Ricerche e Progetti

L'unità d'Italia

L'Italia è un paese ricco da tempi immemorabili. Eppure, da qualche tempo, molti dei suoi abitanti della parte settentrionale sono scontenti. Pensano che, con una economia che cresce poco, le inefficienze della parte meridionale del paese siano diventate intollerabili (prima parte). Se si fanno i conti delle inefficienze, viene fuori che si possono eliminare gli sprechi garantendo i diritti di cittadinanza piena. Un programma politico che pare logico, ma che non trova modo di imporsi (seconda parte). Chi vive nelle regioni messe peggio dovrebbe in astratto condividere questo programma di sviluppo. In concreto non accade, perché i ribelli sono pochi, gli insoddisfatti emigrano e chi resta accetta l’ordine esistente (terza parte). La secessione non mostra dei conti che la rendano attraente: genera un maggiore reddito di dimensioni modeste nelle regioni messe meglio, e devasta in misura più o meno marcata quelle messe peggio (quarta parte).

Arriva il popolo padano

Esiste un luogo a forma di stivale che a nord confina con la massa eurasiatica, mentre al centro e a sud è immerso in un mare caldo di piccole dimensioni che unisce tre continenti. Questo luogo ha molte montagne, poche pianure e un clima temperato. È abitato da tempi immemorabili. I suoi abitanti parlano una lingua le cui radici affondano in quella degli avi. Hanno la stessa religione da oltre due millenni. Questo stivale ha un nome: «Italia». L’Italia è uno stato di medie dimensioni che fa parte dell’Unione Europea. È uno stato democratico, perché si ha libertà di associazione per concorrere alle elezioni. È anche uno stato in cui si ha libertà di associazione per formare imprese economiche. Infine, è uno stato che fornisce a tutti i propri cittadini (e non solo) l’istruzione e la sanità. Una nota curiosa: oltre due terzi delle opere d’arte del mondo sono state accumulate in Italia.

Il paese a forma di stivale è stato il più ricco del mondo, se si prendono le misure su duemila anni. Come mostra la tabella, per 1.700 anni su 2.000 – quindi per oltre l’80% del tempo – il suo reddito per abitante è stato maggiore. La prima colonna mostra l’anno che si prende come riferimento, la prima riga i paesi. Si noti che la maggiore ricchezza italiana è durata fino al XVIII secolo. Poi la rivoluzione industriale ha arricchito molto gli altri paesi occidentali, ma l’Italia è riuscita in parte a recuperare il divario dal secondo dopoguerra.

1

1000

1500

1600

1700

1870

1913

1950

1973

2003

ITA

809

450

1.100

1.100

1.100

1.499

2.564

3.502

10.634

19.151

GER

408

410

688

791

910

1.839

3.648

3.881

11.966

19.144

FRA

473

425

727

841

910

1.876

3.485

5.271

13.114

21.861

UK

400

400

714

974

1.250

3.190

4.921

6.939

12.025

21.310

USA

400

400

400

400

527

2.445

5.301

9.561

16.689

29.037

JAP

400

425

500

520

570

737

1.387

1.921

11.434

21.218

CINA

450

450

600

600

600

530

552

448

838

4.803

La misura comune del reddito per abitante è il dollaro del 1990. L’inflazione è perciò esclusa dal computo. Fonte dei numeri: Angus Maddison, Contours of the World Economy, Oxford, Oxford University Press, 2007, p. 382.

Se gli abitanti del paese a forma di stivale ragionassero su orizzonti temporali millenari avrebbero molte ragioni per essere orgogliosi. Così però non è, e infatti alcuni dei suoi abitanti sono convinti di vivere peggio di quanto potrebbero, perché, secondo loro, altri suoi abitanti ottengono più di quanto dovrebbero. Ai primi sono tolte delle risorse che vanno ai secondi.

Chi toglie e distribuisce è lo stato centrale, che ha sede nella città più famosa del paese a forma di stivale, Roma. Duemila anni fa era la capitale di un impero che oggi include oltre trenta stati. Poi, perso l’impero, non ha visto ridotta del tutto la propria importanza, perché è diventata la sede simbolica e organizzativa di una delle religioni universali.

Gli altri di cui stiamo parlando non sono – come a prima vista potrebbe sembrare – i poveri. Chi non sapesse nulla dell’Italia potrebbe, infatti, pensare a un convincimento «reaganiano»: i ricchi pensano di meritare le proprie risorse e non vogliono condividerle con i poveri. Non sono i ricchi a voler trattenere quasi tutto il frutto del proprio lavoro, ma alcuni abitanti della parte settentrionale dello stivale, che si proclamano «il popolo padano».

L’insieme Nord comprende le regioni della parte settentrionale dello Stivale. Come vedremo, non tutte le regioni del Nord sono vittime della fiscalità di Roma e non tutte le regioni del Sud ne sono beneficiarie. Non possiamo perciò dire che gli insiemi Nord e Sud siano delle entità dotate di precisione fiscale. Questi insiemi vaghi possono però – con qualche tocco – essere trasformati in un qualcosa di politicamente attraente. Basta sfruttare l’immagine secolare che distingue i protestanti ligi al dovere dai cattolici pigri. Immagine che è trasformata in quella che distingue fra i settentrionali laboriosi e i meridionali lazzaroni. (Pure il richiamo a Roma «ladrona» ricorda le polemiche luterane sulla vendita delle indulgenze.) Così facendo, anche i settentrionali che ricevono risorse dallo stato centrale diventano laboriosi, e i meridionali, anche se non ricevono risorse, restano lazzaroni.

Nel mondo successivo alla caduta del Muro, abbiamo un nuovo portatore di verità: i laboriosi padani. Al posto dell’universalismo proletario – che aveva la maggior parte dei seguaci nella parte settentrionale dello Stivale – abbiamo il particolarismo padano. Nel caso dell’universalismo proletario il nemico era il capitalismo, nel caso del particolarismo padano il nemico sono i lazzaroni, che vivono impuniti grazie all’esosa fiscalità romana. Nel vecchio mondo dell’universalismo proletario lo sfruttamento era la differenza fra il lavoro erogato e il lavoro che tornava ai proletari sotto forma di salario. Nel nuovo mondo del particolarismo padano, invece, lo sfruttamento è la differenza fra quanto guadagna il Nord e quanto trattiene. Gli umani una volta appartenevano a due classi contrapposte, i capitalisti e i proletari, mentre ora si dividono in laboriosi e lazzaroni.

Il popolo padano è un insieme di operai, di piccoli imprenditori, di commercianti. Essi vogliono vivere in pace in piccole unità amministrative e trattenere le proprie risorse per migliorare la qualità della vita. Ricordano che potrebbero correre a difendere con le armi i propri interessi, ma, alla fine, sono pacifici, e partecipano vittoriosamente ai campionati mondiali di calcio delle minoranze non riconosciute.

Centocinquanta anni fa le sonnacchiose economie locali del luogo geografico a forma di stivale furono unite con la nascita di un solo stato. In centocinquant’anni lo sviluppo è stato notevole. Il reddito per abitante si è moltiplicato oltre dieci volte. Intorno agli anni Sessanta del secolo scorso sembrava che l’economia stesse decollando. Poi, dagli anni Settanta, la crescita si è bloccata. Dopo anni di crescita modesta e con l’aspettativa che sarà ancora modesta ha preso corpo l’idea che, mentre prima si poteva dividere una torta che cresceva, adesso si deve dividere una torta che avrà la stessa dimensione. Secondo molti la divisione della torta avviene in maniera iniqua. E avviene a danno della parte settentrionale dello Stivale. Da qui l’idea che la forma dell’unità politica del paese vada ridiscussa. Essa andrebbe regionalizzata, ossia le sue numerose parti dovrebbero gestire autonomamente le risorse che producono.

Numerologia

Qual era il reddito per abitante della parte settentrionale e meridionale dello Stivale al momento della nascita dell’Italia come stato? Le stime – difficili da farsi per la modestia delle statistiche disponibili – variano da un minimo di «all’incirca lo stesso» fino a un massimo di un quarto in meno per la parte meridionale. Comunque sia, oggi il reddito per abitante della parte meridionale è circa la metà. Questo divario si è formato dal 1880 al 1950. Dal secondo dopoguerra si è alternativamente chiuso e riaperto, quindi è rimasto intorno alla metà (1).

Come mai il divario è intorno alla metà? Il tasso di occupazione in Meridione è inferiore (è pari al 64% di quello del Nord) e anche la produttività è inferiore (è pari all’82% di quella nel Nord). La combinazione di una minor occupazione (la popolazione in età da lavoro occupata è inferiore) e di una minor produttività (il prodotto per occupato è inferiore) spiega il divario (2).

Il divario cospicuo e persistente del reddito per abitante è il primo aspetto della vicenda. L’andamento della spesa pubblica è il secondo aspetto: in Meridione si ha uno spreco della spesa pubblica legato al maggior costo dei servizi in rapporto alla loro qualità. La maggior diffusione dell’evasione fiscale è il terzo aspetto. In termini assoluti, l’evasione italiana è intorno a un quinto del reddito nazionale, ma è molto diversa a seconda delle regioni: per esempio, è modesta in Lombardia (dove molti protestano e pochi evadono) ed elevata in Calabria (dove pochi protestano e molti evadono).

Che cosa accadrebbe se la spesa pubblica fosse efficiente e l’evasione simile? (3).

Una premessa. La spesa pubblica regionale non va presa al valore facciale. Vi sono, infatti, delle spese che non hanno a che fare con le caratteristiche delle regioni. 1) La spesa per la difesa. Se l’esercito è in Friuli e non in Umbria, è per ragioni militari, e dunque la spesa militare che si riversa in Friuli va esclusa dal computo. 2) Anche i redditi degli insediamenti pubblici vanno esclusi. I redditi distribuiti da una centrale elettrica fra le montagne dell’Alto Adige non hanno a che fare con le caratteristiche politiche della regione che la ospita, ma con quelle geografiche. 3) Le pensioni vanno escluse, perché sono legate agli andamenti pregressi. Se sono, per esempio, maggiori in Liguria è per l’effetto della sua popolazione anziana, che ha versato i contributi quando c’era un’industria ricca – ed esse vanno escluse dal computo. 4) Infine, anche gli interessi sul debito pubblico vanno esclusi. Le regioni con un tasso di risparmio cumulato maggiore e con una popolazione più anziana ricevono un maggior gettito cedolare.

Fatto l’aggiustamento, che esclude le succitate quattro spese improprie, ci si concentra sulla sola spesa pubblica discrezionale. La differenza fra la spesa dell’entità più efficiente e la spesa di una entità qualunque è la prima componente dello spreco. La differenza fra l’evasione fiscale della regione che evade meno e quella di una regione qualunque è la seconda componente dello spreco. Si calcola lo spreco e l’evasione e lo si sottrae ai conti regionali. Viene fuori che: 1) nel caso di totale assenza di solidarietà – ogni regione vive del reddito che produce, non spreca e non evade – quelle meridionali riceverebbero dallo stato centrale 80 miliardi di euro l’anno in meno; 2) nel caso di piena solidarietà – ogni cittadino riceve servizi dallo stato quanto la media nazionale, però non spreca e non evade – le regioni meridionali riceverebbero 40 miliardi di euro all’anno in meno. Ne deriva che il Nord avrebbe 80 e 40 miliardi di euro in più ogni anno.

Se si facesse un’analisi per regione singola, allora non tutte le regioni del Nord sarebbero «donatrici nette», e non tutte quelle del Sud «prenditrici nette». Lo spreco, alla fine, si concentra in Campania, Calabria e Sicilia. Sarà una coincidenza, ma sono le regioni con una forte componente malavitosa, argomento che affronteremo.

La soluzione sembra quella di una sforbiciata all’evasione e agli sprechi soprattutto in tre regioni. I diritti di cittadinanza non sarebbero toccati, perché tutti riceverebbero la stessa quota di servizi pubblici, indipendentemente da quanto producono. Con molte decine di miliardi di euro si possono fare molte cose: ridurre il deficit pubblico, o ridurre le aliquote d’imposta; oppure ancora, portare a compimento lo stato sociale; e via elencando.

Perché mai un’opzione politica così logica (e così nell’interesse di tutti) non prende il sopravvento?

(1) Luca Ricolfi, Il sacco del Nord, p. 67
(2) Luca Ricolfi, Il sacco del Nord, p. 70
(3) Luca Ricolfi, Il sacco del Nord, p. 160

Terza parte – Eroi ed emigranti

In astratto, le caratteristiche economiche di un’area «malavitosa» sono: 1) un reddito per abitante basso; 2) una concentrazione della ricchezza elevata; 3) uno spreco di spesa pubblica; 4) un’evasione elevata.

E le ragioni di queste quattro caratteristiche sono: 1) l’economia non fiorisce in assenza di «certezza del diritto»; 2) si hanno dei gruppi organizzati che si appropriano di una quota abnorme del reddito; 3) la spesa pubblica è inefficiente perché ha anche lo scopo di mantenere il consenso, oltre l’erogazione dei servizi dovuti; 4) l’evasione è elevata perché l’economia emersa è una parte molto modesta di quella effettiva.

Queste caratteristiche sono riscontrabili nelle statistiche di tre regioni: la Campania, la Calabria e la Sicilia (1).

Alcune storie (vere) aiutano a chiarire le ragioni di questi andamenti. Si dice che un grande gruppo industriale, che si era offerto di aprire degli stabilimenti in Calabria, mandasse un suo dirigente a «tastare il terreno» con il notabile. Costui, sorridendo, disse al dirigente attonito che, avessero mai aperto gli stabilimenti, lui non sarebbe stato eletto, perché nessuno gli avrebbe più chiesto dei favori. In una zona arretrata, una licenza o un posto al museo erano all’origine del suo potere; la sostituzione del patronato con la certezza dei diritti lo avrebbe distrutto.

Si dice che un grande gruppo distributivo, che si era offerto di aprire un villaggio turistico in Sicilia, mandasse un suo dirigente a «tastare il terreno» con i notabili. Gli dissero che avrebbero acconsentito, ma a condizione che la scelta dei fornitori e del personale fosse fatta da loro.

Gli stabilimenti furono costruiti in una regione limitrofa, mentre del villaggio turistico non si fece nulla. Le aree coinvolte sarebbero state più ricche con gli stabilimenti e il villaggio turistico. La presenza di poteri arretrati e diffusi in grado di bloccare lo sviluppo economico alla fine spinge nella direzione di un’economia malmessa. Non tutti quelli che vorrebbero trovano lavoro, e dunque alla fine lo mendicano. Il lavoro che trovano, se lo trovano, è a bassa produttività e di conseguenza anche i loro salari sono modesti.

Gli esempi sono quelli di uno sviluppo possibile di origine esterna. I capitali e le tecnologie sono portati da imprese esterne all’area. Più difficile è immaginarsi uno sviluppo che abbia origini interne. Gli investimenti, infatti, richiedono anni per dare dei frutti, se mai li danno. Un centro di ricerca farmaceutico costa moltissimo e ogni tanto riesce a brevettare qualche cosa. In una zona in cui prevalgono i poteri arcaici, nessuno, tanto meno del luogo, si imbarcherebbe a investire grandi somme lungo orizzonti decennali.

Non decollando l’economia, resta l’uso di risorse pubbliche. Le risorse pubbliche sono investite anche per occupare persone. Le quali persone votano coloro che si occupano di trovare le risorse pubbliche. Essendo la Campania e la Sicilia molto popolose, eleggono un gran numero di deputati e senatori. Nessuno in Italia può di conseguenza vincere le elezioni senza il loro voto. Il loro potere di interdizione è all’origine della distorsione nell’uso delle risorse pubbliche.

Abbiamo alla fine un equilibrio economico povero in alcune regioni e un equilibrio politico costoso per i cittadini dello stato da cui si attingono le risorse. Gli abitanti di queste regioni vivono però molto peggio di come altrimenti vivrebbero se rompessero il circolo vizioso dei poteri arcaici.

Uno potrebbe subito pensare alla «ribellione». Perché la ribellione non si manifesta se non sporadicamente? Un ragionamento che combina la «logica dell’azione sociale» con l’idea che esista una scelta fra «voce» e «defezione» potrebbe aiutare a chiarire la ragione della sua assenza.

Il rischio per l’individuo ribelle e per quei pochi che coinvolge è alto, rispetto a quanto essi possono concretamente ottenere. Quelli che si ribellano al «pizzo», che possiamo elegantemente pensare come il costo per l’erogazione di servizi di protezione, rischiano molto. L’incertezza del risultato è elevata, mentre si ha una quasi certezza che arrivi la ritorsione. Chi si ribella ha – per definizione – un’alta propensione al rischio. Un risultato favorevole altamente incerto contrapposto a un costo certo è, infatti, la scelta del ribelle.

La ribellione è scelta se si è affetti da «altruismo totale». Il ribelle dovrebbe, infatti, scommettere che gli altri vivranno meglio. Laddove per «altri» si intendono non solo i concittadini viventi, ma anche quelli che nasceranno. L’individualità del ribelle è giocoforza risucchiata dalla vita altrui. Il progetto di una possibile miglior esistenza altrui dovrebbe dare ai ribelli una soddisfazione tale da compensare il rischio che corrono. In alternativa alla ribellione, uno emigra. Il risultato è incerto, non si sa come andrà a finire, ma il costo, elevato se tutto va male, è comunque inferiore a quello della ritorsione.

Gli insoddisfatti, in un mondo dove prevalgono i poteri arcaici, alla fine si biforcano: gli eroi da una parte (gli affetti da «altruismo totale») e gli emigranti dall’altra (gli affetti da «egoismo realistico»). Man mano che passa il tempo si cumulano gli emigranti e quindi diminuisce la quota di insoddisfatti nella popolazione. Restano i ribelli, che ogni tanto compaiono. Il grosso della popolazione accetta l’ordine delle cose esistente.

(1) Le statistiche si trovano nel libro di Luca Ricolfi, Il sacco del Nord:
a pagina 70, figura 3.3, si hanno i dati del reddito per abitante; 
a pagina 133 si hanno i dati sulla diseguaglianza;
a pagina 87, figura 4.2, si hanno i dati sullo spreco di spesa pubblica;
a pagina 109, figura 5.1, si hanno i dati sull’evasione.

Quarta parte – Le previsioni non lineari

Abbiamo il reddito del Nord e quello del Sud che sono diversi, nel senso che il secondo è di molto inferiore. Non solo è inferiore oggi, ma lo sarà anche domani, perché il Sud probabilmente non sarà in grado di crescere abbastanza. La differenza fra le regioni italiane sembra quindi non volersi colmare, mentre il costo dello spreco di risorse pubbliche in alcune regioni meridionali resta molto elevato. Alcuni pensano che alla fine si giungerà a una secessione. Sembra logico, date le premesse. Se non si può più vivere d’amore, si divorzia. Questa però è una logica che estrapola le tendenze, senza vederne i costi e senza immaginare i percorsi alternativi.

Agli inizi degli anni Novanta, Nino Andreatta fece, durante un convegno, un ragionamento che non era un’estrapolazione delle tendenze, e che portava a conclusioni opposte di quello che vede nel divario crescente fra il Nord e il Sud la rovina futura del Nord. Il Nord era rovinato, ma perché il Sud reagiva. E dunque al Nord conveniva «tenersi» il Sud disastrato.

Questi i passaggi della prima parte del suo ragionamento: 1) Immaginate di dividere l’Italia in due, ciascuna parte con la propria moneta, la Polenta-lira e la Mozzarella-lira. 2) Fate i conti. Il Nord sarebbe in fortissimo avanzo di bilancia corrente e il Sud in fortissimo disavanzo. 3) La Polenta-lira diventerebbe una moneta fortissima e i tassi d’interesse nel Nord sarebbero schiacciati, mentre al Sud accadrebbe il contrario, una moneta molto debole e alti tassi d’interesse. Il Nord avrebbe agevolmente potuto pagare la propria quota di debito pubblico, mentre il Sud ne sarebbe rimasto letteralmente schiacciato. Fin qui sembra che la secessione non vada fatta per difendere, da veri patrioti, il Meridione. Ecco che arriva il colpo di scena.

Questi i passaggi della seconda parte del suo ragionamento: 4) La classe dirigente meridionale avrebbe potuto trovare una via di uscita. Il Meridione, con bassi salari e senza un sindacato conflittuale, sarebbe potuto diventare un’area interessante per i giapponesi, che avrebbero potuto aprirvi degli stabilimenti, come stavano ormai facendo in Gran Bretagna. 5) Salari bassi, controllo sociale alto, una moneta debole e una tecnologia avanzata, in breve. 6) Le imprese del Nord avrebbero non solo perso un mercato – quello meridionale – che allora controllavano, ma per la concorrenza asiatica avrebbero perso anche quote del loro mercato interno.

Insomma, seguendo un ragionamento diverso da quello di una semplice estrapolazione delle tendenze osservabili, al Nord non conveniva la secessione. È utile saggiare un ragionamento simile adattato all’oggi.

Il Sud si divide, non ha un soldo e ha un gran debito pubblico. I soliti patrioti si strappano i capelli. Ecco che arrivano i cinesi che lo sottoscrivono, mentre rifanno speditamente le infrastrutture, fra cui la Salerno-Reggio Calabria. (I cinesi, a differenza dello stato italiano, riuscirebbero a costruire speditamente e perché interverrebbero in mezzo a una crisi grave e perché non debbono cercare il consenso politico, né quello elettorale.) Si noti che i cinesi stanno facendo cose simili in Grecia: il Pireo come snodo logistico e le nuove navi della flotta greca comprate in Cina. I giapponesi ieri e i cinesi oggi rompono la linearità dei ragionamenti. Se poi al ragionamento economico si aggiungesse quello politico, le cose diverrebbero ancora più aggrovigliate. Con il Meridione diventato una «testa ponte» cinese, che cosa si farebbe delle basi militari della Nato?

Inoltre, se si lavora anche sui numeri della spesa e del debito pubblico, emerge un complicato percorso prima e dopo la divisione del paese, e i numeri sono imbarazzanti.

Proviamo a immaginare che cosa accadrebbe in caso di secessione. È un esercizio che in finanza si chiama pomposamente «pensare l’impensabile». Il nostro punto di osservazione è il debito pubblico. Non appena i mercati finanziari si convincono che l’evento futuro della secessione si materializzerà, faranno i conti dell’interesse sul debito pubblico che vogliono oggi per sottoscrivere il nuovo debito e per rinnovare quello che va in scadenza. Il calcolo dell’interesse richiesto in caso di secessione va perciò fatto sul debito dello stato unitario. In altre parole, assumiamo che i mercati finanziari chiederanno oggi un tasso d’interesse che è la media ponderata dei tassi che domani chiederanno a ogni singola regione post-stato unitario.

Immaginiamo l’Italia composta di due regioni di riferimento, la Lombardia e la Sicilia. Le regioni italiane si dispongono a partire dalla più ricca alla più povera, e usare solo due regioni importanti agli estremi rende semplice il ragionamento. Per esempio, il Veneto avrà un tasso d’interesse simile a quello della Lombardia, la Calabria simile a quello della Sicilia. E via dicendo, allontanandosi dalle due regioni messe agli estremi. I numeri che mostriamo sono rozzi, ma se i numeri veri si dispongono non troppo lontano dai nostri numeri rozzi, abbiamo un punto di riferimento.

La prima regione ha un reddito per abitante di circa 35.000 euro, la seconda di circa 17.500 euro. Immaginiamo ora che il debito pubblico sia diviso per abitante. Tanto è il debito pubblico, e tanto va a carico di ognuno. Il debito pubblico italiano è di circa 30.000 euro per abitante (ossia, vecchi e neonati inclusi). Ogni lombardo ha perciò un reddito di 35.000 euro e un debito di 30.000. Ogni siciliano ha un reddito di 17.500 euro e un debito di 30.000. Nel caso del lombardo il debito sarebbe inferiore al suo reddito annuo. Nel caso del siciliano sarebbe quasi il doppio.

Il debito pubblico italiano è oggi intorno al 100% del reddito nazionale. Se il debito pubblico fosse diviso per abitante in un’Italia divisa per effetto della secessione, avremmo alcune sue regioni – quelle simili alla Lombardia – con un debito pubblico inferiore al 100% e altre – quelle simili alla Sicilia – con un debito pubblico che tende al 200%. Si deduce che i tassi d’interesse sulle obbligazioni delle regioni simili-longobarde sarebbero intorno ai valori correnti, quindi intorno al 4,5%, mentre quelli delle regioni simili-sicule sarebbero superiori a quelle greche, quindi sopra il 10%. La Grecia ha, infatti, un debito pubblico che per effetto della crisi andrà a lambire il 150% del suo reddito nazionale.

Le regioni simili-sicule sarebbero letteralmente schiacciate dal debito pubblico. Il 20% (almeno il 10% d’interesse sul 200% di debito) di quanto producono andrebbe a pagare gli oneri del debito. Si tenga conto che oggi per l’Italia gli oneri sul debito pubblico sono pari al 5% di quanto prodotto annualmente. Dunque le regioni simili-sicule pagherebbero per gli interessi quattro volte quanto paga oggi l’Italia. La loro economia, già debole, sarebbe polverizzata. Si avrebbero imposte altissime per pagare il debito, tagli alle spese pubbliche, investimenti decapitati dall’alto costo del denaro.

Immaginiamo che il debito pubblico italiano sia diviso fra gli abitanti delle regioni secondo la numerosità della loro popolazione. Chi detiene il debito italiano si troverà un giorno con il debito di regioni diverse. Immaginiamo perciò che il debito italiano sia diviso nel caso della secessione per due terzi in debito delle regioni simili-longobarde e per un terzo in debito delle regioni simili-sicule.

Il rendimento richiesto sul debito italiano sarà la media ponderata dei rendimenti attesi per la quota di titoli delle regioni. Per semplificare, assumiamo che si abbiano solo due tassi d’interesse – uno per la Lombardia e l’altro per la Sicilia. Per usare i numeri mostrati in precedenza, il 4,5% di rendimento del debito delle regioni simili-longobarde moltiplicato per circa il 66% del debito in carico delle stesse regioni dopo la secessione, dove abita il 66% degli italiani. Dunque il 10% di rendimento del debito delle regioni simili-sicule moltiplicato per il 33% circa del debito in carico delle stesse regioni dopo la secessione.

Il debito pubblico italiano a lungo termine, che ora rende ai sottoscrittori e costa al Tesoro circa il 4,5%, passerebbe così al 6% circa (4,5% x 66% + 10% x 33%).

In caso di secessione, ogni regione si terrebbe quanto guadagna, perciò i trasferimenti dalle regioni simili-longobarde a quelle simili-sicule s’interromperebbero. Il debito pubblico, se è diviso secondo il numero degli abitanti, alza il costo del debito prima della secessione, e poi polverizza le regioni simili-sicule dopo la secessione, perché si alza il costo del loro debito che arriva a «mangiarsi» un 20% del loro reddito, reddito che intanto è diminuito non poco, perché sono finiti i trasferimenti delle regioni simili-longobarde, che sono, come vedremo, circa un 15% del loro reddito. Una devastazione.

Se il debito pubblico andasse, invece, tutto alle regioni simili-longobarde, gli oneri da interesse sarebbero inferiori a quelli che pagherebbe le regioni simili-sicule nel caso di equipartizione, perché la loro base fiscale è molto più robusta. Avremmo un debito pubblico maggiore che supponiamo sia sottoscritto al 4,5% come maggiori costi. Avremmo le molte decine di miliardi di euro come minori trasferimenti verso le regioni simili-sicule come minori costi.

Il reddito per abitante lombardo è di 35.000 euro, e il debito pubblico per italiano è di 30.000 euro. Un terzo del debito pubblico è, nei nostri conti, di pertinenza delle regioni simili-sicule. Il debito italiano passa tutto ai simili-longobardi e diventa di 45.000 euro per abitante (45 x 66% + 0 x 33% = 30). Con un rendimento eguale a quello di oggi, ossia il 4,5%, il maggior debito, ossia 15.000 euro, costerebbe circa 600 euro l’anno a ogni simile-longobardo.

Luca Ricolfi (Il sacco del Nord, da pagina 160) stima in ben 60 miliardi di euro i minori trasferimenti verso le regioni simili-sicule nel caso in cui ogni regione trattenesse quanto produce. Immaginando che i simili-longobardi siano 40 milioni, si avrebbero 1.500 euro per abitante di minori trasferimenti. I maggiori esborsi pari a circa 600 euro a fronte di minori esborsi per 1.500 euro danno un saldo di 1.000 euro circa.

Nel caso di equiripartizione del debito pubblico e di interruzione dei trasferimenti fra regioni italiane, avremmo la devastazione delle regioni simili-sicule (un terzo del loro reddito verrebbe a mancare per il pagamento del debito di loro pertinenza e per il taglio dei trasferimenti), e 1.500 euro in più per ogni abitante di quelle simili-longobarde (il loro maggior reddito, frutto del taglio dei trasferimenti) sarebbe pari a meno del 5% di quello corrente. A questo maggior reddito bisogna detrarre il maggior il costo del debito pubblico, che, nel periodo di transizione alla secessione, è emesso e rinnovato con un interesse del 2% in più. Alla fine, le regioni simili-longobarde avrebbero un reddito maggiore di qualche punto percentuale.

Nel caso di ripartizione di tutto il debito pubblico a carico delle regioni simili-longobarde e di interruzione dei trasferimenti fra regioni italiane, avremmo 1.000 euro l’anno in più per ogni abitante simile-longobardo e una minor devastazione (pari al 15% circa del reddito) delle regioni simili-sicule. Alla fine, le regioni simili-longobarde avrebbero un reddito maggiore di ancora pochi punti percentuali.

La secessione non mostra dei conti finali che la rendano attraente: genera un maggiore reddito di dimensioni modeste nelle regioni messe meglio, e devasta in misura più o meno marcata quelle messe peggio. Resta da discutere il tema del debito emesso a livello regionale, se si abbraccia il federalismo pieno – inteso come emissione di debito regionale e trattenimento di una parte delle imposte – lungo il percorso che porta alla secessione.

Il federalismo pieno (Morgan Stanley, The Local Finances: Do We Need to Worry?, ottobre 2010), laddove applicato, come in Germania e in Spagna, incentiva l’emissione di debito a livello regionale. L’incentivo all’emissione è l’idea che lo stato centrale, seppur recalcitrante, interviene comunque e quindi salva le regioni in crisi. Il rendimento richiesto, e quindi il costo del debito, per sottoscrivere il debito emesso dalle regioni è – per il minor rischio legato alla garanzia di intervento di ultima istanza dello stato centrale – inferiore a quello che si avrebbe in caso di responsabilità piena a livello locale. I debiti delle regioni tedesche e spagnole sono pari a un quarto del debito dello stato centrale. L’Italia ha un gran debito dello stato centrale, ma non ha quasi debito a livello locale.

Il ragionamento di Nino Andreatta degli inizi degli anni Novanta portava a conclusioni opposte di quello che vede nel divario crescente fra il Nord e il Sud la rovina futura del Nord. Il Nord era rovinato, ma perché il Sud reagiva. E dunque al Nord conveniva «tenersi» il Sud. Il ragionamento aggiornato potrebbe essere questo: la reazione del Meridione è un evento sempre possibile, mentre, se i numeri appena mostrati sono verosimili, il gioco della secessione non vale la candela fin dalla partenza. Se ci fosse un referendum «Secessione, sì o no?», chi scrive voterebbe – sulla base dei numeri mostrati – «no». Chi scrive, che è economicamente classificabile come simile-longobardo, e per origine famigliare è classificabile come simile-siculo, per un importo che oscilla fra i 1.000 e i 1.500 euro l’anno preferisce non imbarcarsi in un processo sfuggente come quello della secessione. Preferisce la lotta agli sprechi e all’evasione condotta da un ministero dell’Economia con sede a Roma occhiuto e con il cuore gelido.

(Digressione 1. Le regioni simili-sicule pagherebbero almeno il 10% di rendimento per le obbligazioni decennali solo se stanno nell’euro, altrimenti pagherebbero di più. Pagherebbero di più solo per trovare i sottoscrittori che vogliono essere garantiti dall’uso eventuale dell’inflazione per ridurre l’onere del debito. L’euro è, infatti, emesso dalla Banca Centrale Europea e quindi non si può inflazionare l’economia delle ragioni mal messe.)

(Digressione 2. Il rendimento richiesto sul debito delle regioni simili-sicule potrebbe essere superiore a quello greco, perché l’economia greca potrebbe essere più robusta e perché la Banca Centrale Europea ha acquistato il debito greco. Immaginando il rendimento che tende al 15% – il caso estremo – si hanno questi conti. Il debito pubblico italiano a lungo termine, che ora rende ai sottoscrittori e costa al Tesoro circa il 4,5%, tenderebbe al 10% (4,5% x 66% + 15% x 33%). Un numero troppo alto, considerando il gran debito di partenza dell’Italia e considerando la sua modesta crescita.)

(Digressione 3. Il debito pubblico italiano è il terzo del mondo per dimensione. Esso è detenuto anche dal sistema finanziario e bancario internazionale. Il sistema finanziario internazionale è esposto verso l’Italia sei volte più di quanto fosse esposto verso la Grecia. Il sistema finanziario si troverebbe ad avere un terzo del suo debito italiano, quello delle regioni simili-sicule, che passa da un rendimento del 4,5% al 10% e forse al 15%. Il prezzo delle obbligazioni a lungo termine a carico delle regioni simili-sicule potrebbe dimezzarsi. La secessione, alla finanza, non dovrebbe perciò piacere.)


 

La quarta parte, Previsioni non lineari, è stata pubblicata da Limes nel volume L’Italia dopo l’Italia, maggio 2011.

 

 

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