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Vertice Trump-Putin, la diplomazia mediatica contro quella energetica

Le discussioni sull'incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin, al vertice G20 di Amburgo, sono sintomatiche del declino vissuto negli ultimi anni dalle relazioni bilaterali tra Mosca e Washington.

I media si sono dedicati a dettagli come la durata dei colloqui (più lunga del previsto), e i due protagonisti hanno fornito versioni sostanzialmente discordanti di quello che si sono detti.

Il mistero del secondo colloquio "segreto" (una chiacchierata di 15 minuti davanti al dessert durante la cena di gala) ha contribuito alle polemiche sulla diplomazia fuori dalle regole del presidente americano, ma non ha aggiunto nulla di sostanziale. Probabilmente per il banale motivo che di sostanziale c'era stato ben poco, a parte un accordo su un cessate il fuoco in Siria monitorato dalla polizia russa, la nomina di un rappresentante americano per l'Ucraina, il preparatissimo Kurt Volker, e un accordo sulla cybercooperazione che lo stesso Trump poche ore dopo ha definito "improbabile".

Un mondo lontano anni luce dai grandi vertici Reagan-Gorbaciov, ma anche Eltsin-Clinton e perfino Putin-Bush, dove si decidevano grandi strategie, si firmavano accordi su tagli di armi strategiche e tutto il mondo tirava un sospiro di sollievo. Dopo sei mesi di suspence su un vertice che la Casa Bianca di Trump si ostinava a non mettere in agenda, nonostante le speranze di Mosca, si è trattato di un incontro di lavoro a margine di un summit multilaterale (più la chiacchierata a cena), dove l'attenzione sia dei protagonisti che degli osservatori è stata rivolta più al messaggio mediatico - il body language, l'assertività sui vari dossier spinosi - che agli esiti politici. Una dimostrazione pratica dell'affermazione di Barack Obama sulla Russia come "potenza regionale", che aveva fatto tanto arrabbiare i russi, ma che constata una sostanziale emarginazione di Mosca da numerosi tavoli di dibattito contemporanei, economici, tecnologici e di altro tipo. Ma anche una dimostrazione di come la personalizzazione mediatica faccia perdere di vista i margini di manovra limitari dei protagonisti della politica: Trump non può, nemmeno per fare uno dei "deal" di cui si dichiara maestro, fare troppe concessioni ai russi a causa del Russiagate, Putin non può incrinare la sua immagine di uomo forte che sfida l'Occidente, perché il suo elettorato non gradirebbe un'improvvisa "amicizia" con gli americani che da anni vengono dipinti dalla propaganda come i nemici storici. Di conseguenza, il vero obiettivo del primo era di mostrare la propria indipendenza rispetto alle accuse di collusione con i servizi russi, del secondo di ribadire di essere un interlocutore indispensabile ai leader mondiali, impossibile da rinchiudere in un isolamento diplomatico, visto che perfino gli stessi consiglieri di Trump fino all'ultimo gli avevano sconsigliato di incontrare Putin, temendo più rischi che benefici.

Questo non significa però che i vertici e la diplomazia faccia a faccia servano soltanto a venire mostrati sui teleschermi. E Donald Trump l'ha dimostrato durante il suo viaggio in Europa per il G20, con una decisione che darà fastidio a Mosca: fornire alla Polonia, e in prospettiva agli altri Paesi dell'Est Europa gas liquido americano. La prima fornitura ai polacchi è già arrivata, anche se la prospettiva di sostituire la Russia come fornitore europeo, con il relativo ricatto energetico nei confronti degli ex satelliti sovietici, non è certamente di immediata realizzazione (5), e il Cremlino conta su un vantaggio del prezzo che per ora è a suo favore - "deciderà il mercato", ha commentato asciutto il portavoce di Putin, Dmitry Peskov - ma in un futuro non tanto remoto questo nuovo rapporto basato sull'energia minaccia seriamente le posizioni russe in una regione che considera ancora di sua competenza politica, e che non vede l'ora di emanciparsi da questa dipendenza storica.

Le entrate ricavate dalla vendita di gas e petrolio sono la principale fonte di finanziamento del Cremlino, e dopo la crisi ucraina iniziata nel 2013 Mosca ha cercato di diversificare i suoi acquirenti, volgendo lo sguardo dal tradizionale Occidente a Oriente. Ma anche da Pechino - peraltro non vincolata alla Russia da una dipendenza energetica a differenza dell'Est Europa - arrivano notizie non incoraggianti: i cinesi hanno congelato i negoziati sul secondo gasdotto "Potenza della Siberia", asserendo di "non avere per ora bisogno di altro gas russo", mentre invece Xi Jinping all'incontro con Donald Trump nella residenza di quest'ultimo a Mar-a-Lago ha acconsentito a iniziare le forniture di gas liquefatto americano in Cina. A questa offensiva energetica americana si aggiunge la proposta di irrigidire le sanzioni Usa contro la Russia, che dovrebbero andare a colpire il gasdotto North Stream 2, progettato da Gazprom per fornire metano in Germania. La proposta ha già suscitato le proteste delle major energetiche europee e della stessa Unione Europea, che teme le conseguenze di una politica "non coordinata" contro Mosca, e uno scontro tra americani ed europei, in primo luogo i tedeschi. E quello con la Cina è un altro accordo di esplorazione, in un contesto di negoziato commerciale per ora privo di grandi progressi, le cui conseguenze soprattutto a lungo termine sono tutte da vedere. Il problema è che per la Russia la prospettiva temporale potrebbe essere abbastanza limitata. L'anno prossimo si terranno le elezioni presidenziali, e il potenziale rischio di un'ulteriore riduzione delle entrate petrolifere potrebbe erodere il diffuso sostegno per Putin e le sue politiche in tempi abbastanza contenuti, anche perché l'immagine del presidente all'interno del Paese - e la sua schiacciante popolarità - poggia sulla sua immagine di uomo forte, che vince e protegge i suoi cittadini, non su quella di un leader abile a fronteggiare le difficoltà. Forse è questa la ragione per cui il presidente russo qualche giorno fa ha insistito di non aver ancora deciso se ricandidarsi: un espediente per stanare eventuali alleati troppo ambiziosi, ma forse anche l'inizio di un altro "progetto delfino" per affidare a qualcun'altro la gestione della crisi economica e sociale.

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