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Euro dubbi: l'output gap

Un gruppo di economisti della Banca centrale europea (BCE) ha appena pubblicato un paper dal titolo “The identification of fiscal and macroeconomic imbalances” (1). Lo scopo è individuare gli squilibri fiscali e macroeconomici nell’attività di governance del bilancio dei singoli Stati dell’eurozona. Mentre la governance è valutata come tutto sommato positiva, il documento si sofferma sul concetto di “disavanzo strutturale”, detto anche “bilancio di pieno impiego”, che è oramai divenuto lo strumento centrale per valutare l’efficacia delle leggi di stabilità dei vari paesi.

Le normative prevedono il calcolo di un deficit strutturale che per ciascun paese dell’Euro-zona non deve essere superiore al 1%, percentuale che si riduce a 0,5% per i Paesi firmatari del Fiscal Compact, in vigore dal 2015. Ma che si intende per deficit strutturale?

Si tratta di un indicatore che dovrebbe permettere alla Commissione di giudicare se il deficit pubblico di un paese sia dovuto alla congiuntura economica, come nel caso di una crisi economico-finanziaria, o se, invece, sia appunto “strutturale”, ossia la differenza tra entrate e spese di uno stato permane nel tempo, anche se l’economia dovesse riprendere a crescere. La differenza tra la produzione reale, quella che viene misurata, e la produzione potenziale, è considerata quindi “tollerabile” se dipende in maniera significativa da deviazioni temporanee del ciclo economico, comunque nella misura in cui tali deviazioni non compromettano la sostenibilità del debito nel medio periodo.

Tale differenza è chiamata “output gap”, un concetto astratto che presenta rilevanti implicazioni di policy. Ed su questo punto che lo studio si fa interessante. Vale a dire, mentre il livello di PIL effettivo è un dato che si può misurare in modo più o meno oggettivo, non esiste un metodo statistico generalmente accettato per misurare la “produzione potenziale” di un paese (2).

Pertanto, dal momento che le stime sul prodotto potenziale “sono incerte e volatili”, soprattutto in periodi forte instabilità, la misura del deficit strutturale, indicatore necessario al fine di stabilire se, in presenza di circostanze eccezionali, gli stati possono temporaneamente deviare dal percorso di convergenza verso il pareggio di bilancio strutturale, è sostanzialmente “unreliable”, vale a dire inaffidabile. Una conclusione rilevante, se si considera che sulla base di queste previsioni dipende la dimensione della manovra correttiva che i vari paesi devono adottare in vista della riduzione dell’output gap.

Ma non è finita qui, anche la questione della pro ciclicità è finita sul banco degli imputati. Come sottolineato ancora dal gruppo di lavoro di Bruxelles, il parametro di elasticità del saldo di bilancio al ciclo economico verrebbe generalmente assunto come costante nel tempo, per cui si tende a considerare il calo dell’attività economica degli ultimi anni più strutturale che ciclico. Con la conseguenza di imporre una correzione strutturale eccessiva ai Paesi che affrontano profonde recessioni.

Tutto questo in attesa che la Commissione UE pubblichi a giorni la pagella sui budget dei Paesi europei per il 2015, e dopo che le previsioni economiche d’autunno, diffuse all’inizio di novembre, hanno stimato per l’Italia un output gap a quota -4,5% per il 2014 e a -3,4% per il 2015. E se l’Outlook semestrale dell'Ocse confermasse le difficoltà dell’Italia, “alla fine del 2014 il PIL, sarà sceso dello 0,4%, con un calo dello 0,5% nell’ultimo trimestre. Per il 2015 è atteso un modesto +0,2% - la ripresa dovrebbe affacciarsi nel corso del secondo semestre - e per il 2016 un +1%”, secondo l’organizzazione con sede a Parigi, “il ritmo di riassetto strutturale dei conti più lento rispetto agli impegni precedenti proposto da Francia e Italia nelle loro leggi di bilancio 2015, in attesa di valutazione, pare appropriato”.

(1) http://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpops/ecbop157.en.pdf

(2) Il metodo di calcolo prevalente per stimare il PIL potenziale è ricavato da una funzione di produzione Cobb-Douglas che parte dall’ipotesi di un mercato in equilibrio, ovvero un mercato dove domanda e offerta si equivalgono e dove i fattori capitale e forza lavoro sono ad un livello “normale”. La principale incertezza cui fanno riferimento gli studiosi è rappresentata dalla stima del Nawru (Non Accelerating Wage Rate of Unemployment), ovvero del tasso di disoccupazione di lungo periodo compatibile con una dinamica stabile del livello dei prezzi, perché indipendente dalla posizione ciclica dell’economia. Il forte aumento della disoccupazione degli ultimi anni avrebbe però portato a sovrastimare il grado effettivo di sotto impiego della capacità produttiva e lo stesso output gap, la cui ampiezza è determinante per valutare la componente ciclica che si può sottrarre dal bilancio pubblico.

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