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Vince il SI, vince il NO

Si dibatte sugli effetti del referendum di domenica. Che cosa accadrà ai mercati finanziari a seconda di chi sarà il vincitore? Proviamo a mettere a fuoco la vicenda, immaginando una vittoria del No.

 

 

 1 – In caso di crisi il costo del debito pubblico sale ma il bilancio dello stato non deraglia

Il nodo irrisolto dell'Italia è notoriamente la modesta crescita. Crescesse di più, un 1,5% di variazione reale del PIL ed un 1,5% sul fronte dei prezzi, avremmo una crescita del 3%. Il costo medio del debito il prossimo anno dovrebbe essere intorno al 3%. Quindi avremmo una crescita economica eguale al costo del debito. Il debito a quel punto si riduce a seconda del livello dell'avanzo primario, ossia del surplus di bilancio prima del pagamento degli interessi. Nel caso dell'Italia esso è positivo. La crescita il prossimo anno non sarà però del 3%, ma al massimo del 2%, come somma di un 1% di crescita reale e di un 1% di variazione del deflatore del PIL. Un divario rispetto al costo del debito del 1%. Considerando il divario e tenendo conto dell'avanzo primario, che è positivo, il debito l'anno prossimo si ridurrà molto poco (in rapporto al PIL). Ricordiamo che il divario durante le ultime crisi è stato di molto maggiore, come combinazione di un maggior costo del debito - sopra il 4% nel 2012 e sotto il 4% nel 2014 - e di una crescita minore – flessione del 3% nel 2012 e crescita zero nel 2014. Possiamo immaginare che in caso di crisi politica – il Governo è' dimissionario per effetto della vittoria del No - aumenti il costo del debito – ossia che salga sopra il livello corrente del 3%. Attenzione però, il debito scade in sei anni, e quindi ogni anno avremmo solo una frazione che scade. Se venisse rinnovato anche ad un costo maggiore, il costo medio salirebbe, ma solo marginalmente, e quindi non metterebbe in crisi il bilancio pubblico (1).

Questo sarebbe l'incipit della nostra analisi. L'argomento è ovviamente molto complesso. L'origine del debito, così come il suo comportamento durante le ultime crisi si possono approfondire a partire da questi link (2). In questo modo, semplifichiamo il percorso dell'analisi e torniamo al referendum.

2 – La governabilità

Il nodo del referendum è la governabilità. Chi vota Sì pensa che sarà maggiore, chi vota No pensa che non lo sarà, oppure che sarà “pasticciata”. Al referendum poi si combina – volens nolens - la Legge elettorale, che non è ovviamente oggetto referendario, ma che fa parte del percorso di riforma. Se al Referendum vincesse il No, ossia se rimanesse il Senato così come è oggi, la Legge elettorale, che prevede delle elezioni monocamerali, dovrebbe essere riscritta.

Si ha chi pensa che la vittoria del No possa portare prima alla caduta di Renzi e poi ad un governo tecnico che potrà varare delle riforme davvero efficaci. Questa è la posizione del settimanale britannico The Economist (3). Un governo tecnico può varare le riforme meglio di uno politico, perché è staccato dagli interessi e dalle ideologie. Ergo la vittoria del No, facendo precipitare le cose, sarebbe la levatrice di un governo tecnico che modernizza il Bel Paese. Peccato che non esistano i governi tecnici. Quando la politica non riesce a fare direttamente le cose si inventa i governi tecnici che le fanno (ma poche) in sua vece. Né sarebbe possibile il contrario, visto che i governi tecnici sono eletti dal Parlamento e le leggi sono approvate dallo stesso organismo politico. Abbiamo avuto tre governi tecnici: Ciampi dopo Amato, Dini dopo Berlusconi I, e Monti dopo Berlusconi III. Questi governi - guidati dagli economisti - sono stati tutti di transizione, prima che si tornasse in breve tempo alle urne. Non si capisce da dove possa scaturire questa volta la forza – che sia dotata di durata maggiore e di un forte mandato a riformare - dei governi tecnici.

Se il referendum finisse con un 55% No, e un 45% sì, avremmo dalla parte del No diverse forze non omogenee, e dalla parte del Sì una sola forza predominante. Si noti che le forze del No non hanno la maggioranza per formare un nuovo governo (tralasciando chi mai dovrebbero eleggere fra di loro essendo disomogenee). A quel punto si avrebbe un vuoto politico, che non verrebbe riempito subito.

Percorsi? 1) Renzi è dimissionario e Mattarella lo rimanda alle Camere per chiedere la fiducia? Potrebbe risorgere la Grande Coalizione con Forza Italia dei tempi di Letta? 2) Renzi è dimissionario e Mattarella incarica qualcun altro (un tecnico, un saggio?) che cerca una maggioranza. Di nuovo con una formazione di Grande Coalizione? Avendo il PD la maggioranza alla Camera e una maggioranza con Verdini anche al Senato diventa difficile immaginare un candidato che alla fine non sia gradito al suo segretario, che peraltro ha preso ben il 45% dei voti al referendum.

Insomma, la strada di un governo diverso pare preclusa. Ergo si potrebbe avere in un primo momento una crisi politica, che però non nel tempo non ne produce una maggiore, e dunque, alla fine, il prezzo del BTP, che potrebbe cadere in una prima fase, poi si riprenderebbe.

Per quel che riguarda le banche – alcune a rischio di default in caso di vittoria del No, secondo il Financial Times (4) – vale il ragionamento esposto. Non accadendo nulla di drammatico, non falliranno. Se andranno male, sarà per delle ragioni che vanno oltre il referendum. Qui la cronaca di un convegno sulle banche (5).

 

1 - http://www.lavoce.info/archives/44129/anche-se-vince-il-no/#reply-title

2 - Origine del debito pubblico: per anni la spesa sociale è aumentata più delle imposte: http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/ricerche/1211-il-debito-pubblico-italiano-nel-tempo.html. Origine del debito pubblico: esso se è formato soprattutto nel Meridione: http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/1700-debito-pubblico-e-meridione.html. Modelli per affrontare il nodo del debito pubblico: http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/ricerche/4134-modelli-semplificati-ii-debito-pil.html. Sulla crisi del 2011-2012: http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/asset-allocation/4011-il-gigantesco-buy-back.html. Perché il debito italiano si presta alle operazioni al ribasso: http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/1195-la-caduta-dei-mercati-finanziari-in-italia.html. Il debito pubblico proiettato, quello italiano è messo meglio degli altri: http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/ricerche/4438-il-debito-pubblico-futuro.html. Sul debito pubblico e la democrazia: http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/957-il-debito-del-tiranno-e-delle-repubbliche-marinare.html

3 - http://www.economist.com/news/leaders/21710816-country-needs-far-reaching-reforms-just-not-ones-offer-why-italy-should-vote-no

4 - https://www.ft.com/content/e588ea6a-b49f-11e6-961e-a1acd97f622d

5 - http://www.linkiesta.it/it/article/2016/11/30/resistere-e-tagliare-il-piu-possibile-la-mossa-obbligata-delle-banche-/32586/

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