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23 Maggio 2015

Presentazione XVI Rapporto Giorgio Rota su Torino

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Il sogno di Dmitry

Ai tempi della rivoluzione industriale molti criticavano il sistema delle fabbriche contrapponendolo alla vita dei campi. Oggi molti criticano il mondo della finanza in contrapposizione alla vita delle fabbriche.


I lodatori dei tempi che furono ci sono sempre stati e, forse, ci saranno sempre. Il malessere presente è messo a confronto con un passato edulcorato. La moda oggi è contrapporre la finanza all’industria. La qual cosa si estrinseca nel rilevare che la prima è un’economia di carta e non vera come quella industriale, e nel dire che il sistema è ingovernabile e pure generatore di ineguaglianza. Il presidente russo Dmitry Medvedev ha sostenuto che non si può biasimare chi cerca nel “nazionalismo economico” una via di uscita “per i propri interessi”, che definisce “pragmatici” (chissà perché, o forse perché da russo ricorda l’importanza delle ideologie). Secondo lui tutto questo accade perché in un mondo globalizzato “gli errori dei singoli paesi, per non dire del loro egoismo nazionale, hanno un effetto immediato sull’intera economia globalizzata”. Infine ha sostenuto che esiste una “disparità fra il ruolo formale degli Stati Uniti nel sistema economico mondiale e la sua potenzialità reale”. Sta candidando la Russia al ruolo di una potenza in un mondo multipolare.
 
Il presidente ignora volutamente la catena di eventi che lo hanno portato al quella carica. Oppure crede nella volontà dei grandi uomini e non nei complicati processi storici. La crescita tumultuosa dell’industria cinese ha prodotto uno shock dal lato della domanda delle materie prime energetiche, metallifere ed alimentari. La crescita cinese è stata trainata dalle esportazioni, che hanno origine negli enormi investimenti delle imprese non cinesi in Cina. Le esportazioni sono state rese possibili dai disavanzi commerciali statunitensi che i cinesi hanno finanziato, comprando grandi quantità di titoli di stato statunitensi. Nessuno avrebbe investito in Cina un miliardo di dollari in macchinari e impianti e trasferito tecnologia senza una qualche garanzia. La garanzia la hanno data i cinesi lasciano in ostaggio i loro mille miliardi di titoli di stato statunitensi. La cosiddetta economia di carta statunitense ha reso possibile l’industrializzazione cinese. No paper no party, direbbe George Clooney. Intanto che si svolgeva questo processo, iniziato nel 1980, il prezzo delle materie prime, per il traino della domanda asiatica, è cresciuto moltissimo. L’economia russa, che ruota, come un emirato, intorno al gas ed al petrolio si è moltiplicata dal 2000 ad oggi per cinque, passando da 7 mila miliardi di rubli a 33. Senza il debito pubblico americano non si sarebbero avuti gli investimenti in Cina e le esportazioni cinesi. Senza le esportazioni cinesi e la crescita asiatica, il petrolio non sarebbe dove è, e l’economia russa sarebbe ancora alla ricerca di finanziamenti internazionali per le proprie importazioni. Vladimir Putin forse non sarebbe diventato un grande leader e Dmitry Medvedev forse farebbe l’avvocato.
 
Un mondo multipolare è un pensiero “un sacco bello”. Si immagini. Le imprese statunitensi, giapponesi, tedesche, taiwanesi avrebbero certamente investito in Cina, avendo come garanzia il debito pubblico russo, comprato dai cinesi per finanziare le proprie esportazioni verso la Russia, perché avrebbero avuto come garanzia dei propri diritti proprietari sia la tradizione giuridica russa sia la forza dell’Armata Rossa. La potenza ed il livello tecnologico del sistema industriale russo avrebbero certamente convinto i cinesi che un giorno avrebbero potuto cambiare la carta accumulata (il debito russo) con merci e servizi ad alta tecnologia. Naturalmente da un certo punto in poi i cinesi avrebbero iniziato a diversificare le riserve della loro banca centrale, tutte in rubli. Avrebbero venduto rubli sui mercati europei per comprare euro e poi con gli euro le obbligazioni europee. Si potrebbe dire che queste ironie sono facili, questo è il passato. Il futuro, che è sempre migliore, vede allora la gran crescita della Russia che compra le merci cinesi, che consente ai cinesi di trivellare la Siberia con la loro super tecnologia, e grazie al nuovo petrolio che sgorga dalle viscere di lande desolate di alimentare il parco macchine cinese. Il dollaro sarebbe un ricordo del passato. Nessuno darebbe più retta ai governatori, peraltro d’origine ucraina, come Greenspan e Bernanke, mentre Gazprom non solo sarebbe in mano ai fondi pensione che ne nominano i dirigenti, ma sarebbe anche, a differenza della Enron, un modello nella redazione dei propri bilanci.
 
La Russia potrebbe diventare uno dei pochi centri del sistema se avesse già o se potesse costruire in pochi anni un’economia gigantesca. Un’economia industriale con un settore finanziario sofisticato. Solo un’economia molto grande è in grado di assorbire gli enormi scambi con l’Asia. Gli Stati Uniti e l’Europa sono delle aree economiche enormi, ciascuna essendo molto più grande della Cina. La Russia, invece, economicamente parlando, non è più grande della Francia. A nessuno verrebbe in mente (forse nemmeno ad un gaullista) di proporre agli asiatici si sostituire l’economia statunitense con quella francese.
 
  
Pubblicato su Gazeta.ru il 10 giugno 2008

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