Un greco – ci tiene a dirlo subito, mentre si mantiene anonimo – che sembrava lavorasse nientemeno che per la Goldman Sachs, ma poi è sembrato per una grande banca inglese, comunque ancora non si sa per chi – offre in un documento non proprio riservato, tuttavia certamente non ufficiale, una visione appassionata della vicenda. Traduciamo l’essenziale del suo lungo lavoro. Nella vicenda greca nessuno è «buono» e nessuno è «cattivo». Tutti sono entrambe le cose.

1. Alcuni numeri. Il debito pubblico greco è nell’ordine dei 250 miliardi di euro. Due terzi del debito è detenuto da non greci. Il reddito pro capite greco è – secondo le statistiche ufficiali – al 40° posto nel mondo. Il reddito dei greci è però sottostimato: in tutta la Grecia ci sono, infatti, solo sei persone che dichiarano un reddito superiore a un milione di euro. E solo ottantacinque che dichiarano un reddito di mezzo milione. Sono numeri non verosimili. Dunque i greci hanno un reddito superiore. Inoltre, le prime quattro banche del paese hanno 164 miliardi di euro di depositi. Una cifra superiore a quella del debito pubblico greco detenuto dai greci. Infine, i ricchi greci hanno i propri denari fuori della Grecia.

I greci come tali non sono quindi mal messi. Mal messo è il debito pubblico greco. Il quale debito pubblico greco – superiore al 100% del prodotto interno lordo – costa all’economia del paese – con rendimenti sulle obbligazioni che tendono al 5% – il 6%. Ossia ogni anno il 6% del reddito prodotto in Grecia va a servire il debito. Due terzi sono cedole versate all’estero e un terzo è costituito da cedole versate ai greci. Per fare un confronto, il 95% del debito pubblico giapponese è detenuto da giapponesi. Se il Tesoro del Giappone smettesse di pagare le cedole, i giapponesi ne risentirebbero. Se la stessa cosa accadesse in Grecia, la popolazione ne risentirebbe molto meno. Insomma, il ripudio del debito non sarebbe una vera catastrofe per i greci, ma lo sarebbe molto di più per chi ha comprato il debito greco. Oltre che per gli effetti di «contagio». I greci non sono così mal messi: gli armatori, per esempio, sono in credito con il sistema bancario internazionale per 100 miliardi di euro, e quindi non potrebbero essere penalizzati da un eventuale «sciopero dei creditori».




2. Detto dei numeri, discutiamo dei salvataggi. Perché mai le banche statunitensi sono state salvate? Esse potevano essere non salvate, ma nazionalizzate, com’è stato fatto con le case automobilistiche. Se non fossero state salvate, si sarebbe avuta una crisi profonda del sistema delle pensioni, che negli Stati Uniti ruotano in buona parte intorno ai mercati finanziari. Inoltre, gli statunitensi contano di vendere la propria casa a un prezzo superiore a quello d’acquisto e così «rimpinguare» la pensione legata in buona misura ai mercati finanziari. Quel che è accaduto con la crisi è che si è messo a repentaglio il reddito delle persone vicine al pensionamento. Da qui i salvataggi delle banche e degli istituti che erogano mutui ipotecari. Salvataggi che possiamo definire come un «trasferimento intergenerazionale»: dalle generazioni giovani oggi e dai nascituri – che dovranno pagare per molti anni il debito pubblico emesso – alla generazione nata nel dopoguerra, i così detti «baby boomers».


Siamo proprio sicuri che dietro la crisi della Grecia e gli appelli al salvataggio non si abbia una situazione simile? I baby boomers in questo caso sono soprattutto francesi e tedeschi. I gestori dei fondi pensione di questi paesi volevano un rendimento alto, senza rischi valutari e senza rischi legati alla solvibilità dell’emittente. Ossia, volevano un rendimento superiore a quello del proprio debito pubblico, senza rischiare nulla. Ed ecco che arriva la Grecia, che paga un rendimento superiore senza rischio cambio (è nell’euro) e senza rischio emittente (allora sembrava così). E giù a comprare il debito greco, senza andare troppo per il sottile. Come nel caso della finanza negli Stati Uniti, i grandi paesi europei possono oggi lasciar cadere la Grecia e quindi trasferire l’onere su chi ha investito – i baby boomers. Oppure, salvare la Grecia e trasferire alle generazioni ancor giovani e ai nascituri l’onere del salvataggio della Grecia.




3. È vero che l’estero era pronto a comprare il debito greco, ma i greci lo hanno emesso. Arriviamo così al meccanismo politico che ha portato alla grande emissione di debito pubblico. La Grecia era un piccolo paese molto frugale. Lo stato raccoglieva poche imposte, anche se le aliquote erano alte, e spendeva poco. La rete sociale era ridotta all’essenziale, quella delle infrastrutture era modesta, mentre la spesa militare era elevata, a causa delle tensioni – vere o supposte – con la Turchia. Poche famiglie controllavano le imprese dell’acciaio, del cemento, dell’alimentare e delle costruzioni. Il resto era costituito dalle compagnie di navigazione e dall’industria turistica.
 
Poi, nel 1980, la Grecia entra nella Comunità Europea. Il gran reddito che derivava dalla costruzione di infrastrutture finiva nelle mani delle oligarchie economiche e politiche. Il governo greco è così diventato nel corso tempo il «battitore d’asta» dei grandi progetti. I denari arrivavano copiosi dall’estero per finanziare il deficit pubblico. E arrivavano con un costo contenuto. I settori che lavorano da sempre con l’estero – le compagnie di navigazione e l’industria turistica – vivono in un mondo tutto loro. Gli agricoltori sono stati favoriti dalla politica della Comunità. Le oligarchie economiche e politiche sono diventate più ricche. Parte dei greci non sembra essersi accorta di quanto è accaduto. Non hanno avuto benefici visibili. Per questo sarà difficile che passino le politiche d’austerità, volte a pagare il debito.



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