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Grexit – aggiornamento

Torna sui media la vicenda greca, vicenda che sembrava archiviata dopo gli accordi del 2015, che prevedevano che i greci avrebbero riformato l'economia, mentre i creditori avrebbero rinnovato il debito che scadeva con dei tassi estremamente compressi. Ai greci non conviene uscire dall'euro, e all'Europa non conviene una Grecia fuori dall'euro. I primi avrebbero una moneta che vale poco (1), e che li incentiverebbe a rallentare la modernizzazione, i secondi vedrebbero rompersi simbolicamente l'idea che l'euro è il vincolo ed il veicolo per forzare l'unità politica europea.

Torna sui media perché si ha un negoziato fra i creditori – il Fondo Monetario versus le istituzioni dell'euro-zona, e perché si sospetta che potrebbe avere un peso nelle polemiche elettorali (gli austeri nordici contro gli spensierati mediterranei) in Olanda e Germania.

Per quel che è dato capire il Fondo Monetario vorrebbe ammorbidire la richiesta alla Grecia di una politica di bilancio molto restrittiva: le istituzioni europee vorrebbero, infatti, un surplus primario (l'avanzo del bilancio dello stato prima di pagare gli interessi) del 3,5%, il Fondo Monetario del 1,5%. Secondo quest'ultimo, un avanzo primario del 3,5%, se mantenuto per anni, renderebbe impossibile il risanamento, perché, impedendo la crescita dell'economia, non consentirebbe di mettere il gran debito pubblico sotto controllo. Se questo è il punto di vista del Fondo Monetario, qual è quello delle istituzioni europee? Un bilancio messo alle strette (con un obiettivo come quello di un surplus primario del 3,5%) consente di meglio negoziare le riforme. Se la Grecia riforma si può essere più morbidi (2).

Le istituzioni europee e il Fondo sono d'accordo sulle riforme. Maggiori entrate fiscali, riforma delle pensioni (3), e via andando. Esiste perciò un terreno per l'accordo all'interno della Trojka: un surplus primario meno elevato e tante riforme. Accordo che sarebbe offerto alla Grecia che lo accetta. Quest'estate il suo debito in scadenza è rinnovato.

1 - Immaginiamo la Grecia quando era in un mondo non Euro e non Unione Europea (UE). Intanto, i trasferimenti dei capitali che si sono avuti negli ultimi anni dai Paesi dell'euro non ci sarebbero stati. La ragione è da cercarsi nella moneta ellenica: una moneta debole che nessuno avrebbe voluto, se non in cambio di interessi proibitivi. Non arrivando del denaro da fuori, la spesa pubblica in deficit – in deficit perché in Grecia non si raccoglievano le imposte nella misura necessaria - sarebbe stata finanziata con l'emissione di poche obbligazioni (che pochi, anche greci, avrebbero voluto) e, soprattutto, con l'emissione di moneta. La quale, se offerta in eccesso, avrebbe (come ha fatto) alimentato l'inflazione. Con dazi elevati e una moneta debole le importazioni di beni sarebbero state frenate. Le esportazioni greche di beni erano (e sono) poco importanti, mentre rilevano quelle dei servizi turistici. Insomma, la Grecia era un Paese povero, con un equilibrio economico precario, la cui importanza dipendeva dalla collocazione geografica.

2 - La Grecia ha un gran debito pubblico in gran parte (80%) detenuto dalla Trojka (Unione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale), sul quale paga un interesse ridicolo (intorno al 2%, quanto la Germania paga sul suo). Il problema della Grecia non perciò il debito, ma le sue scadenze. Molte di esse sono concentrate. Sono minuscole, ma la Grecia è una piccola economia per di più disastrata. Le scadenze mensili sono qualche volta pari alla metà del PIL mensile. Se si ha una concentrazione di scadenze, e se le entrate (e la cassa) dello stato non sono sufficienti, ecco che il governo greco deve scegliere se pagare le pensioni e i dipendenti pubblici, oppure rimborsare il debito. L'idea è che il debito greco verso la Trojka è rinnovato, perché quest'ultima sostituisce le obbligazioni in scadenza con nuove obbligazioni per un pari importo, e dunque la Grecia paga le pensioni e i dipendenti pubblici, a patto di portare avanti le riforme.

3 - Le pensioni – in un sistema detto «a ripartizione», laddove lo Stato è l’intermediario fra chi lavora e chi si è ritirato, con i primi che versano le pensioni ai secondi – sono finanziate dai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro. Anche in Grecia avviene lo stesso, ma i contributi erano pari a due terzi delle pensioni erogate prima della crisi, e sono diventati pari a poco più della metà durante la crisi. Il sistema pensionistico greco ha anche dei beni reali e finanziari, che però rendono poco, per cui, alla fine, la differenza fra le entrate del sistema pensionistico e le sue spese – con le seconde che sono il doppio delle prime – è a carico del bilancio dello Stato. Questa differenza è pari a 13 miliardi di euro l’anno ogni anno, un esborso, a sua volta, pari al 15% delle entrate statali. Come mai il sistema pensionistico è sotto-finanziato? I contributi dei datori di lavoro sono in linea con quelli degli altri paesi, ma non lo sono quelli dei lavoratori. Come mai? I lavoratori autonomi sono molto numerosi e con un reddito modesto, come si può immaginare che siano in un paese di servizi turistici. I greci «privati» non vanno perciò in pensione molto prima degli altri europei, ma contribuiscono molto meno – quando sono attivi – al funzionamento del sistema pensionistico. I greci «pubblici» vanno invece in pensione molto prima degli altri europei. Perciò abbiamo un sistema incapace di finanziare le pensioni senza il contributo dello Stato. Senza tale sostegno le pensioni sarebbero dimezzate. Le pensioni in un paese di «famiglia allargata» sono molto più che delle pensioni, perché compensano la mancanza di servizi pubblici estesi. I nonni mantengono i nipoti disoccupati. Per tagliare la pensione ai nonni dovresti dare un sussidio di disoccupazione o un reddito di cittadinanza ai nipoti. Oppure ancora, dimezzare le pensioni e non offrire i servizi pubblici estesi. (Auguri per le prossime elezioni…).

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