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Alla fine il QE di Draghi

Le politiche monetarie ortodosse sono quelle che alzano i tassi quando l'economia rischia di surriscaldarsi e li abbassano quando l'economia rischia di afflosciarsi. Le politiche monetarie non ortodosse sono quelle che comprano obbligazioni (private e del Tesoro). La BCE giovedì ha deciso intorno a quelle non ortodosse, dal momento che quelle ortodosse sono in opera da tempo, ossia da quando il tasso di interesse praticato alle banche di credito ordinario è vicino allo zero o, addirittura - sulle riserve in eccesso - negativo. Le politiche non ortodosse hanno un nome ormai “pop”: Quantitative Easing (QE).

I titoli del Tesoro dell'Euro-zona hanno da qualche tempo un rendimento (alla scadenza) negativo per molti Paesi – fra cui la Germania - nella parte breve e media delle scadenze. Per altri – fra cui l'Italia - hanno dei rendimenti (alla scadenza) quasi tutti modestamente positivi. Insomma, è come se il QE nell'Euro-zona ci fosse già. Se scopo del QE è schiacciare i rendimenti delle obbligazioni, ebbene questi sono già schiacciati. Se il QE non serve a schiacciare i rendimenti, perché questi lo sono già, allora il QE serve solo a mantenere i rendimenti schiacciati, perché altrimenti questi potrebbero salire. Come dire, la BCE gioca d'anticipo per evitare che i rendimenti possano salire prima che l'economia si sia ripresa in via definitiva.

La decisione presa giovedì intorno al QE è duplice: l'ammontare dei titoli in acquisto e la ripartizione del rischio. L'ammontare di obbligazioni pubbliche e private che saranno acquistate è maggiore di quanto si pensava – circa mille miliardi di euro contro il dubbio che fossero cinquecento – e la ripartizione, o, se si preferisce, la messa in comune del rischio (sui titoli di stato, ma non su quelli privati) è molto meno condivisa di quanto si pensava. I titoli di stato saranno comprati dalla Banca centrale europea e dalle varie Banche nazionali.

Gli acquisti della Banca centrale europea saranno in proporzione alle quote dei diversi Paesi nel suo capitale, mentre ogni Banca centrale nazionale procede negli acquisti per proprio conto. Fino ad un certo ammontare di acquisti di titoli di stato le Banche centrali nazionali e quella centrale europea condividono il rischio, oltre questo ammontare, fissato al 20% degli acquisti addizionali, il rischio non è più condiviso.

La soluzione trovata ieri a Francoforte pare “compromissoria”: si comprano sì i titoli di stato, ma solo fino a un certo punto in condivisione. Il bicchiere può perciò essere visto mezzo pieno (si comprano i titoli di stato dell'Euro-area, ecco che “hanno vinto i Latini”), oppure mezzo vuoto (non si ha nell'Euro-area una vera volontà nel condividere i rischi, ecco che “hanno vinto i Nordici”). Fosse una schedina del Totocalcio avremmo così una X.

Oppure no, sembra una X, ma non lo è? Chi sostiene che questa è “a ben guardare una vittoria di Draghi”, fa notare due cose e la loro implicazione. La prima. L'ammontare di acquisti consentito è il doppio delle attese, ergo, se anche gli acquisti sono limitati come percentuale di condivisione del rischio, essi sono il doppio in valore assoluto. La seconda. Le banche centrali nazionali hanno abbastanza capitale di rischio da reggere le eventuali perdite sui titoli acquistati. Segue che il rischio di insolvenza dei debiti pubblici non c'è più (Grecia esclusa, e questo problema sarà affrontato più avanti). Ossia, il rischio insolvenza per i debiti pubblici scompare per il combinato effetto degli acquisti a rischio condiviso effettuati dalla Banca centrale europea e per effetto degli acquisti delle Banche centrali nazionali nell'Euro-area.

Fin qui abbiamo discusso dei debiti pubblici. Ma gli acquisti cospicui di obbligazioni private potrebbero essere il modo per finanziare gli investimenti in infrastrutture, di cui tanto si parlato poco tempo fa.

Pubblicato anche su: http://temi.repubblica.it/limes/la-vittoria-nascosta-di-draghi-sul-qe-per-leurozona/67623

 

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