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Voluntary disclosure - prima parte

Il mutato panorama internazionale tra terrorismo, norme anti-corruzione, lotta contro il riciclaggio ed evasione fiscale, ha evidenziato la necessità per i governi di rafforzare lo scambio di informazioni e ridisegnare le norme sul segreto bancario, rendendole più permeabili e meno insormontabili.

I pionieri nella crociata per limitare il segreto bancario sono gli Stati Uniti, che hanno varato un programma, OVDP, Offshore Voluntary Disclosure Program, che ha l’obiettivo di spingere i contribuenti ad uscire allo scoperto e dichiarare autonomamente sia gli asset detenuti offshore sia gli asset che non siano stati volutamente dichiarati. La strategia statunitense è stata presto replicata dalla Gran Bretagna, che ha già stretto un accordo con le banche elvetiche, noto come convenzione Rubik, e poi dalla Germania, Francia, e Belgio.

L’Italia ha appena firmato un protocollo con la Svizzera. L’intesa basata sul modello Ocse di Tax Information Exchange Agreement (TIEA), fa riferimento appunto alla clausola della “Voluntary Disclosure” per cui lo Stato a cui sono richieste determinate informazioni non può rifiutarsi di fornire allo Stato richiedente i dati sui cittadini che hanno esportato i capitali. In pratica, qualsiasi cittadino residente in Italia che apre o che già ha aperto un conto in Svizzera anche attraverso un soggetto interposto può essere sottoposto ai controlli fiscali dell’Agenzia delle Entrate che fin da subito potrà disporre di dati e situazioni riferiti a tali soggetti.

Le stime più ottimistiche parlano di 150 miliardi di euro di capitali, occultati dagli italiani nei conti delle banche elvetiche. Un imponibile sottratto al fisco italiano. Si tratta di vedere se l’abbattimento del segreto bancario si tradurrà effettivamente in una diminuzione del tasso di evasione. I conti potrebbero infatti essere intestati a prestanome locali, o a società schermo, del tutto legali, registrate in altri paradisi fiscali che permetterebbero al risparmiatore di trasferire, seppur con difficoltà, i propri capitali verso sistemi di tassazione sicuramente meno pressanti rispetto all’Italia e all’Europa in genere.

Così dopo la decisione della Banca nazionale svizzera di rimuovere la soglia di cambio tra franco svizzero e euro, la Confederazione stupisce ancora ed esce dalla black list dei paradisi fiscali. Ed anche se il pagamento delle imposte si rivelerà più complicato del previsto, resta la domanda perché le banche svizzere dovrebbero rinunciare ad un sistema che introdotto nel 1934, ha garantito il prodigioso sviluppo della piazza elvetica. Una sorta di autostrada protetta a tutti quei soggetti che intendevano non versare le imposte secondo le norme vigenti nei rispettivi Paesi. La crisi del 2008 ha indotto una metamorfosi del sistema finanziario internazionale e le nuove regole per aumentare la trasparenza hanno costretto la Confederazione a rinunciare al ruolo ormai obsoleto di salvadanaio d’Europa ed uscire dal suo isolamento non più competitivo.

E così dopo la Svizzera, il Liechtenstein, Monaco, e presumibilmente anche lo Stato del Vaticano, i “rifugi” per i capitali sottratti al fisco del Paese di origine, si sono ridotti a Londra, e poi a una lista di seconda scelta che include Israele, Montenegro, Serbia, Seychelles, Slovenia, e la Tunisia.

Nessuno ha mai avuto dubbi che la piazza elvetica garantisse il diritto. Per molti dei Paesi candidati a sostituirla questa garanzia non c'è. Perciò chi volesse ancora occultare i propri averi eviterebbe sì le imposte, ma a scapito della certezza della proprietà.

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