Il bilancio delle risorse per il Piemonte: recuperare il federalismo fiscale per tornare a crescere

Presentata il 10 settembre, la ricerca di Giuseppe Russo, Lucia Quaglino, Massimo Occhiena, Marco Orlando svolta dal Centro Einaudi in collaborazione con la Camera di Commercio di Torino.

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Giuseppe Russo è il nuovo Direttore del Centro Einaudi

Il Presidente e il Comitato Direttivo ringraziano il consigliere Giuseppe Russo per la disponibilità ad assumere l’incarico di Direttore, certi che con lui proseguirà lo sforzo del Centro di approfondimento del pensiero liberale e di partecipazione alle grandi issue del dibattito politico contemporaneo.


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Primo Rapporto "Giorgio Rota" su Napoli

Ci vuole una terra per vedere il mare è il titolo del primo Rapporto "Giorgio Rota" su Napoli, presentato all'Unione Industriali di Napoli.


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Desert as a Criterion of Justice. Against Unfair Equality

Michele Giavazzi è l'autore dell'ultimo paper LPF, appena uscito.    


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Famiglie e imprenditori, ripresa in arrivo

Presentata il 2 luglio l'Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2014, un progetto del Centro Einaudi e di Intesa Sanpaolo, basato su interviste effettuate da Doxa fra gennaio e febbraio 2014 a 1.061 capifamiglia, correntisti bancari e/o postali. 


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XV Rapporto "Giorgio Rota" su Torino

"Semi di fiducia" è il titolo del  Quindicesimo Rapporto "Giorgio Rota" su Torino.


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Pubblicazioni

Il bilancio delle risorse per il Piemonte: recuperare il federalismo fiscale per tornare a crescere

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La ricerca di Giuseppe Russo, Lucia Quaglino, Massimo Occhiena, Marco Orlando svolta dal Centro Einaudi in collaborazione con la CCIAA di Torino.

Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2014

a cura di Giuseppe Russo

Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2014

Famiglie e imprenditori, ripresa in arrivo. L'Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2014, a cura di Giuseppe Russo e svolta in...

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7 giugno 2014 - Presentazione XV Rapporto "Giorgio Rota " su Torino

"Semi di Fiducia"

 

 

 

 

La crisi in corso in Europa / II

Alcuni paesi europei hanno un debito pubblico elevato sul quale pagano un interesse maggiore del proprio tasso di crescita. Per evitare che il loro debito esploda, debbono perciò avere un avanzo dei conti dello stato prima del pagamento degli interessi, oppure debbono ridurre il debito di partenza. (In linea teorica uno può pensare anche a una crescita «miracolosa», ma scartiamo quest’opzione.) Essi hanno un debito pubblico elevato, perché è elevato in quanto tale (la Grecia), oppure perché è diventato elevato con l’aggiunta del debito delle banche in difficoltà (l’Irlanda). Il Portogallo assomiglia alla Grecia e la Spagna all’Irlanda.


Vediamo quali sono le vie d’uscita senza determinare la probabilità delle stesse. Partiamo semplicemente dalla definizione della distribuzione dei costi delle vie d’uscita (1).


L’abbandono dell’euro per riabbracciare una moneta debole scarica i costi su chi possiede le attività finanziarie locali. Ossia i ricchi e il sistema finanziario estero. I primi possono però portar fuori una parte dei propri capitali prima dell’evento, vendendo le proprie attività ai compatrioti sprovveduti e alla Banca Centrale Europea. Il sistema finanziario, invece, non può farlo per le masse che sono in gioco (2). Chi vende deve trovare qualcuno che compri, e quindi qualcuno si trova in portafoglio con le attività finanziarie nella nuova moneta debole: in gran parte la Banca Centrale Europea, in parte altre imprese finanziarie. In aggiunta, dopo l’eventuale uscita dall’euro, si avrebbe pure la possibilità di generare inflazione con una rinata banca centrale nazionale. Dopo i concittadini meno informati e il sistema finanziario internazionale, ecco che ci rimettono i pensionati e i lavoratori meno qualificati e non sindacalizzati dei paesi mal messi. Questa è una soluzione da «repubblica delle banane», dove le oligarchie locali scaricano sull’estero e sui compatrioti meno informati e meno protetti i costi dell’aggiustamento.


Le soluzioni non da «repubblica delle banane» sono, restando nell’euro: A) schiacciare i costi del lavoro attraverso una recessione protratta. Ci rimetterebbero le persone con i lavori meno qualificati e i meno sindacalizzati. Chi, essendo povero, abbia un mutuo ipotecario da pagare si troverebbe in difficoltà. B) In alternativa, alzare delle barriere doganali per difendere l’occupazione domestica. Questa opzione funziona se l’economia è diversificata ed efficiente. Altrimenti, si alzano i prezzi delle merci importate con nocumento per il tenore di vita dei poveri. C) Alzare le imposte sul valore aggiunto. I poveri che consumano più dei ricchi sono penalizzati. Alzare le aliquote di imposta alle persone giuridiche. Qui sono penalizzate le piccole imprese, che hanno dei flussi di cassa ridotti. Alzare le imposte alle persone fisiche. Qui sono penalizzati i ricchi. D) Tagliare la spesa pubblica sanitaria e per l’istruzione. Qui sono penalizzati i poveri. Infine, come ultima ratio, restando nell’euro: E) ristrutturare il debito. Esso, se detenuto in misura cospicua dall’estero, urta il sistema finanziario internazionale.


Nel gioco delle possibilità, come si vede, a rimetterci di più sono il sistema finanziario internazionale e i poveri. Una combinazione che suona buffa. Se non si trova una via d’uscita, nel primo caso abbiamo una crisi finanziaria, nel secondo una crisi sociale.


Ha dunque senso «comprare tempo». La Banca Centrale Europea, infatti, compra il debito dei paesi in difficoltà per evitare che si alzi troppo il costo dello stesso. Anche al sistema finanziario conviene che si salvi il debito di questi paesi. Dunque dovrebbe chiedere dei rendimenti inferiori a quelli che sta chiedendo.


Eppure i mercati chiedono dei rendimenti non sostenibili. In altre parole, non sorge un comportamento collettivo, perché alcuni pensano di ottenere di più agendo in proprio (il cosiddetto «errore di composizione»: se tutti cercano di uscire disordinatamente da un cinema in fiamme, ci sono più vittime di quelle che ci sarebbero se tutti uscissero ordinatamente).


Il sistema finanziario non sta facendo i propri interessi, si direbbe. L’altra spiegazione è che il sistema finanziario sa che il suo miglior interesse sarebbe il salvataggio dei paesi mal messi. Ma agisce tenendo presente un altro fattore in gioco. La Banca Centrale Europea – questo potrebbe essere il ragionamento – alla lunga non sarà in grado di controllare i comportamenti dei mercati.


Perché non dovrebbe essere in grado di farlo, se la sua potenza di fuoco è virtualmente illimitata? Per le pressioni politiche degli elettorati nazionali. L’Europa è un condominio dove tutti litigano con tutti (3). Per dirla in gergo, i mercati sanno che il first best (il primo migliore) è il salvataggio, ma sospettano che possa non funzionare, e dunque scelgono il second best (il secondo migliore). Si sta imboccando un sentiero già percorso? Dopo la Grande Guerra furono chieste alla Germania delle riparazioni che non era in grado di sostenere (4).



(1) http://mpettis.com/2010/11/the-rough-politics-of-european-adjustment/


(2) http://www.nytimes.com/interactive/2010/05/02/weekinreview/02marsh.html?scp=3&sq=graph%20europe&st=Search


(3) http://www.corriere.it/editoriali/10_novembre_28/panebianco_75bbd4e4-fac5-11df-abbf-00144f02aabc.shtml


(4) http://www.irisheconomy.ie/index.php/2010/12/01/barry-eichengreen-on-the-irish-bailout/#more-8831



L'articolo è stato pubblicato il 6 dicembre 2010 su:

http://temi.repubblica.it/limes/a-chi-fa-comodo-salvare-i-paesi-in-crisi-di-solvibilita/17519







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