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23 Maggio 2015

Presentazione XVI Rapporto Giorgio Rota su Torino

"La sfida metropolitana"

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La crisi, l'euro e i paesi porcelloni

Da qualche tempo in Europa sono saliti i differenziali d’interesse fra i paesi periferici e quelli centrali. Da qualche giorno Standard & Poor's ha portato il giudizio sul debito della Grecia da AA ad A-, limite, fino a qualche tempo fa, della qualità. Sotto la A-, la banca centrale europea non accettava, infatti, il debito portato allo sportello dello sconto.

Ora accetta, ma solo per un periodo limitato, persino la carta di minor qualità, la BBB-. Nel 2009 vi saranno, per effetto della crisi e dei salvataggi delle finanziarie, delle emissioni d’obbligazioni mostruose non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa. L'asta dei Bund di qualche settimana fa ha visto in offerta sei miliardi d’euro, contro i 5,3 di domanda. Un’asta tedesca non sottoscritta interamente è un evento raro, figurarsi un domani, a metà 2009, ed in piena crisi, come potrebbe andare un'asta greca. Per queste ragioni alcuni giornalisti ed analisti inglesi commentano la vicenda dei paesi europei, che si trovano di fronte a dei problemi di bilancio pubblico, come se fosse giunta l’ora della crisi terminale dell’euro, una moneta ambiziosa che si è imposta in un decennio. Si mischiano delle considerazioni economiche col desiderio di trovare dei motivi per sostenere le ragioni del dollaro. Elegantemente, alcuni di loro chiamano i paesi in difficoltà PIGS, porci, acronimo di Portogallo, Italia, Grecia, Spagna. La superbia degli albionici si ha dall’affondamento, complice una tempesta, dell’Invencible Armada nel 1588.
 
La Grecia è considerata il primo PIG a rischio. Essa ha un debito pubblico che, fino a non molto fa, pagava un interesse di poco superiore a quello che pagava la Germania sul suo. La ragione di questo modesto maggior rendimento, circa un 1%, era l’idea che il debito greco avesse un maggior rischio rispetto a quello tedesco. Il rischio di un debito pubblico rispetto ad un altro è dato dal rischio emittente e dal rischio cambio. Nel caso della Grecia il rischio cambio non c’è, o non dovrebbe esserci, ma si veda l’argomentazione successiva, perché la sua moneta è l’euro. Da qualche parte però albergava il dubbio che potesse esserci un rischio emittente, ossia il dubbio che la Grecia, come tempo fa l’Argentina, potesse un giorno dichiararsi morosa. Il rischio era considerato remoto. Oggi, invece, il rischio è ritenuto maggiore, tanto che la Grecia ha un rendimento sulle sue obbligazioni a dieci anni superiore a quello tedesco di circa il 2,5%.
 
La crescita dei differenziali d’interesse fra paesi dell’euro si ha da quando si pensa che nel 2009 ci sarà recessione. Vediamo il meccanismo che porterebbe ad essere morosi. Tutti i paesi avranno in recessione minori entrate fiscali e maggiori spese statali. Dunque il deficit pubblico cresce ed alimenta il debito. Il pagamento degli interessi sul maggior debito fa crescere ancora il deficit. E così via. I paesi con il minor deficit e debito subiscono solo delle modeste conseguenze, ma quelli con il maggior deficit e debito vanno in crisi. Né possono uscirne, si dice, non avendo a disposizione, da quando c’è l’euro, il cambio. La svalutazione della moneta per rilanciare l’economia è una strada preclusa, e perciò niente crescita, così (banalmente) alla fine si argomenta. L’economia dei deboli si avvita, il loro debito pubblico esplode, ed il paese “vizioso” si dichiara moroso.
 
Ecco che la Banca Centrale Europea lo salva, come se fosse una finanziaria di New York zeppa d’obbligazioni con in pancia dei mutui ipotecari. Salvandolo, rovina l’euro, perché mostrerebbe che i “viziosi” non hanno sanzione. Non avendola, i PIGS continuerebbero, come dicevano i campeggiatori tedeschi a Fantozzi, a “fare casino”: ad accumulare tanti debiti assorbiti dalla Banca Centrale Europea. Se non lo salva rovina l’euro lo stesso, perché il paese in questione uscirebbe dall’euro, con l’effetto domino di trascinare l’uscita di tutti, salvo la Germania e la Francia. Insomma, il sogno di ricostituire il Sacro Romano Impero attraverso la moneta unica alla fine si limita, fra stupore dei continentali ed ironia dei britannici, ai confini di Carlo Magno. I PIGS, insomma, sono la nuova tempesta che ferma l’Invicible Euro all’assalto del dollaro.
 
L’economia non è però una catena “vado male .. svaluto .. vado bene”. Supponiamo che il nostro PIG capisca che, se esce dall’euro, svalutando la propria moneta, può rilanciare l’economia al massimo per un paio d’anni. Poi che farebbe? Si troverebbe con una moneta debole, che paga proprio per questo dei tassi d’interesse sistematicamente maggiori. La crescita nel lungo periodo gli sarebbe preclusa. Cerca, se esiste logica e lungimiranza, di sanarsi, sapendo che la Banca Centrale Europea non lo aiuterà, proprio per spingere gli altri PIGS a non “lasciarsi andare”. Gli italiani dovrebbero raccontare quel che succedeva nel 1995 al BTP ed alla lira, dopo il forte rilancio legato alla svalutazione. L’economia italiana, avendo un’industria, a differenza della Gran Bretagna, è rilanciabile usando il cambio, ma solo per dei periodi brevi, e così accadde nel 1992. Già agli inizi del 1995 la lira era tornata debole e i BTP avevano dei rendimenti altissimi. Fu scelta la strada dell’euro.

Pubblicato su L'Opinione il 23 gennaio 2009 e su Gazeta.ru il 27 gennaio 2009

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