Il Sudafrica post-apartheid

 

Una delle convinzioni fondamentali (e, come tali, raramente discusse) di questi decenni post-guerra fredda è quella secondo cui la diffusione della democrazia liberale sia anche la migliore (e forse l’unica) ricetta disponibile per combattere il sottosviluppo e la disuguaglianza economica tra Nord e Sud del mondo.

Ma è stato così? Per chi cerca una risposta fondata nei fatti, la democrazia sudafricana, nata dalle ceneri dell’aparthied sull’onda del disgelo Est-Ovest e della “terza ondata” huntigtoniana, rappresenta il caso perfetto. Al momento dell’elezione di Mandela, infatti, il Sudafrica era caratterizzato da un livello di disuguaglianza economica tra i più alti al mondo, conseguenza di politiche segregazionistiche che incidevano profondamente sull’accesso ai diversi livelli retributivi, alla proprietà di assetti immobiliari e al sistema scolastico.

Nei venti anni che ci separano dalla fine dell’apartheid, la distribuzione del reddito ha subito due importanti cambiamenti.

Il primo è stato la «de-razzializzazione» (deracialization) dell’economia e del mercato del lavoro. Un’intensa politica di «discriminazione positiva» a favore dei neri (termine che in Sudafrica include la maggioranza africana di ceppo bantu, pari all’80% della popolazione, e le due minoranze meticcia e indiana), iniziata a metà anni Novanta soprattutto nei settori medi e alti del comparto pubblico e nelle grandi aziende private, ha aperto la strada alla formazione di una classe media nera che, secondo alcune stime, avrebbe già raggiunto la consistenza della classe media bianca.

Il secondo cambiamento è stato la ristrutturazione della spesa pubblica sulla spesa sociale, che è stata spostata quasi completamente verso i segmenti più poveri (in larghissima maggioranza africani) della popolazione. Soprattutto a partire dal 2003 il governo ha esteso la copertura offerta attraverso pensioni e contributi sociali, fino a raggiungere nell’insieme oltre un quarto della popolazione.

In effetti, la percentuale della popolazione confinata sotto la linea della povertà, dopo essere lievemente cresciuta nei primi anni dopo il 1994 fino a toccare il 50% della popolazione, è scesa, anche se non in misura massiccia, negli anni successivi. I risultati ottenuti sono stati però molto inferiori per quanto riguarda l’ineguaglianza economica.

Nel nuovo Sudafrica, nonostante l’attenuazione delle polarizzazione razziale, il divario sociale tra ricchi e poveri è rimasto sostanzialmente invariato. La riduzione della ineguaglianza tra i gruppi razziali è infatti stata controbilanciata dalla crescita dell’ineguaglianza all’interno dei gruppi razziali, in particolare all’interno della maggioranza africana. Se negli anni Cinquanta e Sessanta la società sudafricana appariva stratificata in una gerarchia razziale, con una elite bianca sovrapposta ad una «piccola borghesia» indiana, meticcia e africana (prevalentemente concentrato nelle aree periferiche, le homelands) e ad un ampio proletariato africano, quella di oggi appare formata da una borghesia e da una classe media sempre più largamente multirazziali contrapposte ad una vasta maggioranza nera costretta a vivere ai limiti o sotto la soglia di povertà.

Gli esperti concordano che una delle cause fondamentali del perdurante divario tra haves and have-nots è il tasso di disoccupazione, attestato stabilmente intorno al 30% della popolazione attiva, con punte ancora più alte (come in Italia e in altri paesi dell’Europa mediterranea) nelle coorti entrate nel mercato del lavoro dopo il 2000. La disoccupazione ha assunto caratteri strutturali tali da configurare una vera «sottoclasse», esclusa in maniera permanente dalla partecipazione al mercato del lavoro. L’incidenza della disoccupazione pone una pressione sempre più forte sulle forme di welfare domestico interne alle famiglie rurali africane, che in passato, con il supporto del welfare pubblico, avevano offerto una rete di sicurezza sociale relativamente efficiente.

La persistenza degli squilibri socio-economici dopo la fine dell’apartheid è tuttora, come prevedibile, al centro del dibattito politico e intellettuale sudafricano. Un’ampia area di commentatori, all’interno e all’esterno del paese, ha difeso le politiche dei governi ANC come l’unica possibilità realistica nel contesto economico creato dal crollo della potenza sovietica e dalla globalizzazione economico-finanziaria. Fiscal austerity e privatizzazioni, politica ufficiale del governo dall’adozione del monetarista GEAR (elaborato con il concorso della World Bank) nel 1996, pongono limiti rigidi alla capacità di spesa del governo che, entro questi limiti, sta facendo quello che può.

Contro questa ortodossia si erge una piccola ma attiva area di sinistra critica o «indipendente» che riconduce invece la conversione ideologica dell’ANC ai principi del mercato alla cooptazione della nuova elite nera nel sistema capitalistico, attraverso un’alleanza con il big business nazionale e il capitalismo internazionale. Vittima di questo tradimento sarebbe l’elettorato più povero, tacitato con la promessa di benefici futuri condizionati al conseguimento di livelli di crescita economica definiti in maniera irrealistica e mai effettivamente avvicinati.

Dopo il 1999, e ancor più dopo l’inizio della crisi del 2008, la ripresa della protesta sociale e della conflittualità sindacale (fino al celebre eccidio di Marikana nel 2012) ha riportato il problema della disuguaglianza al centro dell’agenda politica e sotto gli occhi degli osservatori internazionali. Tuttavia, è un fatto che, ad oggi, tutte le previsioni e le speranze legate alla nascita di un movimento socialista di opposizione che unisse «il sindacato, i poveri, le organizzazioni non governative, ambientaliste e progressiste» sono andate regolarmente deluse. Anche la frattura tra la sinistra e il centro dell’ANC, da cui gli osservatori internazionali si attendono ostinatamente da anni l’avvio della democrazia dell’alternanza, non si è finora tradotto in una contrapposizione tra blocchi sociali né ha condotto alla formulazione di un’alternativa politica. Anche dopo la crisi legata alla successione a Mbeki, la politica economica pragmatica e moderata seguita dal “populista” Zuma ha smentito le previsioni che ritenevano imminente una rottura tra le due anime del partito. L’unica contestazione da sinistra delle politiche economiche  del governo che sia riuscita a materializzarsi sul piano elettorale, in tempi recenti, è stata quella, più simbolica e vocale che politicamente pericolosa, portata da una figura discussa come il leader degli “Economic Freedom Fighters” Julius Malema – capace di mobilitare una parte dell’elettorato giovanile in un movimento anti-sistema che, per diversi aspetti, ricorda fenomeni nostrani tanto inattesi e clamorosi quanto, di fatto, poco incisivi sul piano degli equilibri di potere reali.

In realtà, è innegabile che i condizionamenti strutturali e internazionali continuano a svolgere un’influenza cruciale sul quadro politico sudafricano. Il ruolo di mediazione dell’ANC è tuttora percepito dall’elettorato sudafricano come sostanzialmente privo di alternative. Per i settori più poveri dell’elettorato, ogni altra opzione appare come un salto nel buio, che implicherebbe il rischio di un’ulteriore marginalizzazione.

Il timore di fondo, che accomuna tutta l’opinione pubblica sudafricana al di là di ogni steccato razziale o frattura sociale, che una crisi del debito pubblico che possa privare il paese della sua sovranità finanziaria. La costante preoccupazione per la fuga dei capitali esteri (e di capitali nazionali assai ben integrati nei circuiti mondiali) continua a determinare la struttura di vincoli e opportunità all’interno della quale è avvenuto il consolidamento della coalizione egemonizzata dall’ANC. A questo quadro, più che al tradimento o all’incapacità di quella o questa parte della “casta” politica, si deve, vent’anni dopo Mandela, il mancato avvento di un regime distributivo capace di incidere realmente sui livelli di ineguaglianza economica.

 

Nota aggiunta della Redazione di Lettera Economica

Il Sud Africa ha un disavanzo commerciale perenne con l'estero e deve importare capitali

Il 40% del suo debito pubblico detenuto da operatori esteri

Per i dettagli:

http://www.imf.org/external/np/seminars/eng/2015/CapFlows/pdf/Kahn.pdf

Il Sud Africa ha dei mercati finanziari che hanno reso moltissimo (primo grafico) e in termini assoluti e in termini relativi rispetto al Resto del Mondo (secondo grafico).

Fonte:

https://publications.credit-suisse.com/tasks/render/file/?fileID=AE924F44-E396-A4E5-11E63B09CFE37CCB

  

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