Ricerche e Progetti

Ondate migratorie

Tutti pontificano sulle ondate migratorie, e anche noi siamo tentati. Gli argomenti maggiormente dibattuti dal sistema mediatico e da quello politico sono l'arrivo dei migranti dall'Africa (i “disperati”) e l'impatto degli islamici (i “terroristi”). Due argomenti che - per quanto importanti - non esauriscono la questione.

1 - I numeri dell'ondata migratoria

Si possono sommare i numeri delle domande dei richiedenti asilo https://www.unhcr.it/chi-aiutiamo/richiedenti-asilo per un certo numero di anni. In questo caso si hanno i numeri assoluti, quelli che “eccitano” nelle polemiche – trattandosi di centinaia di migliaia quando non milioni di persone . Contano però anche quelli relativi, vale a dire quanti sono i migranti in rapporto agli abitanti di un Paese o di un Continente. Qui, al contrario, trattandosi di numeri compressi, gli animi si dovrebbero “raffreddare” (1).

Per esempio, nel periodo 2014-2016, quindi sommando tre anni, i richiedenti asilo sono stati in Italia circa 300 mila, mentre in Austria sono stati la metà - 150 mila. L'Austria ha però una popolazione di gran lunga inferiore a quella italiana – 8,5 milioni di abitanti contro i 61 del Bel Paese. Il rapporto fra richiedenti asilo e popolazione per mille residenti in Austria è perciò pari a 17,5 richiedenti per ogni mille abitanti, contro un mero 4,8 del Bel Paese. Il rapporto della Germania è 17,8 - circa come l'Austria, quello della Francia è 4,0 - circa come l'Italia. Per quanto numerosi possano essere i migranti – cinque milioni se partiamo dal 2008 – il flusso, si ha pur sempre una popolazione dell'Unione di cinquecento milioni – lo stock. I migranti sono perciò come flusso degli ultimi tempi in rapporto allo stock degli europei ben poca cosa – l'uno per cento.

Basta questo per raffreddare le polemiche? No, infatti, i numeri andrebbero resi più precisi per tener conto della somma dei flussi migratori degli anni precedenti. I numeri della presenza di migranti che tengono conto del lungo periodo - quindi non solo degli ultimi dieci anni, ma degli ultimi venticinque, sono diversi. Come abbiamo visto, negli ultimi dieci anni i migranti (richiedenti asilo) sono stati pari all'uno per cento della popolazione europea. I cittadini europei che non sono tali per nascita sono però dieci volte di più – come si evince facendo la media dei dati riportati dal grafico. Così come dal grafico si evince la grande crescita della popolazione allogena, che nel caso dell'Italia è stata pari a quattro volte e della Spagna sei volte.

 

Nodopolitico3

 

Gli argomenti maggiormente dibattuti dal sistema mediatico e da quello politico italiano sono notoriamente l'arrivo dei migranti dall'Africa (i “disperati”) e l'impatto degli islamici (i “terroristi”). Questi argomenti li tratteremo in seguito. Intanto torniamo ai numeri, come calcolati dall'ISTAT – http://www.istat.it/it/immigrati/indicatori-sintetici/confronto-italiani-stranieri.

Laddove si scopre che in Italia: 1) la maggioranza degli stranieri è rumena – un milione su cinque milioni; 2) l'età media degli stranieri è di 34 anni contro i 45 degli autoctoni; 3) l'età media al parto è di 29 anni contro i 32 delle autoctone; 4) i diplomati italiani o stranieri si equivalgono – entrambi appena a meno del 40% della popolazione rispettiva, così come i laureati – appena più del 10% della popolazione rispettiva; 5) gli italiani e gli stranieri che lavorano sono circa nello stesso numero, con gli stranieri che guadagnano molto meno degli autoctoni, mentre gli stranieri indigenti sono in maggior numero degli autoctoni indigenti; 5) i detenuti stranieri sono la metà di quelli italiani, ma gli stranieri sono meno di un decimo degli italiani.

Possiamo affermare che fra gli stranieri vi sono abbastanza più poveri degli autoctoni e molti più detenuti, ma possiamo anche affermare che il loro livello di istruzione non è inferiore a quello degli autoctoni. Che i poveri e i detenuti siano molto più numerosi fra i migranti non dovrebbe destar meraviglia. Il loro numero dovrebbe scendere man mano che l'integrazione va avanti. Basta dare un'occhiata al cinema statunitense, i cui capolavori – quelli degli italo-americani - sono le storie tragiche degli immigrati, che nel corso delle generazioni si fanno largo.

 

2 - Il ruolo dell'Italia e il timore delle migrazioni

I due principali paesi dell'UE - Francia e Germania - hanno avuto un comportamento diverso sul fronte dell'emigrazione. Il rapporto della Francia con chi vive sul suo territorio venendo dalle ex colonie, è complicato. Dopo gli attentati - commessi da cittadini francesi di origine araba - è stata riesumata - “riesumata” è la parola giusta, perché si ha il precedente del governo di Vichy che tolse la cittadinanza a De Gaulle, allora esule in Gran Bretagna - la revoca della nazionalità francese a chi è nato in Francia, se collegato ad atti o ad organizzazioni terroristiche. Un provvedimento che in Europa non era stato preso contro il terrorismo “endogeno” – Brigate Rosse, Rote Armee Fraktion, Euskadi Ta Askatasuna, e Irish Repubblican Army. Si è perciò avuto in Francia un trattamento opposto con il terrorismo “allogeno”. Diverso è il rapporto con l'immigrazione della Germania – un Paese, a differenza della Francia e della Gran Bretagna, senza una significativa eredità coloniale. Nel secondo dopoguerra, la Germania si ritrovò ai tempi del boom - anche per i suoi numerosi morti in guerra - con una manodopera insufficiente, perciò si accordò con i Paesi mediterranei per averla. All'inizio gli immigrati avevano lo status di Gastarbeiter – ossia di "lavoratori ospiti", ma poi dagli anni Ottanta sono state cambiate le leggi sui ricongiungimenti, integrazione, e cittadinanza: https://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/i-confini-e-le-identit%C3%A0-multiple-dell%E2%80%99europa.

Tre finora i punti affrontati che riguardano il Bel Paese:

  • l'Italia riceve delle richieste d'asilo elevate, ma, come abbiamo visto, di entità relativamente modesta in rapporto alla sua popolazione,

  • l'Italia non ha un passato coloniale significativo come la Francia, ciò che è all'origine della presenza di immigrati extra-europei Oltralpe,

  • ma non ha neppure una storia di immigrazione da altri Paesi europei come la Germania. L'Italia ha semmai una storia di immigrazione interna dal suo Sud verso il suo Nord negli anni Cinquanta e Sessanta e di emigrazione sempre nel secondo dopoguerra verso i Paesi del Nord-Europa.

E allora dov'è il problema italiano?

Partiamo dall'ondata migratoria quando c'era, ma in minima misura. L'identificazione del richiedente asilo, l'esame della domanda, e l'eventuale espulsione spetta al primo stato in cui l'emigrante mette piede - accordi di Dublino del 1990 e poi del 2003. L'Italia è il Paese più facile da raggiungere da quando la “rotta balcanica” è bloccata e la Libia è uno “stato fallito”. Dunque spetta all'Italia l'onere dell'esame di idoneità dei migranti. Come abbiamo visto, i nuovi immigrati sono una percentuale minima della popolazione. Possibile che un misero uno per cento generi tutto questo timore?

Possiamo ipotizzare quattro ragioni che sono alla base del timore per le migrazioni:

  • gli immigrati non sono solo quelli politici – chi fugge dalla dittatura, e quelli economici – chi fugge dalla miseria, ma possono essere anche dei terroristi che si nascondono vilmente fra i disperati;

  • i Paesi del Gruppo di Visegràd - Polonia, Cechia, Slovacchia, Ungheria, non sono disposti a cedere “pezzi di sovranità”, come avverrebbe con l'assegnazione automatica delle quote di migranti. Sul perché facciano così, è materia molto complessa. Si veda: Fabrizio Maronta, La storia non detta del piano Renzi per l'Africa, Limes 7-2017;

  • l'assorbimento occupazionale degli immigrati è difficile da ottenere anche quando essi sono accolti con favore – i siriani in Germania: https://www.ft.com/content/022de0a4-54f4-11e7-9fed-c19e2700005f;

  • l'argomento migrazione si presta ad essere agitato per attrarre l'attenzione politica di chi teme in campo economico la globalizzazione e l'automazione e in campo culturale il cosmopolitismo ed il “politicamente corretto”. Insomma, di chi è attratto dalle “radici”: http://www.centroeinaudi.it/agenda-liberale/articoli/4677-il-populismo-durer%C3%A0.html

 

3 - La logica economica dell'ondata migratoria

Si può misurare la differenza fra gli svedesi ricchi e quelli poveri, così come quella fra i congolesi ricchi e quelli poveri: si ha così la differenza fra le classi di reddito all'interno di un Paese. Si può anche immaginare la differenza fra lo svedese medio ed il congolese medio: si ha così la differenza per luogo di nascita. Quale delle due differenze conta per davvero? La gran parte degli umani – nonostante le migrazioni, nasce e muore nello stesso paese. La notevole differenza fra il reddito medio della Svezia e quello del Congo esiste quindi fin dalla nascita. Possiamo chiamare questa differenza "rendita di cittadinanza". Una differenza che dipende dalla fortuna. E', infatti, molto difficile pensare che - quando eravamo avvolti dal pannolone e aspettavamo sulla nuvola l'arrivo della cicogna – conoscessimo la risposta giusta: vogliamo nascere in Svezia! Facendo i conti – il reddito pro capite a parità di potere d'acquisto espresso in dollari – si scopre che lo svedese medio ha un reddito che è pari al triplo di quello del congolese medio. Il risultato cambia se si mettono a confronto gli svedesi poveri con i congolesi poveri. Il reddito dello svedese povero si avvicina a quattro volte quello del congolese povero.

Fatta la premessa arriviamo al dunque: gli statunitensi ricchi sono più ricchi degli svedesi ricchi, ma gli statunitensi poveri sono più poveri degli svedesi poveri. Un congolese che emigra in Svezia e resta povero può avere un reddito che è quattro volte quello del paese che abbandona. Il congolese che, invece, va negli Stati Uniti rischia di avere un reddito eguale a quello dei poveri statunitensi, che è sempre meglio di quello di quello dei congolesi poveri, ma è inferiore a quello degli svedesi poveri.

Segue che, se è avverso al rischio, emigra in Svezia. Segue che, se è propenso al rischio, emigra negli Stati Uniti. Detto con più precisione, se ha un basso grado di istruzione, e se l'istruzione è all'origine dell'ascesa sociale, sceglierà la Svezia, perché può aumentare il suo reddito senza rischiare troppo. Se, invece, ha un alto grado di istruzione, e se l'istruzione è all'origine dell'ascesa sociale, sceglierà gli Stati Uniti, perché può aumentare il suo reddito rischiando molto. L'emigrazione a bassa istruzione andrà così verso i paesi con stati sociali diffusi, mentre quella ad alta istruzione verso i paesi con alta mobilità sociale. Che è proprio quel che sta avvenendo (2).

In passato l'emigrazione a bassa istruzione andava verso i Paesi con stati sociali inesistenti. Chi nel secolo scorso emigrava negli Stati Uniti non aveva lo stato sociale europeo di oggi ad accoglierlo. L'immigrazione perciò non costava al contribuente “radicato”. Se gli immigrati fossero riusciti ad integrarsi, ecco che avrebbero prodotto un reddito tassato, di cui avrebbe beneficiato anche il contribuente “radicato”. Per i cittadini “radicati” gli immigrati erano perciò un gioco dove non perdevano e forse guadagnavano. La dichiarazione, che si trova sul monumento alla Libertà all'ingresso di New York "Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste a me, e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata”, era sincera, ma l'intento non aveva dei costi di natura economica.

Il contrario di quanto avviene oggi in Europa, dove nel breve termine si hanno dei costi, e nel lungo termine – qui si hanno opinioni divergenti - dei benefici. Come che sia, chi emigra tende a mantenere in una prima fase i propri costumi, per poi assimilarsi (mai completamente) nel tempo (non breve). Questo insegna la storia dell'emigrazione europea ed asiatica: Thomas Sowell, Migrations and Cultures, Basic Books, da pagina 46. Non abbiamo ancora abbastanza esperienza intorno alla migrazione africana ed islamica per poter esprimere un'opinione valida.

 

4 – Imprenditori e migranti

Un titolo di debito di uno stato “serio” ha un valore abbastanza certo. Si conoscono in anticipo le cedole e si sa che alla scadenza il capitale nominale è rimborsato. Se l’inflazione è bassa e prevedibile, il titolo di uno stato serio ha un valore alla scadenza quasi certo. Non possiamo dire lo stesso per un’azione. Non sappiamo come andrà l’economia – potrebbe andar bene come male – e, soprattutto, non sappiamo come andrà una singola impresa. I fondi comuni di investimento sono nati dall’idea che sia possibile eliminare sia i rischi sia i vantaggi delle scommesse singole. Eliminando le “code della distribuzione di probabilità” – vale a dire eliminando le imprese che andranno benissimo e quelle che andranno malissimo, alla fine si faranno degli investimenti meno rischiosi.

Si guarda con stupore ai redditi degli artisti: essi guadagnano cifre impensabili. Eppure per ogni artista giunto al successo, cento servono mestamente panini. Se è uno a guadagnare uno sproposito e cento molto poco, allora abbiamo una distribuzione di probabilità che attira solo i coraggiosi oppure gli incoscienti. Gli altri, i pavidi o i coscienziosi, faranno i dentisti – nessuno di loro sarà mai Brad Pitt, ma nessuno servirà panini. Le azioni sono simili agli artisti o ai dentisti? Le azioni singole sono simili agli artisti, ma i fondi comuni le fanno diventare dentisti.

Per fondare un’impresa che emette azioni ci vuole una gran fiducia. Si deve scommettere sul futuro, senza sapere quale sarà il futuro. Ossia, si deve in partenza scommettere che la probabilità che le cose vadano bene è maggiore della probabilità che vadano male. Queste persone – gli imprenditori - hanno qualcosa che ignoriamo, che li spinge a vedere il futuro come un tempo che sarà migliore del passato. Perché alcuni – come gli imprenditori e … i migranti – hanno più fiducia nel futuro di altri? Questa è una domanda che va al di là dell’economia, è una domanda «meta-economica».

Figurarsi quando gli emigrati sono all'origine di un Paese tutto per loro – ed è la terza volta che nominiamo gli Stati Uniti dopo il cinema italo-americano, e la statua della libertà. Isabella impegna i propri gioielli, e, ricevuto un prestito adeguato, finanzia tale Cristobal Colon – un marinaro che pensava solo quando osservava inebetito un uovo, il quale, con sole tre caravelle, punta a occidente alla ricerca di Zipangu, la mitica terra dell’oro. Fin dalle origini, l’America si basa su investimenti che non possono dirsi né sensati né prudenti. In un mondo di investitori prudenti, nessuno avrebbe finanziato la ricerca di quello che poi sarebbe diventato il più grande affare della storia: il Nuovo Mondo. Il quale Nuovo Mondo si è sempre tuffato, con grande passione, fra le innovazioni, dal treno al motore a scoppio, alle imprese hi tech fino ai mutui subprime. Come ogni corsa all’oro che si rispetti, alla fine i ladri vengono acciuffati dallo sceriffo, mentre, ubriachi, cantano davanti al pianoforte in un bordello. Tratto da: http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/ricerche/434-leconomia-come-scommessa.html

 

5 - La fallacia della composizione

Abbiamo cercato di mostrare la razionalità economica di uno che fugge poniamo dalla Costa d'Avorio. Mal che gli vada vivrà da povero in Europa molto meglio che da povero o addirittura da ceto medio nel suo Paese d'origine - vedi i grafici del secondo link (2). Se, invece, decidesse di restare in patria dovrebbe scommettere che in un tempo abbastanza limitato avrà - con lo sviluppo del suo Paese – gli stessi beni e servizi che ha oggi in Europa. Una scommessa difficile. E' difficile, infatti, credere che si possa recuperare un divario formatosi nei secoli in pochi decenni. Abbiamo successivamente tentato l'apologia dell'emigrazione, intesa come tuffo nell'ignoto.

Tutto bene, quindi. Chi emigra ha ragione, laddove “ragione” va intesa come razionalità economica, ossia “razionalità rispetto allo scopo”. Chi emigra, inoltre, è agito da una sana “volontà di potenza” che lo spinge a esplorare l'ignoto. Non è però così semplice.

Quel che è razionale a livello individuale non lo è nell'aggregato – la famosa “fallacia della composizione”. L'età mediana degli europei è oggi il doppio di quella degli africani, e la crescita demografica dovrebbe portare nel tempo l'Africa ad avere una popolazione doppia rispetto ad oggi: https://www.aspeninstitute.it/system/files/inline/Golini%20n.%2044.pd. Una bomba demografica, in due parole. Gli africani se fossero in gran numero – un numero diverse volte maggiore di quello corrente - non potrebbero emigrare.

Non è quindi razionale l'emigrazione africana di massa, mentre, come abbiamo visto, è razionale l'emigrazione degli africani a livello individuale o in un numero, alla fine, limitato. Abbiamo qui una contraddizione oggettiva fra l'individuale ed il collettivo. Se è razionale l'emigrazione individuale, ma non è razionale l'emigrazione di masse sterminate, allora chi in Europa accetta che quest'ultima si materializzi non è razionale rispetto allo scopo, ma è razionale rispetto al valore (3).

 

6 - Postilla sull'Islam

Ecco la posizione di chi vuole chiudere le frontiere agli islamici: potremmo essere fagocitati dalla combinazione di una religione estranea che si espande molto (l'Islam) e di un Terrorismo (di matrice islamica) che ci inibisce. E potremmo essere fagocitati, noi europei, spesso chiamati in Medio Oriente “Franchi”, ancora in ricordo delle Crociate, perché, alla fine, non crediamo abbastanza nei nostri valori. Sono in azione anche le “quinte colonne” che minano la nostra pur debole volontà per favorire l'invasione allogena.

Ecco la posizione opposta. I valori europei sono ormai quelli delle “società aperte” (4). Siamo anche imbelli? Si, nel senso che l'”eroico” dell'aristocratico è diventato – dopo ben due Grandi Guerre - il “prosaico” del borghese: Where Have All the Soldiers Gone?: The Transformation of Modern Europe – 2009. Il prosaico ha però prodotto delle tecnologie militari e di sicurezza che l'eroico non riusciva nemmeno ad immaginare. Se così non fosse, il Terrorismo non sarebbe “low cost” - coltelli, kamikaze, eccetera - ma combatterebbe su un piano militare maggiore. Perciò abbiamo il borghese che vuole vivere in pace, dedicandosi alla propria felicità, e che è difficilmente scalzabile, sia sul piano morale sia su quello militare.

Due punti di vista. Sul perché l'Islam sia arretrato (per alcuni non lo è): se per cause esterne o per cause interne.

L'Islam è arretrato – arretrato è qui inteso in senso “occidentale”, ossia ha un mediocre sviluppo sia civile sia economico. In senso “non occidentale” il concetto di arretratezza non è chiaro, perché in questo caso quel che conta è il vivere secondo la “rivelazione”. Per molti l'arretratezza dipende dal colonialismo occidentale, senza il quale ci sarebbe stato sviluppo – qui va inteso in senso occidentale - anche nell'Islam. E questo perché non è nella “natura” dell'Islam essere arretrato, visto che fino al XII secolo era una civiltà molto avanzata. Dunque, se non è nella sua natura, allora la causa dell'arretratezza non può che essere esterna – come l'arrivo dei Mongoli prima, e degli Europei poi. Il ragionamento porta addirittura alla conclusione che quel che di orribile accade oggi in Europa per l'agire “islamico” ha delle lontane radici europee – la tesi della “colpa” dell'Occidente.

Secondo altri l'arretratezza dell'Islam si è prodotta per cause interne: Luciano Pellicani, Dalla società chiusa alla società aperta, Rubettino, da pagina 369, Dan Diner, Il tempo sospeso, Garzanti, da pagina 177. In breve, l'assenza di “certezza del diritto”, che inibiva ogni attività che avesse un orizzonte temporale di una qualche consistenza e la subordinazione della cultura alla “rivelazione”. La stagnazione dell'Islam si è, infatti, palesata da ben prima che Napoleone arrivasse in Egitto ad osservare la storia dall'alto delle Piramidi millenarie. L'arretratezza civile ed economica dell'Islam – che, alla fine, diventa scientifica e tecnologica – spiega il divario militare.

 

1 - I dati dell'Eurostat: http://appsso.eurostat.ec.europa.eu/nui/show.do?dataset=migr_asyappctza&lang=it. Dei numeri della BBC che mostrano come i migranti vengano negli ultimi anni soprattutto dal Medio Oriente e dall'Africa e cerchino asilo nel Nord Europa: http://www.valigiablu.it/crisi-migranti-europa-bbc/.

2 - Sul punto: http://www.centroeinaudi.it/le-voci-del-centro/send/2-le-voci-del-centro/758-1%C2%B0-settembre-2015-%C2%ABil-foglio-it%C2%BB.html; e soprattutto: http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/ricerche/3624-vu-cumpr%C3%A0-metria.html

3 - Un’azione è razionale rispetto allo scopo se chi la compie valuta i mezzi rispetto agli scopi che si prefigge, considera gli scopi in rapporto alle conseguenze che potrebbero derivarne, e paragona i diversi scopi possibili e i loro rapporti. Un’azione è razionale rispetto al valore quando chi agisce compie ciò che ritiene gli sia comandato dal dovere, dalla dignità, da un precetto religioso, da una causa che reputa giusta, senza preoccuparsi delle conseguenze.

4 - Siamo in piena società “aperta”, che i colti chiamano col nome greco di Cosmos. Cade - con lo sviluppo che favorisce il sorgere dell'individuo - il controllo culturale e politico delle parrocchie, dei sindacati, e dei partiti. Il mondo è diventato liquido ed individualista. Il disagio non si controlla più facilmente, tanto più che l'economia cresce poco, e, con la minor crescita, anche la mobilità sociale si raggela. Alcuni nel disagio provano attrazione per la società “chiusa”, che i colti chiamano col nome greco di Taxis. Le caratteristiche delle società chiuse – l'esempio è Sparta che si contrappone ad Atene – sono: 1) la sacralizzazione della tradizione – il Passato è la guida; 2) l'isolamento culturale – non contaminiamoci con altri; 3) l'autarchia – fin che puoi compra quanto produci tu; 4) il misoneismo - l'odio per il nuovo.

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