutare l’impatto dell’occupazione prodotta dall’imprenditoria straniera sull’indotto, e le sinergie che si sono create a livello locale tra aziende italiane e aziende straniere.

Molti sono quindi d’accordo nel riconoscere la mobilità umana come un fattore positivo di sviluppo che aumenta le opportunità a cui possono accedere gli individui e produce scambi di persone, merci, risorse e culture; è anche occasione di integrazione sociale e, non ultimo, di crescita economica. In quest’ottica i migranti dovrebbero essere considerati i futuri “partner dello sviluppo”, una forza positiva in movimento. La percezione attuale è però negativa, talvolta pessimista, in ragione di due fattori principali: 1) lo squilibrio demografico reale tra Nord e Sud del mondo, 2) la sensazione che i “problemi” dei migranti debbano essere risolti “a casa loro”.

Contro una narrazione politica che vorrebbe un’immagine dell’Europa unicamente “emigrante”, occorre allora riprendere coscienza storica del fenomeno migratorio e ripensare i percorsi di accoglienza, integrazione professionale e inclusione sociale come dimostrazione indispensabile di evoluzione socio-culturale.

Tutto ciò senza dimenticare che la migrazione internazionale è una questione complessa, ragione, ma anche conseguenza, di percorsi di sviluppo più ampi e interconnessi. È un fenomeno globale, sia per dimensione che per vissuto, che non è pensabile, né auspicabile, affrontare in una situazione di frammentazione decisionale.