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Di che cosa si parla - 1

Iniziamo una rubrica dove ogni settimana ragioniamo sulle maggiori notizie di cronaca. Questa settimana gli argomenti sono stati: 1) Grexit, 2) Brexit, 3) il barile dopo Doha, 4) Germania e BCE, 5) la qualità della crescita cinese.

Grexit – Un nodo di difficile soluzione

Dopo esser stata l'argomento più discusso lo scorso anno fino all'estate, la Grecia era finita nell'oblio. Da qualche tempo sta tornando lentamente alla ribalta. La Grecia ha un'economia poco sviluppata, con uno stato sociale particolarmente generoso. A questa combinazione squilibrata - come finanziare lo stato sociale, in particolare le pensioni - si aggiunge un debito pubblico particolarmente elevato. Quest'ultimo – denominato in euro - è quasi tutto – una parte minore è del Fondo Monetario Internazionale ed una altrettanto minore è sul mercato - direttamente ed indirettamente nelle mani degli altri stati dell'Euro-zona, i quali chiedono da anni degli interessi minimi sullo stesso. Ossia, la Grecia ha un debito pubblico pari al doppio di quello della Germania sul quale paga un interesse simile a quello che la Germania paga sul suo. La soluzione “sulla carta” è quella di modernizzare l'economia, riformare lo stato sociale, intanto che il debito pubblico è “congelato” nelle mani degli altri Paesi, che chiedono degli interessi minimi. Man mano che la Grecia modernizza la propria economia e riforma lo stato sociale, ecco che arrivano gli aiuti – che sono “condizionati” - da parte degli altri Paesi, per esempio per salvare il suo sistema bancario. Le riforme portano la crescita e, alla fine, tutto si risolve. Solo che l'economia greca non mostra segni di vita, la modernizzazione è osteggiata, e la riforma del sistema delle pensioni troppo complessa da attuare in tempi brevi, mentre è fatta pressione perché essa risolva il problema del debito. La soluzione di questo ultimo nodo passa attraverso sia la crescita economica sia attraverso un bilancio pubblico che riduca la consistenza del debito, andando in avanzo. Ma come può esserci ripresa – intanto che non si modernizza e non si riforma - se anche il bilancio dello stato diventa sempre meno espansivo? Insomma, non si riesce ancora a venire a capo della crisi greca.

Brexit – Un nodo di difficile comprensione

E' iniziata la campagna referendaria per l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea. Vincesse il “sì, vogliamo uscire”, ci vorrebbero almeno due anni per dirimere le molte questioni. Il cinquanta per cento delle esportazioni britanniche è verso il Continente, mentre le esportazioni verso la Gran Bretagna dei Paesi dell'Unione sono solo il dieci per cento delle esportazioni totali. Il ritorno di barriere tariffarie non aiuterebbe le esportazioni britanniche. Senza contare gli effetti sulla City, che potrebbe veder ridotta la propria libertà di movimento. Questi sono dei discorsi certamente concreti, che però si presentano come astratti a livello individuale, ossia del britannico che va a votare. Il quale forse pensa a quanto risparmierà la Gran Bretagna come taglio dei trasferimenti verso il bilancio comune gestito degli “eurocrati”. Peccato che i conti mostrino che le perdite legate all'uscita sono molto maggiori dei risparmi da trasferimenti. Forse il britannico che va a votare “sì, usciamo” non pensa alle minuzie della propria vita. Immaginiamo che sogni di andare a vivere da pensionato in Spagna. Se è pensionato e quindi non ha un reddito da lavoro, deve farsi riconoscere il reddito da pensionato come un reddito sufficiente per soggiornare a lungo. Inoltre, se è ricoverato oggi in un ospedale spagnolo non spende niente perché la fattura è mandata al “National Health Service”. E tante altre minuzie, che però sono la vita di tutti i giorni. Se la Gran Bretagna uscisse dall'Unione ecco che emergerebbero tutte questi questioni in apparenza minori. Tutto sommato però non si capisce – o almeno non si capisce dal punto di vista di un continentale che crede nell'Unione Europea - il senso del referendum britannico: si hanno alla fine pochi vantaggi da buttare sulla bilancia dell'orgoglio isolazionista.

Il barile dopo Doha – Invece di cadere è salito

Il prezzo del barile dopo il mancato accordo di Doha aveva aperto lunedì a meno sette per cento, poi in chiusura è tornato dove era venerdì, e poi è parecchio risalito. Il mancato accordo di Doha è il frutto di uno scontro fra i Sauditi e gli Iraniani, con i primi che minacciano di aumentare la produzione se i secondi non giungono a miti consigli. Se il barile non è precipitato, come sembrava molto probabile, anzi è salito, allora si hanno tre spiegazioni: a) lo sciopero e quindi la mancata produzione in Kuwait che ha alleviato la pressione dell'offerta, e, successivamente, quando questo sciopero è rientrato, ecco che è scesa la produzione statunitense – il movente della pressione, una spiegazione che ha come base empirica il prezzo del barile alla scadenza estiva che è più basso di quello corrente; b) l'idea che si possa giungere ad un equilibrio fra offerta e domanda nel corso dell'anno, anche per l'uscita dal mercato dei produttori meno efficienti – il movente della scommessa; c) resta il quesito del perché sia data scarsa importanza allo scontro fra Sauditi ed Iraniani, che non è economico ma politico.

Germania e BCE – Le critiche a Draghi

Si levano voci in Germania contrarie alla politica della Banca Centrale Europea. Quest'ultima pratica dei tassi di interesse nulli o negativi, e compra titoli stato (il Quantitative Easing). Le critiche sono due. Il modesto reddito dell'industria creditizia e di una parte di quella finanziaria, e il disincentivo a promuovere un bilancio dello stato più efficiente. I tassi (a breve) e i rendimenti delle obbligazioni (a più lungo termine) frenano il reddito delle banche, che raccolgono a basso costo, ma impiegano guadagnando poco. I tassi attivi hanno come base il rendimento dei titoli di stato, più un margine per coprire i costi di struttura ed il rischio. Se il rendimento dei titoli di stato è quasi nullo, ecco che le banche guadagnano poco e perciò erogano meno crediti di quanto altrimenti farebbero se potessero coprire meglio il rischio. Le assicurazioni fanno fatica ad onorare i propri impegni. In Germania il rendimento minimo dei nuovi contratti è intorno al 1,5%, mentre il rendimento dei titoli decennali tedeschi è appena superiore allo zero. Le assicurazioni sono spinte a cercare gli investimenti rischiosi che rendono di più, ma che sono, appunto, “pericolosi”. Infine, più lasca è la politica monetaria, maggiore è il risparmio per i bilanci pubblici. Nel caso italiano, ogni anno scade un quarto del debito pubblico. Se questo è rinnovato ad un costo vicino allo zero, ecco che il costo complessivo del debito scende ogni anno. Il debito italiano costava il quattro per cento. Se un quarto è rinnovato con un costo pari a zero, ecco che il costo del debito passa al tre per cento. Il bilancio pubblico ha quindi un fabbisogno finanziario inferiore. Perciò, invece di tagliare le spese, le si lascia invariate, perché la “spending review” la fa il costo del debito in discesa.

La qualità della crescita cinese – migliora o si deteriora?

La crescita dell'economia cinese è intorno al 6,5% per anno. A parte ogni scetticismo sulla qualità dei numeri – per esempio la crescita statunitense è prima stimata e poi continuamente rivista, mentre quella cinese è dichiarata e non rivista più – conviene scavare meglio intorno alla qualità della crescita. La crescita degli investimenti delle imprese pubbliche è stata notevole negli ultimi tempi, mentre è aumentato il debito complessivo. La strada del risanamento (: la riduzione degli squilibri) cinese è il passaggio da un'economia industriale trascinata dagli investimenti pubblici ad una dove cresce il peso dei servizi intanto che il debito contrae. La Cina ha, infatti, un enorme debito verso le proprie banche. Detto altrimenti, negli ultimi tempi sta avvenendo il contrario di quanto richiesto dal risanamento. Se si prende la variazione del PIL nominale e lo si confronta con la variazione del credito, si vede come la “produttività marginale” del credito sia decrescente. Prima della crisi il rapporto fra variazione del credito e del PIL nominale era pari a due, ossia se il credito cresceva di 100 l'economia cresceva di 50. Ora il rapporto è pari a 11 volte. Ossia, se il credito cresce di 100 l'economia cresce di circa 10.

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