Questo meccanismo è per sua natura temporaneo. Prima o poi termina, perché non ha un solido fondamento negli andamenti dell’economia. Produce però delle distorsioni, in quanto molti scambiano l’ascesa dei prezzi «da
carry trade» per un’ascesa dei prezzi «da ripresa con sostanza». Quest’andamento è vero per le obbligazioni rischiose, che hanno quindi un rendimento elevato, e per i mercati azionari dei paesi in via di sviluppo, che, essendo piccoli, salgono facilmente, quando arrivano i capitali dal centro del sistema. Accade quindi che i mercati finanziari dei paesi emergenti salgano e poi cadano senza una ragione comprensibile ai «comuni mortali». La ragione – quando salgono – è perciò appiccicata: «Ecco i giganti emergenti»; segue di fianco l’intervista con un gestore di fondi emergenti. Se scendono, i commenti diventano: «La grande speranza delusa»: segue di fianco l’intervista con la nonna che aveva – speranzosa – comprato un fondo comune emergente.
Allo stato, abbiamo avuto un’esplosione di
carry trade. La novità è che questo oggi trae origine dagli Stati Uniti, che hanno dei tassi nulli. Una volta era alimentato dal Giappone, che ha, da decenni, dei tassi (nominali) nulli. I tassi bassi e il dollaro (una volta lo yen) debole sono la caratteristica del
carry trade dal punto di vista del paese centro. I tassi alti e la valuta forte sono la caratteristica del
carry trade dal punto di vista dei paesi periferici.
Il
carry trade si applica anche all’interno di un paese. Ci s’indebita a costi bassi e si comprano attività più redditizie. Per esempio, si comprano i titoli di stato a lungo termine. Il nome dell’operazione – raffinatissimo – è «arbitraggio lungo la curva dei rendimenti». In questo modo, si hanno prezzi sostenuti del debito pubblico a lungo termine. Accade che i prezzi sostenuti siano scambiati per un giudizio di fiducia dei mercati nella capacità del sistema politico di controllare la spesa pubblica (1).
Se le banche centrali alzano i tassi, tutto il sistema del
carry trade traballa. Può perciò accadere che, se le banche centrali alzano i tassi, perché la ripresa prende corpo, i mercati finanziari possano cadere. È controintuitivo: i mercati salgono prima quando le cose vanno male, e scendono poi quando vanno bene. E se i tassi sono, invece, tenuti bassi per molti anni? Si alimentano le cosiddette «bolle». Allo stato, se la banca centrale degli Stati Uniti tiene bassi i tassi, alimenta le bolle, e dunque le cadute dei prezzi in futuro; se, invece, li alza, i mercati, alimentati oggi dai differenziali di interesse, cadono.
La parte «facile» dell’ascesa dei mercati dalla fine di marzo del 2009 è dunque terminata. I rischi da qui in poi sono crescenti (2).
Nota finale: il
carry trade alimenta i guadagni di breve termine dell’industria finanziaria («i banchieri sono capaci di sollevarsi dalla crisi da soli e di rendere ai loro concittadini il denaro ricevuto»), mentre aiuta a emettere del debito pubblico a rendimenti contenuti (gli alti prezzi del debito pubblico mostrano come «i politici saranno capaci di controllare il bilancio pubblico»). Il
carry trade ha quindi «il suo pubblico».
(1)
http://www.telegraph.co.uk/finance/comment/ambroseevans_pritchard/6480289/It-is-Japan-we-should-be-worrying-about-not-America.html
(2)
http://www.ft.com/cms/s/0/9a5b3216-c70b-11de-bb6f-00144feab49a.html