Quale federalismo?

Il 12 ottobre si tiene a Milano un convegno sul Federalismo. Il referendum lombardo e veneto del 22 ottobre chiede un maggior spazio da Roma sul trattenimento delle risorse prodotte localmente. Di seguito la traccia del nostro intervento (1).

 

Sommario

L'Italia è un paese ricco da tempi immemorabili. Eppure, da qualche tempo, molti dei suoi abitanti della parte settentrionale sono scontenti. Pensano che, con una economia che cresce poco, le inefficienze della parte meridionale del paese siano diventate intollerabili (prima parte). Se si fanno i conti delle inefficienze, viene fuori che si possono eliminare gli sprechi garantendo i diritti di cittadinanza piena. Un programma politico che pare logico, ma che non trova modo di imporsi (seconda parte). Chi vive nelle regioni messe peggio dovrebbe in astratto condividere questo programma di sviluppo. In concreto non accade, perché i ribelli sono pochi, gli insoddisfatti emigrano e chi resta accetta l’ordine esistente (terza parte). 

1 - Arriva il popolo padano

Esiste un luogo a forma di stivale che a nord confina con la massa eurasiatica, mentre al centro e a sud è immerso in un mare caldo di piccole dimensioni che unisce tre continenti. Questo luogo ha molte montagne, poche pianure e un clima temperato. È abitato da tempi immemorabili. I suoi abitanti parlano una lingua le cui radici affondano in quella degli avi. Hanno la stessa religione da oltre due millenni. Questo stivale ha un nome: «Italia». L’Italia è uno stato di medie dimensioni che fa parte dell’Unione Europea. È uno stato democratico, perché si ha libertà di associazione per concorrere alle elezioni. È anche uno stato in cui si ha libertà di associazione per formare imprese economiche. Infine, è uno stato che fornisce a tutti i propri cittadini (e non solo) l’istruzione e la sanità. Una nota curiosa: oltre due terzi delle opere d’arte del mondo sono state accumulate in Italia.

Il paese a forma di stivale è stato il più ricco del mondo, se si prendono le misure su duemila anni. Come mostra la tabella, per 1.700 anni su 2.000 – quindi per oltre l’80% del tempo – il suo reddito per abitante è stato maggiore. La prima colonna mostra l’anno che si prende come riferimento, la prima riga i paesi. Si noti che la maggiore ricchezza italiana è durata fino al XVIII secolo. Poi la rivoluzione industriale ha arricchito molto gli altri paesi occidentali, ma l’Italia è riuscita in parte a recuperare il divario dal secondo dopoguerra, come si evince dal grafico. 

 

1

1000

1500

1600

1700

1870

1913

1950

1973

2003

ITA

809

450

1.100

1.100

1.100

1.499

2.564

3.502

10.634

19.151

GER

408

410

688

791

910

1.839

3.648

3.881

11.966

19.144

FRA

473

425

727

841

910

1.876

3.485

5.271

13.114

21.861

UK

400

400

714

974

1.250

3.190

4.921

6.939

12.025

21.310

USA

400

400

400

400

527

2.445

5.301

9.561

16.689

29.037

JAP

400

425

500

520

570

737

1.387

1.921

11.434

21.218

CINA

450

450

600

600

600

530

552

448

838

4.803

La misura comune del reddito per abitante è il dollaro del 1990. Fonte dei numeri: Angus Maddison, Contours of the World Economy, Oxford University Press, 2007, p. 382.

Italiasanzanocchiero2

Fonte: https://www.mulino.it/isbn/9788815271440. Dall'Unità alla Seconda Guerra l'Italia è cresciuta meno degli altri Paesi, dopo la Seconda Guerra è cresciuta di più, e da un quarto di secolo in qua è cresciuta di meno. Quella italiana può essere definita come “una storia di convergenza con due code”. La prima coda – quella della Destra Storica e della Sinistra fino a Giolitti escluso – ha visto l'Italia crescere meno degli altri Paesi, così come è avvenuto con la seconda coda – quella dalla fine della Prima Repubblica al manifestarsi della Seconda.

Se gli abitanti del paese a forma di stivale ragionassero su orizzonti temporali millenari avrebbero molte ragioni per essere orgogliosi. Così però non è, e infatti alcuni dei suoi abitanti sono convinti di vivere peggio di quanto potrebbero, perché, secondo loro, altri suoi abitanti ottengono più di quanto dovrebbero. Ai primi sono tolte delle risorse che vanno ai secondi.

Chi toglie e distribuisce è lo stato centrale, che ha sede nella città più famosa del paese a forma di stivale, Roma. Duemila anni fa era la capitale di un impero che oggi include oltre trenta stati. Poi, perso l’impero, non ha visto ridotta del tutto la propria importanza, perché è diventata la sede simbolica e organizzativa di una religione universale.

Gli altri di cui stiamo parlando non sono – come a prima vista potrebbe sembrare – i poveri. Chi non sapesse nulla dell’Italia potrebbe, infatti, pensare a un convincimento «reaganiano»: i ricchi pensano di meritare le proprie risorse e non vogliono condividerle con i poveri. Non sono i ricchi a voler trattenere quasi tutto il frutto del proprio lavoro, ma alcuni abitanti della parte settentrionale dello stivale, che si proclamano «il popolo padano».

L’insieme Nord comprende le regioni della parte settentrionale dello Stivale. Come vedremo, non tutte le regioni del Nord sono vittime della fiscalità di Roma e non tutte le regioni del Sud ne sono beneficiarie. Non possiamo perciò dire che gli insiemi Nord e Sud siano delle entità dotate di precisione fiscale. Questi insiemi vaghi possono però – con qualche tocco – essere trasformati in un qualcosa di politicamente attraente. Basta sfruttare l’immagine secolare che distingue i protestanti ligi al dovere dai cattolici pigri. Immagine che è trasformata in quella che distingue fra i settentrionali laboriosi e i meridionali lazzaroni. (Pure il richiamo a Roma «ladrona» ricorda le polemiche luterane sulla vendita delle indulgenze.) Così facendo, anche i settentrionali che ricevono risorse dallo stato centrale diventano laboriosi, e i meridionali, anche se non ricevono risorse, restano lazzaroni.

Nel mondo successivo alla caduta del Muro, abbiamo un nuovo portatore di verità: i laboriosi padani. Al posto dell’universalismo proletario – che aveva la maggior parte dei seguaci nella parte settentrionale dello Stivale – abbiamo il particolarismo padano. Nel caso dell’universalismo proletario il nemico era il capitalismo, nel caso del particolarismo padano il nemico sono i lazzaroni, che vivono impuniti grazie all’esosa fiscalità romana. Nel vecchio mondo dell’universalismo proletario lo sfruttamento era la differenza fra il lavoro erogato e il lavoro che tornava ai proletari sotto forma di salario. Nel nuovo mondo del particolarismo padano, invece, lo sfruttamento è la differenza fra quanto guadagna il Nord e quanto trattiene. Gli umani una volta appartenevano a due classi contrapposte, i capitalisti e i proletari, mentre ora si dividono in laboriosi e lazzaroni.

Il popolo padano è un insieme di operai, di piccoli imprenditori, di commercianti. Essi vogliono vivere in pace in piccole unità amministrative e trattenere le proprie risorse per migliorare la qualità della vita. Ricordano che potrebbero correre a difendere con le armi i propri interessi, ma, alla fine, sono pacifici, e partecipano vittoriosamente ai campionati mondiali di calcio delle minoranze non riconosciute.

Centocinquanta anni fa le sonnacchiose economie locali del luogo geografico a forma di stivale furono unite con la nascita di un solo stato. In cento cinquanta anni lo sviluppo è stato notevole. Il reddito per abitante si è moltiplicato ben oltre le dieci volte. Intorno agli anni Sessanta del secolo scorso sembrava che l’economia stesse decollando. Poi, dagli anni Settanta, la crescita si è bloccata. Dopo anni di crescita modesta e con l’aspettativa che sarà ancora modesta ha preso corpo l’idea che, mentre prima si poteva dividere una torta che cresceva, adesso si deve dividere una torta che avrà la stessa dimensione. Secondo molti la divisione della torta avviene in maniera iniqua. E avviene a danno della parte settentrionale dello Stivale. Da qui l’idea che la forma dell’unità politica del paese vada ridiscussa. Essa andrebbe regionalizzata, ossia le sue numerose parti dovrebbero gestire autonomamente le risorse che producono. 

2 - Numerologia

Qual era il reddito per abitante della parte settentrionale e meridionale dello Stivale al momento della nascita dell’Italia come stato? Le stime – difficili da farsi per la modestia delle statistiche disponibili – variano da un minimo di «all’incirca lo stesso» fino a un massimo di un quarto in meno per la parte meridionale. Comunque sia, oggi il reddito per abitante della parte meridionale è circa la metà. Questo divario si è formato dal 1880 al 1950. Dal secondo dopoguerra si è alternativamente chiuso e riaperto, quindi è rimasto intorno poco sopra la metà, come mostra il terzo grafico.

Italiasanzanocchiero3

Fonte: https://www.mulino.it/isbn/9788815271440.

Come mai il divario è intorno alla metà? Il tasso di occupazione in Meridione è inferiore (è pari al 64% di quello del Nord) e anche la produttività è inferiore (è pari al’82% di quella nel Nord). La combinazione (64% X 82%) di una minor occupazione (la popolazione in età da lavoro occupata è inferiore) e di una minor produttività (il prodotto per occupato è inferiore) spiega il divario (questi numeri sono leggermente peggiori di quelli del grafico perché hanno fonti diverse).

  • Il divario cospicuo e persistente del reddito per abitante è il primo aspetto della vicenda.
  • L’andamento della spesa pubblica è il secondo aspetto: in Meridione si ha uno spreco della spesa pubblica legato al maggior costo dei servizi in rapporto alla loro qualità.
  • La maggior diffusione dell’evasione fiscale è il terzo aspetto. In termini assoluti, l’evasione italiana è intorno a un quinto del reddito nazionale, ma è molto diversa a seconda delle regioni: per esempio, è modesta in Lombardia (dove molti protestano e pochi evadono) ed elevata in Calabria (dove pochi protestano e molti evadono).

Che cosa accadrebbe se la spesa pubblica fosse efficiente e l’evasione simile?. Una premessa (2).

La spesa pubblica regionale non va presa al valore facciale. Vi sono, infatti, delle spese che non hanno a che fare con le caratteristiche delle regioni:

  • La spesa per la difesa. Se l’esercito è in Friuli e non in Umbria, è per ragioni militari, e dunque la spesa militare che si riversa in Friuli va esclusa dal computo.
  • Anche i redditi degli insediamenti pubblici vanno esclusi. I redditi distribuiti da una centrale elettrica fra le montagne dell’Alto Adige non hanno a che fare con le caratteristiche politiche della regione che la ospita, ma con quelle geografiche.
  • Le pensioni vanno escluse, perché sono legate agli andamenti pregressi. Se sono, per esempio, maggiori in Liguria è per l’effetto della sua popolazione anziana, che ha versato i contributi quando c’era un’industria ricca – ed esse vanno escluse dal computo.
  • Infine, anche gli interessi sul debito pubblico vanno esclusi. Le regioni con un tasso di risparmio cumulato maggiore e con una popolazione più anziana ricevono un maggior gettito cedolare.

Fatto l’aggiustamento, che esclude le succitate quattro spese improprie, ci si concentra sulla sola spesa pubblica discrezionale. La differenza fra la spesa dell’entità più efficiente e la spesa di una entità qualunque è la prima componente dello spreco. La differenza fra l’evasione fiscale della regione che evade meno e quella di una regione qualunque è la seconda componente dello spreco. Si calcola lo spreco e l’evasione e lo si sottrae ai conti regionali.

Viene fuori che:

  • Nel caso di totale assenza di solidarietà – ossia ogni regione vive del reddito che produce, non spreca e non evade – quelle meridionali riceverebbero dallo stato centrale 80 miliardi di euro l’anno in meno.
  • Nel caso di piena solidarietà – ogni cittadino riceve servizi dallo stato quanto la media nazionale, però non spreca e non evade – le regioni meridionali riceverebbero 40 miliardi di euro all’anno in meno.

Ne deriva che il Nord avrebbe 80 e 40 miliardi di euro in più ogni anno.

Se si facesse un’analisi per regione singola, allora non tutte le regioni del Nord sarebbero «donatrici nette», e non tutte quelle del Sud «prenditrici nette». Lo spreco, alla fine, si concentra in Campania, Calabria e Sicilia. Sarà una coincidenza, ma sono le regioni con una forte componente malavitosa, argomento che affronteremo.

La soluzione sembra quella di una sforbiciata all’evasione e agli sprechi soprattutto in tre regioni. I diritti di cittadinanza non sarebbero toccati, perché tutti riceverebbero la stessa quota di servizi pubblici, indipendentemente da quanto producono. Con molte decine di miliardi di euro si possono fare molte cose: ridurre il deficit pubblico, ridurre le aliquote d’imposta; oppure portare a compimento lo stato sociale.

Perché mai un’opzione politica così logica (e così nell’interesse di tutti) non prende il sopravvento?

3 – Eroi ed emigranti

In astratto, le caratteristiche economiche di un’area «malavitosa» sono: 1) un reddito per abitante basso; 2) una concentrazione della ricchezza elevata; 3) uno spreco di spesa pubblica; 4) un’evasione elevata.

E le ragioni di queste quattro caratteristiche sono: 1) l’economia non fiorisce in assenza di «certezza del diritto»; 2) si hanno dei gruppi organizzati che si appropriano di una quota abnorme del reddito; 3) la spesa pubblica è inefficiente perché ha anche lo scopo di mantenere il consenso, oltre l’erogazione dei servizi dovuti; 4) l’evasione è elevata perché l’economia emersa è una parte molto modesta di quella effettiva.

Queste caratteristiche sono riscontrabili nelle statistiche di tre regioni: la Campania, la Calabria e la Sicilia (3).

Non decollando l’economia, resta l’uso di risorse pubbliche. Le risorse pubbliche sono investite anche per occupare persone. Le quali persone votano coloro che si occupano di trovare le risorse pubbliche. Essendo la Campania e la Sicilia molto popolose, eleggono un gran numero di deputati e senatori. Nessuno in Italia può di conseguenza vincere le elezioni senza il loro voto. Il loro potere di interdizione è all’origine della distorsione nell’uso delle risorse pubbliche.

Abbiamo alla fine un equilibrio economico povero in alcune regioni e un equilibrio politico costoso per quelli da cui si attingono le risorse.

Gli abitanti di queste regioni vivono però molto peggio di come altrimenti vivrebbero se rompessero il circolo vizioso dei poteri arcaici.

Uno potrebbe subito pensare alla «ribellione». Perché la ribellione non si manifesta se non sporadicamente? Un ragionamento che combina la «logica dell’azione sociale» con l’idea che esista una scelta fra «voce» e «defezione» potrebbe aiutare a chiarire la ragione della sua assenza.

Il rischio per l’individuo ribelle e per quei pochi che coinvolge è alto, rispetto a quanto essi possono concretamente ottenere. Quelli che si ribellano al «pizzo», che possiamo elegantemente pensare come il costo per l’erogazione di servizi di protezione, rischiano molto. L’incertezza del risultato è elevata, mentre si ha una quasi certezza che arrivi la ritorsione. Chi si ribella ha – per definizione – un’alta propensione al rischio. Un risultato favorevole altamente incerto contrapposto a un costo certo è, infatti, la scelta del ribelle.

La ribellione è scelta se si è affetti da «altruismo totale». Il ribelle dovrebbe, infatti, scommettere che gli altri vivranno meglio. Laddove per «altri» si intendono non solo i concittadini viventi, ma anche quelli che nasceranno. L’individualità del ribelle è giocoforza risucchiata dalla vita altrui. Il progetto di una possibile miglior esistenza altrui dovrebbe dare ai ribelli una soddisfazione tale da compensare il rischio che corrono. In alternativa alla ribellione, uno emigra. Il risultato è incerto, non si sa come andrà a finire, ma il costo, elevato se tutto va male, è comunque inferiore a quello della ritorsione.

Gli insoddisfatti, in un mondo dove prevalgono i poteri arcaici, alla fine si biforcano: gli eroi da una parte (gli affetti da «altruismo totale») e gli emigranti dall’altra (gli affetti da «egoismo realistico»). Man mano che passa il tempo si cumulano gli emigranti e quindi diminuisce la quota di insoddisfatti nella popolazione. Restano i ribelli, che ogni tanto compaiono. Il grosso della popolazione accetta l’ordine delle cose esistente.

In chiusura i conti cosiddetti della serva

L'assenza di solidarietà (dove tutti sono efficienti, ossia dove tutto funziona, ma dove nessuno trasferisce reddito ad altre regioni) genera 80 miliardi a favore delle regioni donatrici, mentre la solidarietà totale (sempre efficiente, dove tutto funziona, e dove ogni cittadino riceve gli stessi servizi pubblici) genera 40 miliardi. Questi guadagni per quelle che sono oggi le regioni donatrici, sono perdite per quelle che oggi sono regioni prenditrici. Dal che si ricava che nelle regioni prenditrici si troverà difficilmente chi sia a favore del federalismo vero.

Facciamo – in assenza di idee migliori - la media fra 80 e 40, ossia ((80+40)/2)) 60 miliardi. Poiché gli italiani che non vivono in Meridione sono 40 milioni, si hanno mille e cinquecento euro a testa (60 miliardi / 40 milioni =1,5 mila euro pro capite). Naturalmente questo numero ha un valore indicativo, perché non tutte le regioni del Nord sono donatrici (quelle donatrici “per davvero” sono la Lombardia, il Veneto, e l'Emilia Romagna), e non tutte quelle del Sud prenditrici (quelle prenditrici “per davvero” sono la Campagna, la Calabria, e la Sicilia).

Perciò il ragionamento diventa: se si ragiona come aggregato con 60 miliardi si riempe l'Italia (per dire) di asili-nido in pochissimo tempo, e poi si vede dove investire finito il ciclo degli asili. Se, invece, si ragiona come individui (o come famiglie) i numeri dello spreco – pari a mille e cinquecento euro l'anno - fanno molto meno effetto.

 

1 - Ecco il retroterra della nota sul federalismo:

http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/ricerche/1256-lunita-ditalia.html 

http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/1700-debito-pubblico-e-meridione.html

http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/ricerche/4064-meridione,-reconquista,-grecia.html 

http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/4761-ah-italia,-nave-sanza-nocchiere-ii.html

2 - Luca Ricolfi, Il sacco del Nord, Guerini. Nella nota sono riportati i calcoli di Ricolfi. Per calcoli molto più recenti - laddove il "residuo fiscale", ossia la differenza fra le imposte versate allo stato centrale e la spesa ricevuta dallo stato centrale, è calcolata in maniera molto meno complicata di come abbia fatto Ricolfi, si veda: http://noisefromamerika.org/articolo/crisi-ha-ridotto-residui-fiscali-regionali. Le differenze nei conti dei due autori però non mutano il quadro.

3 - Sulla realtà malavitose:

http://www.limesonline.com/cartaceo/napoli-e-marsiglia-storie-criminali-urbane-a-confronto

http://www.limesonline.com/cartaceo/che-cosa-e-cosa-nostra

http://www.limesonline.com/cartaceo/ndrangheta-international