Ricerche e Progetti

Pamphlet sull'Austerità - Ultima parte

L'”austerità” da qualche anno è entrata nella vita di tutti i giorni. L'Austerità va intesa come Continenza che si contrappone alla Smoderatezza? L'Austerità va intesa come Misura che si contrappone alla Sregolatezza? L'Austerità è, alla fine, un ritorno all'Ordine? Già, ma che cos'è l'Ordine? Messo mai che si giunga a definire il significato del sostantivo, resta il quesito della sua applicazione in campo economico. L'Austerità è applicata dai Politici, oppure dai Tecnici? Dai Tecnici con mandato politico, dai Politici con mandato tecnico? L'Austerità si legittima con i Numeri (Debito/PIL, Deficit/PIL, Spread, eccetera), perciò i Numeri vanno visti come entità libere dalle passioni e dagli interessi degli umani e perciò dotati di Verità. I numeri – per essere legittimi – debbono essere Fatti incontrovertibili e non Interpretazioni opinabili. Già, ma è proprio così? Si potrebbe andare avanti con il gioco dei rimandi. Quel che preme sottolineare è come l'Austerità sia un argomento piuttosto sfuggente oltre che complesso. Di seguito si prova a sbrogliare la matassa.

Prima parte: non solo contabilità

1 - Del ridurre il debito pubblico

2 - Dei vincoli di Maastricht

3 - Del pareggio di bilancio

4 - Austeri e non

5 - Due politiche fiscali

6 - Il costo compresso del debito

7 – Digressione sull'evasione fiscale

Sintesi della prima parte

Seconda parte: l'Europa del Dopoguerra

8 – La scelta del grigiore

9 - Come arrivare ad un bilancio unico

10 – La sovranità perduta: il caso della Grecia

Sintesi della seconda parte

Terza parte: la crisi del 2011 e il sistema pensionistico

11 – Complotti

12 – Lo spread “giusto”

13 - Il “vero” peso del settore pubblico

14 – Il nodo delle pensioni

Sintesi della terza parte

Conclusioni

15 – I processi storici non sono lineari

16 – Dalle parrocchie ai parametri

Sintesi della prima parte

Immaginiamo il debito pubblico come l'acqua in una vasca da bagno (lo stock) e il deficit come l'acqua che esce dal rubinetto e dallo scolo (il flusso). La vasca si riempie o si svuota a seconda di come vanno le cose fra il rubinetto e lo scolo. Se il saldo primario è positivo – se le uscite non finanziarie sono inferiori alle entrate – ecco che si apre lo scolo e il debito si riduce. Avanza però il pagamento degli interessi – il rubinetto. Se questo è eguale al surplus primario il rubinetto riempie la vasca tanto quanto lo scolo la svuota – e il debito resta eguale. Se il pagamento degli interessi è maggiore del surplus primario, il rubinetto riempie la vasca più di quanto lo scolo la svuoti – e il debito cresce.

In Italia lo scolo è aperto, ma non è molto largo, mentre il rubinetto getta ormai poca acqua nella vasca grazie alla compressione dell'onere del debito. La tentazione in Italia, avendo il debito sotto controllo, diventa quella di fare poco, perché il più è stato fatto. Il rischio però c'è: se il costo del debito risale (il rubinetto alza il gettito d'acqua), in assenza di uno scolo largo (un surplus primario adeguato), si può avere di nuovo una crisi.

Si deve continuare con l'austerità – ossia con le politiche fiscali non espansive, aspettando che maturino i suoi frutti “virtuosi”, oppure la si può “addolcire” con delle politiche espansive? Secondo i seguaci dell'austerità il debito pubblico “non va e viene”, ma cresce sempre, perché è il luogo dove si materializza il consenso. Perciò i deficit vanno congelati per impedire che alimentino dei debiti ingestibili. Secondo i critici dell'austerità esiste una ricetta per la quale il debito che cresce sempre può persino andare sotto controllo: la crescita spinta dal deficit può, infatti, essere maggiore del debito che la ha finanziata. E' molto difficile scegliere fra le due ricette sulla sola base di considerazioni economiche. E qui arriva la politica.

Sintesi della seconda parte

Alla fine dell'ultima guerra si giunge alla conclusione che i sistemi vadano “de-nazionalizzati” e quindi privati dal rischio di avere dei “duci”. La scelta è quella del “grigiore” politico al cuore di un sistema che combina il liberalismo classico con lo Stato Sociale. Decenni dopo il sistema è dotato di una moneta unica – l'euro.

Per avere un sistema funzionante si debbono avere i bilanci pubblici dei diversi paesi in pareggio. In questo modo il debito pubblico di ciascuno non cresce. Lo scopo è quello di avere un bilancio in comune che può, invece, andare in deficit – proprio come funziona il sistema statunitense. La cessione di quote di sovranità è una scelta fatta da molto tempo. Un caso esemplare del conflitto fra Sovranità e Democrazia in un paese in via di modernizzazione è quello greco.

Nella sintesi della prima parte avevamo sostenuto che è molto difficile scegliere fra le due ricette di politica fiscale (Fiscal Compact versus Fiscal Growth) sulla sola base di considerazioni economiche. L'analisi politica ci porta a dire che il Fiscal Compact ha già un retroterra solido, mentre il Fiscal Growth può essere abbracciato solo se tutti sono d'accordo.

Sintesi della terza parte

Gli andamenti finanziari sono enfatizzati dal sistema mediatico, così come aleggia la tentazione di denunciare i complotti che muovono le cose. Accade però che si abbia anche una sovra reazione dei mercati finanziari. Nel 2011 la differenza di rendimento fra il debito italiano e tedesco a dieci anni avrebbe dovuto essere intorno al 3 per cento (trecento punti base), invece che al 4,5 per cento. Si afferma che alcuni paesi hanno una spesa pubblica maggiore ed altri minore. A ben guardare la differenza non è nella spesa per il funzionamento della macchina statale, e neppure nella spesa per l'istruzione e la sanità, ma nel peso dell'intervento pubblico in campo pensionistico. Nel caso italiano il sistema è stato messo lungo dei binari di sostenibilità, sebbene sia rimasto ancora iniquo. Un sistema ad accumulazione che sostituisca in parte o in tutto quello in vigore detto a ripartizione investirà comunque in titoli del Tesoro. Perciò la sostenibilità del debito pubblico – sostenibilità che, alla fine, si ottiene con le politiche di Austerità – torna al centro della scena.

Conclusioni

15 – I processi storici non sono lineari

L'Austerità possiamo definirla come la messa sotto controllo della dinamica del debito pubblico (non termini assoluti ma relativamente al PIL). Se i debiti pubblici sono molto elevati (sempre in rapporto al PIL), si possono avere delle crisi di fiducia. Con le crisi di fiducia che spingono in alto la spesa per interessi a scapito delle altre voci del bilancio, che possono essere più importanti per la crescita nel lungo termine. Se, infatti, aumenta il rendimento richiesto per collocare il BTP, ecco che, per esempio, si debbono tagliare le spese per l'istruzione.

La spesa pubblica ha la tendenza a crescere, perché è il luogo della ricerca del consenso. Mettere un freno alla spesa pubblica è così un modo per ridurre il peso dello Stato (quindi dei politici) a favore del peso dei Mercati (quindi della società civile). Sono tutte cose che si sanno da molto tempo. Da quando Joseph Schumpeter scrisse “Socialismo, Capitalismo, Democrazia”, dove si mostra che i politici cercano i voti per farsi eleggere, proprio come gli imprenditori cercano il fatturato, e da quando Mancur Olson scrisse “La logica dell'azione collettiva”, dove si mostra che i gruppi organizzati si impongono su quelli che non lo sono.

Sono evidenti le ragioni per le quali l'Austerità non piace. Essa impedisce ai Sacerdoti di guidare il Popolo verso la Terra del latte e del miele. I politici in un mondo di Austerità possono promettere poco – se spendono per raccogliere il consenso (far contenti alcuni) debbono cercare le imposte per coprire la spesa (far scontenti altri). L'alternativa essendo (stata) – in Italia negli anni Settanta e Ottanta – quella di spendere molto senza raccogliere abbastanza imposte. In questo modo si potevano accontentare alcuni senza scontentare nessuno. Non per caso, i nemici dell'Austerità ancora oggi vorrebbero dei deficit elevati coperti non dalle imposte, ma dalla banca centrale, che compra sistematicamente i titoli che finanziano dei deficit elevati.

L'Austerità non implica la fine dello Stato Sociale, come alcuni paventano. La messa sotto controllo del deficit e quindi dei debiti – per esempio con il controllo della dinamica delle pensioni e della sanità – consente di poter fornire questi servizi anche in futuro. Soprattutto se si tiene conto dell'invecchiamento della popolazione in un mondo dove la produttività cresce molto poco e dunque non è in grado di finanziare la spesa senza punire chi produce il reddito che per una parte genera le imposte che la finanziano.

Si possono trovare delle politiche che addolciscano l'Austerità. Per meglio dire, si accetta sempre l'Austerità come programma, ma si cerca di mettere in moto l'economia.

Per esempio con le politiche di acquisto di obbligazioni da parte delle banche centrali. L'idea è che togliendo dal mercato una quantità cospicua di obbligazioni, i prezzi di quelle che restano saliranno, perché il settore privato comunque le domanda. Questa domanda, a fronte di una offerta ridotta, spingerà i rendimenti delle obbligazioni in basso, poiché la cedola è fissa mentre il prezzo sale. I bassi rendimenti del debito pubblico spingeranno all'acquisto di obbligazioni private e di azioni. Anche i prezzi di questa attività saliranno, e quindi il costo del denaro scenderà: le imprese che emettono nuove obbligazioni pagheranno una cedola ridotta, e le emissione azionarie saranno stimolate perché fatte a prezzi maggiori (ossia non si diluisce troppo la quota dei vecchi azionisti). Infine, le banche, cedendo i molti titoli obbligazionari nei loro portafogli, potranno riprendere ad erogare credito. Perciò si ha un minor costo del capitale ed un maggior credito.

L'entusiasmo nei confronti dell'intervento delle banche centrali (che è un intervento pubblico) tradisce un certo scetticismo sulla capacità di auto regolarsi dei mercati. Ad essa si preferiscono dosi crescenti di stimolo monetario, che non generano inflazione nel campo dei beni e servizi, ma ne generano nel campo finanziario (i prezzi delle attività finanziarie salgono). Si ha quindi l'entusiasmo per il Principe che regola la vita dei sudditi credendo poco nel ruolo dei mercati reali, mentre gonfia quello dei mercati finanziari.

L'Austerità vuole ridurre il peso dell'intervento pubblico in campo fiscale, mentre le politiche monetarie ultra espansive lo accrescono, seppur temporaneamente (almeno nelle intenzioni). La conclusione è che i processi storici non sono lineari. Sono convulsioni sofferte, e la soluzione dei nodi non è mai semplice.

16 - Dalle parrocchie ai parametri

L'Europa “noiosa” e liberal-sociale del dopoguerra si “vendeva” facilmente, mentre quella di oggi, priva di Pathos, la si vende con astuzia, o, se preferisce, sotto banco. Riprendiamo l'argomentazione. Dopo la Seconda guerra mondiale, avuta l'esperienza del popolo che si riconosceva direttamente nel leader, con la volontà politica che saltava tutti i pesi e contrappesi della democrazia liberale, si pensò di ricostruire un mondo “noioso”. Un mondo dove i leader – o meglio i “duci” - non c'erano più, e tutto si svolgeva con il ritorno alla democrazia delegata di stampo liberale – Parlamento, Corti Costituzionali, ma con una grande novità: lo “stato sociale”, ossia la combinazione di un sistema liberale classico con l'intervento sociale dello stato. Nel progetto si riconoscevano i cristiano-sociali, i socialdemocratici, ed i liberali. Queste sono le forze ancora al governo in Europa. Non si avevano i fascisti, e non si avevano i comunisti. Entrambi volevano lo stato sociale, ma non la democrazia liberale. Con una differenza: per il primi il protagonista era la Nazione, per i secondi il Proletariato.

Questo sistema liberale e sociale per affermarsi aveva bisogno di vincere le elezioni. In un sistema a suffragio universale le elezioni si vincono non per le scelte degli ottimati, ma per le scelte del popolo. E il popolo votava per questo progetto, con le parrocchie, i sindacati, e i partiti socialisti come veicoli del consenso. Queste strutture della società civile svolgevano il ruolo pedagogico di guidare il popolo, che, all'epoca, aveva un grado di istruzione piuttosto limitato. I partiti popolari godevano però di un grande vantaggio, quello di poter sfruttare i molti secoli di cristianesimo: si abbia compassione.

Non erano necessarie complicate elucubrazioni per far comprendere la logica dello stato liberale e sociale: né la teoria “del velo di ignoranza” di John Rawls, né la teoria dei giochi ripetuti per cui conviene “porgere l'altra guancia”. Insomma, in un mondo in cui la rivelazione era in vantaggio sulla dimostrazione – il Mythos subissava il Logos, direbbero i greci – non era difficile che il progetto europeo passasse. Nel Passato c'era stata la guerra, nel Presente, invece, si aveva la pace e una grande crescita economica, i cosiddetti “Trenta Gloriosi”.

Ma ecco che - sotto pelle - arriva il grande mutamento.

Per secoli l'economia era cresciuta poco o niente e si viveva per una quarantina di anni. Di colpo nel giro di un secolo e mezzo tutto cambia. L'economia italiana, per esempio, si è moltiplicata – pro capite e in termini reali – di dieci volte e si vive il doppio. Le relazioni tradizionali, per usare un'espressione di Karl Marx, evaporano. I contadini smettono di togliersi il cappello al passaggio del signore in carrozza, per usare un'espressione di Thomas Mann. Una volta viaggiavano i ricchi e gli emigranti – questi ultimi solo con il biglietto di andata. Una volta i ricchi si imparentavano al di là dei confini, e sapevano le lingue, mentre gli altri potevano al massimo aspirare a conoscere qualcuno che abitasse non troppo vicino, e così apprendere un secondo dialetto. Oggi quasi tutti viaggiano e quasi tutti cominciano a parlare una seconda lingua.

Siamo in piena società “aperta”, che i colti chiamano col nome greco di Cosmos. Cade così - con lo sviluppo che favorisce il sorgere dell'individuo - il controllo culturale e politico delle parrocchie, dei sindacati, e dei partiti. Il mondo è diventato liquido ed individualista. Il disagio non si controlla più facilmente, tanto più che l'economia cresce poco, e, con la minor crescita, anche la mobilità sociale si raggela.

Alcuni nel disagio provano attrazione per la società “chiusa”, che i colti chiamano col nome greco di Taxis. Le caratteristiche delle società chiuse – l'esempio è Sparta che si contrappone ad Atene – sono: 1) la sacralizzazione della tradizione – il Passato è la guida; 2) l'isolamento culturale – non contaminiamoci con altri; 3) l'autarchia – fin che puoi compra quanto produci tu; 4) il misoneismo - l'odio per il nuovo. Anche in tempi moderni è stato frenato lo scambio economico ed impedito di viaggiare, come avvenuto nei Paesi socialisti. Ultimamente c'è chi in Europa è attratto dalla società chiusa, soprattutto nei punti 2) e 3).

Il disagio che si manifesta “a destra” come può essere incanalato in un sistema politico affinché non diventi “ducista” e “nazionalista”? Il disagio che si manifesta “a sinistra” come può essere incanalato senza un ritorno alla spesa pubblica pervasiva volta ad attenuare gli effetti dirompenti della modernizzazione? Da notare che sia a destra sia a sinistra si vuole la spesa pubblica, nel caso della destra finanziata anche con moneta nazionale, nel caso della sinistra finanziata in euro. E siamo finalmente ritornati all'austerità.

Siamo – e riprendiamo il punto - sicuri che, una volta che la spesa pubblica sia stata espansa con successo, essa rientri? Pensiamo che la spesa, svolto il suo compito "propulsivo", poi si riduca? Oppure pensiamo che la spesa pubblica per sua natura - essa è “catturata” dai gruppi organizzati - crescerà in modo perpetuo? Questo è un aspetto critico delle politiche di ritorno alla spesa pubblica, finanziata o meno con la moneta nazionale.

Ma ne abbiamo un altro di maggior rilievo. Lo sviluppo economico è tanto maggiore quanto minori sono i vincoli sia nel mercato dei prodotti sia in quello del lavoro. Se non vi sono troppi vincoli, le innovazioni si diffondono facilmente, perché si hanno meno ostacoli nella diffusione dei prodotti, che, a loro volta, possono materializzarsi solo se la forza lavoro si sposta dai vecchi ai nuovi settori. Senza austerità – senza il controllo della spesa pubblica pervasiva - le riforme sono rimandate, perché c’è abbastanza domanda per mantenere le cose come sono. Alla lunga, però, e in un mondo di economie aperte, non si cresce. Perciò il controllo della spesa pubblica accompagnato dalle riforme che rendano liquida l'economia reale sono la sola strada per la crescita.

L'austerità – intesa come vincoli di bilancio e come riforme dei mercati – deve essere “venduta” agli elettori. E non è facile, perché tocca gli interessi ed il quieto vivere di milioni di persone. L'austerità crea insicurezza, ed è per questo che è difficile “venderla”. Inoltre, è priva di Pathos, o come dicono i suoi critici è “arida” e “ragionieristica”. La Nazione come l'Eguaglianza richiamano emozioni forti, i bilanci nazionali in pareggio per poi poter avere - ma in un lontano futuro - un bilancio in comune dinamico a Bruxelles, non generano emozioni forti, forse negli economisti, ma non è nemmeno detto.

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